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Religion of Sports: prime impressioni sulla docu-serie sportiva di Netflix

Abbiamo visto il primo episodio della docu-serie sportiva disponibile dal 23 Novembre su Netflix, prodotta dal campione di NFL Tom Brady.

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"Gli sport hanno credenti, sacerdoti e dei (aggiungere un suggestivo srotolamento di un poster gigante di LeBron in quel di Cleveland). Hanno rituali, miracoli e sacrifici." Si apre con la voce di Gotham Chopra, co-creatore del progetto insieme a nientepopodimeno che il campionissimo quarterback dei New England Patriots Tom Brady, la nuova serie documentario disponibile dal 23 Novembre su Netflix. Come ci fa già capire l'introduzione, Religion of Sports vuole essere un racconto quasi epico, sacrale, che carica di un senso ulteriore la mera attività fisica, trasportandola su di un piano appunto religioso. Basket, calcio, gare automobilistiche al pari di cristianesimo o induismo, non solo momenti di intrattenimento ma di aggregazione mistica, capaci di riunire, come di dividere, milioni di fan, di fanatici, che proiettano le proprie speranze, che riversano i propri sogni e dolori, su un pallone, una macchina, una divinità-atleta.

Fan or fanatic

C'è probabilmente una patina fin troppo enfatica nell'esposizione di un concetto che, per quanto tirato verso l'estremo, rappresenta in effetti una realtà ben presente nel nostro mondo contemporaneo.
Si parla di passioni viscerali, portate a motivo di esistenza, portando su schermo le due facce essenziali della medaglia, i tifosi e gli atleti. Si entra nella vita della gente comune, delle normali persone che hanno fatto di un determinato sport la propria religione di conforto, ma allo stesso modo si trattano i protagonisti, non solo esaltati per il loro ruolo, ma sezionati fino al nucleo della loro ragion d'essere.

La cosa più interessante sembra essere, dal primo episodio, l'approccio a questi racconti, che inevitabilmente portano ad esplorare contesti sociali, politici ed ideologici completamente diversi e in contrasto.
Si parte con li profondo sud degli Stati Uniti, dalla Georgia, la Carolina, dove la polvere, il sole bruciante, il patriottismo militarista, si sposano con la passione per la NASCAR. Per quanto i contesti rappresentati possano essere condivisibili o meno, non è questo che interessa, si vuole andare oltre i contrasti ideologici, e quello che ci viene mostrata non vuole essere propaganda in uno o l'altro senso.
Si riporta invece l'ambiente così come è per dare il polso della situazione, per poter contestualizzare al meglio un determinato culto sportivo, perché è il contesto poi a determinare lo sviluppo di un determinato fenomeno; non si potrebbe far finta di niente solo perché non in linea con il nostro orizzonte di pensieri. Questo non significa che retorica non ce ne sia, anzi, ma è tutta canalizzata verso la rivendicazione dello sport come una cosa seria.
Fotografia, montaggio, colonna sonora, tutto va verso questa esaltazione che, in combo con una traccia filosofica punta non solo al piacere dei fan sportivi, ma soprattutto ad ottenere una credibilità agli occhi dei detrattori. L'impressione è quella che si cerchi ostinatamente di farsi prendere sul serio, che il tutto non sia solo un gioco, ma un motivo d'esistenza.

Gli appassionati sicuramente guarderanno lo show con trasporto, ma c'è da vedere quanto questo approccio funzioni effettivamente con il pubblico maggiormente preso di mira dall'operazione. Si profila però come un'altra buona aggiunta ad un palinsesto silenzioso ma di qualità come è quello dei documentari e simili, che sulla piattaforma della grande N dello streaming (da non confondere con l'ingombrantissima N di Nintendo) trovano un florido terreno di produzione ed esposizione. Il suggerimento è quello di darci un'occhiata, magari andando anche oltre il primo episodio, perché potrebbe sorprendervi.

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