SMILF 1x01: Cronache di una madre single

Abbiamo dato un'occhiata al primo episodio di SMILF, un'atipica comedy dal piglio indie riguardante una giovane madre single e le sue vicessitudini.

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Nell'ipertrofico mondo delle serie TV, uno spazio sempre più grande stanno riuscendo a ritagliarselo quei prodotti che cercano di esplorare tout court l'universo femminile, mettendo da parte ogni cliché narrativo riguardante storie d'amore spesso stereotipate e sostituendole con un riso di echiana memoria. Il nome della rosa, il romanzo più noto del semiologo italiano, ne costituisce l'evidenza: è attraverso la risata che si compie la decostruzione, mettendo in dubbio l'ordine delle cose in prospettiva di un nuovo, di ordine. In tal senso, Orange is the new Black ha fatto da apripista in questo media, esplorando inoltre il tema delle carceri al femminile. Da lì in avanti, si sono fatti spazio anche altri prodotti seriali, altre comedy che a proprio modo cercano di parlare di donne; Insecure, ad esempio, ma anche Better Things. Quest'ultima, è una serie che ha molto da condividere con SMILF, nuova comedy prodotta da Showtime: entrambe con una donna al comando (nelle vesti di attrice e autrice), entrambe col tema della maternità, entrambe caratterizzate dall'essere donna oggi, nel bene e nel male. Elementi in comune che tuttavia non devono trarre in inganno: SMILF ha una personalità propria e ben definita, talmente tanto che potrebbe presentare, in certe sue sfaccettature, degli scogli che potrebbero allontanare lo spettatore meno avvezzo a un certo tipo di serialità, per così dira, d'autore.

L'arte di essere madre

SMILF, il cui acronimo ha un'origine facilmente intuibile, è scritto, diretto e interpretato da Frankie Shaw, attrice nota al grande pubblico soprattutto per aver recitato nella prima stagione di Mr. Robot. Prima di essere una serie TV, tuttavia, SMILF era un cortometraggio, firmato sempre dalla Shaw e presentato durante il Sundance Festival del 2015, e sul quale Showtime ha deciso di puntare, acquisendo il brand e commissionando alla creatrice una prima stagione di dieci puntate, ognuna dalla durata di circa trenta minuti.

Non a caso, anche in questa sua veste seriale, SMILF presenta quella patina tipica dei film indipendenti americani, con un budget ridotto, visioni spesso ipersaturate, una completa (o quasi) libertà espressiva concessa al regista e, soprattutto, una colonna sonora ‘indie' ad accompagnare gran parte delle scene a schermo. La serie ruota attorno a Bridgette Bird, una trentenne come tante al giorno d'oggi: carina, intelligente e piena di quelle ambizioni talmente elevate da lasciarti spesso inerme di fronte allo scorrere degli eventi, e che purtroppo fanno a pugni col suo status da madre single, in questo caso del piccolo Larry (che di cognome fa Bird, proprio come la madre, per uno dei tanti rimandi a quell'universo cestistico cui la serie fa spesso riferimento). Premesse da cliché, che fortunatamente SMILF corrisponde solo in parte: ci sono sì, infatti, i vari sketch in cui si palesano tutte le remore che gli uomini hanno nell'intraprendere una relazione con una donna con figli a carico, ma uniti e soppesati da tutta una serie di considerazioni e vicissitudini per nulla scontate sul fatto di essere, appunto, una madre single.

La condanna di essere giovane

In SMILF c'è quella costante patina agrodolce tipica degli indie americani, cui fa sfondo un senso di inadeguatezza palpabile; inadeguatezza da parte di Bridgette nei confronti del figlio, il cui benessere è il vero traino della donna. D'altro canto è proprio qui che si insinua la contraddizione, dettata dalla voglia di vivere di una trentenne che ha ancora tanto da chiedere alla vita, e che cerca come può di togliersi qualche sfizio; anche spicciolo, di quelli che ti lasciano un vuoto dentro, come un rapporto sessuale promiscuo o una scorpacciata di cibo spazzatura. Aspetti, questi, che tuttavia fanno spesso rima con una parola: irresponsabilità. I figli come traino, dunque, ma anche impiccio? È in questa contraddizione che SMILF trova il suo punto focale.

Emblematica, a tal proposito, è l'immagine presente circa a metà episodio, che ritrae Bridgettee Larry con alle spalle un murales della Madonna col Bambino in braccio, e che un vandalo ha imbrattato disegnando un paio di tette in stile cartoon sul petto della Vergine. Un tentativo coraggioso, questo della Shaw, di riscrivere la stereotipata iconografia sulla maternità, grazie anche a un approccio al sesso diverso, più riflessivo, e che la natura di un network come Showtime, già di per sé molto spinto, riesce quasi a sublimare. SMILF è una serie TV difficile, che richiede impegno per essere compresa, riuscendo a essere toccante in più di un'occasione; ed è proprio qui che si differenzia da Better Things, che pure gioca tanto sull'incompatibilità, spesso apparente, fra l'essere madre e l'essere indipendenti: SMILF non vuole far ridere. Non nella maniera canonica, almeno, tentando piuttosto di provocare un sorriso amaro nello spettatore, attraverso due personaggi fondamentalmente comuni: una madre giovane e bella (ma non troppo), con un universo in continuo cambiamento in testa, e un dolcissimo bimbo riccioluto ad accompagnarla (quasi) costantemente.