Shogun su Disney Plus è la serie definitiva sui samurai

La nuova serie targata FX è l'emblema di una serialità che sa ancora costruire storie coniugando uno slancio solenne a un respiro intimista.

Shogun su Disney Plus è la serie definitiva sui samurai
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Abbiamo visto in anteprima otto episodi della nuova serie in uscita su Disney+ e nell'attesa trepidante del finale siamo già pronti a sbilanciarci: Shogun è tutto ciò che vi aspettate e molto di più. La nuova serie targata FX è il risultato di una rinnovata samurai wave che negli ultimi anni ha portato gli spadaccini giapponesi a ripopolare l'ambiente mediale (si pensi a Ghost of Tsushima e all'imminente Rise of The Ronin in ambito videoludico, all'acclamatissima serie animata su Netflix (qua la nostra recensione di Blue Eye Samurai). Un fenomeno direttamente correlato alla grande crescita d'interesse nei confronti della cultura giapponese da parte dei fruitori occidentali, conseguenza dell'ingresso definitivo di anime e manga nel pop, di una nuova concezione della storia e del folklore nipponico come enorme bacino di narrazioni inedite e universali allo stesso tempo.

Non solo katana e guerra tra fazioni

Shogun è sia il tipico gidai geki kurosawiano sia la narrazione stessa dell'approccio alla sua materia, la cronaca della collisione tra due culture, è il chambara che incontra l'integrazione, che riflette sulle differenze tra due popoli, sullo scarto culturale e linguistico. Chi ha visto i trailer o ha spulciato il materiale promozionale si è sicuramente predisposto alla visione di una storia di conflitti e di contese feudali, di una guerra civile sotto l'egemonia dell'arma bianca, ma la serie adattata per il piccolo schermo da Rachel Kondo e Justin Marks ha mire differenti.

Attenzione, ci sono gli intrighi politici, c'è una contorta lotta al potere tra nuove e vecchie alleanze, ci sono le ambizioni personali di samurai scissi tra la loro proverbiale lealtà e il desiderio egoistico di nutrire la propria individualità, c'è l'impronosticabile scalata di un uomo che sfugge alla morte e un aggrovigliato intreccio amoroso a scandire il conflitto. Sono tutti elementi già presenti nel romanzo omonimo di James Clavell che la serie si propone di adattare portando sullo schermo la sanguinosa lotta al potere che vede il daimyo Yoshii Toranaga e il concilio dei più potenti signori feudali del Giappone (Ishido il più temibile, Kiyama il più opportunista, Ohno il guerriero, Sugiyama il discendente della famiglia più facoltosa del paese) scontrarsi per ripristinare lo shogunato. Sullo sfondo le complicazioni dovute agli effetti dell'installarsi dei portoghesi nel territorio, della cristianizzazione di abitanti ed esponenti politici che modifica drasticamente i rapporti tra nobili e apre gli orizzonti di entrambe le civiltà.

Ma c'è, soprattutto, un focus importante sul drastico confronto tra il navigatore inglese John Blackthorne e la nuova civiltà, sui destini intrecciati del capitano della Erasmus e il signore del Kanto Yoshii Toranaga, sull'accavallarsi del loro shukumei. Il protagonista diventa un termine di paragone, la nostra via d'accesso ad una civiltà trincerata nelle proprie tradizioni, veicolo del punto di vista dello straniero in terra straniera, di una prospettiva che coincide con la nostra in quanto occidentali e produce una divergenza morale e ideologica che si fa metodo critico, che diventa possibilità di analizzare dalla distanza e scovare l'incomprensibile. Blackthorne si ritrova ad essere etichettato come barbaro da chi considera selvaggio, esposto ad una peculiare rete di rapporti, ad un modo di vivere diametralmente opposto al suo, in una tradizione che può essere disciplina o gabbia, a contatto con una vita che ha i contorni del rituale, di una morte quasi glorificata nella sua onnipresenza.

L'inglese si aggrappa alla vita, allontana la morte con le unghie e con i denti, la rifiuta mentre chi lo circonda la accoglie, la contempla, osserva un'etica della fine che la eleva a divinità che aleggia "nell'aria, nel mare e nella terra", ricorre al seppuku come azione simbolica, come segno di estrema lealtà e di subordinazione ad una causa più grande. La vitale disperazione di Blackthorne fa da contrappunto allo stoicismo mortifero di Toranaga, ma i due hanno un obiettivo comune: sopravvivere.

Tra le parole perse nella traduzione

Una sopravvivenza che in un'epoca di contaminazione culturale passa, soprattutto, attraverso il linguaggio. È qui che Shogun pianta la bandiera per continuare il proprio discorso su un'interazione culturale che è sia scambio che conflitto.

Shogun medita sul peso della barriera linguistica e delle parole, sull'impossibilità di dichiarare le proprie intenzioni per mezzo di una comunicazione fallace, sull'impotenza di chi non può farsi comprendere. La serie dà l'impressione che le decisioni e le azioni dipendano più dalle parole e da ciò che rimane "lost in translation" che dalle intenzioni; e allora il protagonista diventa, in un certo senso, chi possiede il dominio di entrambe le lingue, chi ha il reale controllo delle conversazioni e una visione d'insieme sulla situazione. In questo senso è il personaggio di Mariko ad assumere un ruolo chiave, una centralità che risiede, più che nelle sue azioni, nel suo essere mediatrice e filtro, anello di congiunzione tra i due mondi, nel suo sbirciare e sottrarre da entrambe le parti, nella sua unicità di personaggio che non è mai all'oscuro dei piani di Toranaga, mai estromessa dalla volontà di Blackthorne.

Aggiungiamo che Cosmo Jarvis fa un egregio lavoro nell'incarnare un protagonista atipico (lontano dai crismi dell'eroe delle narrazioni occidentali), un personaggio costantemente in bilico tra la stigmatizzazione dell'altro e l'ammirazione per il diverso, spesso sull'orlo di esplodere e agire ma mai veramente libero dal giogo di chi ne manovra le sorti; che Anna Sawai è perfetta nella sua compostezza, nel rendere il dolore discreto di una Mariko leggiadra e aggraziata; che Hiroyuki Sanada regala probabilmente la miglior prova della sua carriera con un ruolo che pare essergli stato cucito addosso per quanta autenticità e solennità riesce a trasmettere.

Potrebbe bastare per cominciare a considerare Shogun come un vero e proprio gioiello del panorama televisivo degli ultimi anni, no? Eppure, tocca far presente che la serie targata FX ha anche il merito di raggiungere un'accuratezza nella ricostruzione estetica del periodo storico fuori dal comune. La cura maniacale nelle scenografie di Lisa Lancaster (già apprezzabili nella serie The Man in the High Castle) e il lavoro certosino del costume designer Carlos Rosario costituiscono un enorme valore aggiunto, la fotografia rincara la dose di epicità che una scrittura dai ritmi narrativi cadenzati, pazienti, flemmatici riesce a rendere tangibile. Tutte componenti che si amalgamano, si fondono a generare un'alchimia quasi insperata, un miracolo produttivo capace di trascendere anche le più rosee aspettative, forse persino al di sopra delle ambizioni dei loro stessi autori, in una serie che è probabilmente il miglior prodotto occidentale sui samurai dai tempi de L'ultimo Samurai, intrisa di epicità e popolata da personaggi dalle traiettorie appassionanti, navigatori senza timone, spadaccini in bilico sul filo della katana.