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Snowpiercer: prime impressioni sulla nuova serie post apocalittica Netflix

Seppur con qualche incertezza, "Snowpiercer" coltiva un potenziale invidiabile, ma per ora è un brutto anatroccolo che potrebbe nascondere un cigno.

first look Snowpiercer: prime impressioni sulla nuova serie post apocalittica Netflix
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Oggi tutti, o quasi, conoscono il nome di Bong Joon-ho o, in caso contrario, è più che probabile che ne abbiano comunque sentito parlare per via di quello che verrà giustamente ricordato come uno dei capolavori della cinematografia contemporanea. Stiamo ovviamente parlando di Parasite, il film di Jonn-ho che ha fatto incetta dei più importanti premi cinematografici del 2019 e del 2020. Se siete curiosi, qui trovate la nostra recensione di Parasite. Molto probabilmente però non sono in molti a sapere che l'autore sud coreano, oltre ad essere uno dei massimi cineasti della Corea del Sud, è stato anche regista e sceneggiatore di Snowpiercer, pellicola del 2013 ispirata al fumetto Le Transperceneige di Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand.

Il film racconta la lotta di classe che sconvolge un treno che viaggia ininterrottamente intorno al globo, ultimo baluardo dell'umanità dopo che la Terra è stata condannata ad una glaciazione perenne, dovuta al fallito tentativo degli scienziati di salvarla dal surriscaldamento globale. Una pellicola sci-fi di tutto rispetto - a tal proposito vi consigliamo la nostra recensione di Snowpiercer - da recuperare in vista della serie. Dopo sette anni e una produzione molto travagliata, il 25 maggio sbarcherà infatti su Netflix Snowpiercer, lo show TBL che vede tra i produttori esecutivi proprio Joon-ho, ma che prende le distanze dall'opera del maestro sud coreano per diversi motivi. Così, in attesa che il regista del film originale ci delizi con la miniserie HBO ispirata a Parasite, saliamo a bordo dello Snowpiercer e dei suoi 1001 vagoni, per scoprire i primi episodi in anteprima e capire le potenzialità e le criticità di questo progetto ambizioso.

Il treno della discordia

Abbiamo già accennato alle difficoltà alle quali è andata incontro la serie nel corso degli anni, ma forse è bene dedicare qualche riga al suo iter produttivo, perché questo potrebbe essere alla base di alcune delle criticità riscontrate nella visione. Il progetto prende vita nel 2015, dalla mente di Josh Friedman, che i più ricorderanno per Terminator: Sarah Connor Chronicles. Friedman concepisce Snowpiercer come un sequel del film di Joon-ho.

La serie è ambientata sette anni dopo l'evento che ha congelato il pianeta e reso salvifica l'esistenza del treno di proprietà del misterioso Signor Wilford. Un insieme di divergenze creative con il network vede però l'estromissione di Friedman da Snowpiercer, seguita poi dall'abbandono del regista Scott Derrickson (Doctor Strange), dopo i contrasti con il nuovo showrunner, Greame Manson (Orphan Black), e il conseguente approdo di James Hawes (L'Alienista) alla regia. Nonostante gran parte del lavoro fosse già stata svolta da Friedman, non dev'essere stato semplice per Manson rapportarsi ad un progetto in fase già avanzata e con poco tempo a disposizione per forgiare una nuova identità.

Una fortezza per classi

Il punto di forza di Snowpiercer, a livello cross mediale, risiede nella differenziazione dei passeggeri in classi e nel conflitto che deriva da questa divisione. La lotta di classe e il riscatto sociale sono infatti gli elementi cardine della trama e la serie riesce a registrare e a delineare con sufficiente chiarezza l'umanità che popola il treno, sebbene riteniamo che nel corso degli episodi la situazione verrà ulteriormente approfondita.

Lo Snowpiercer dovrebbe fungere nobilmente da arca della salvezza, ma l'ultimo baluardo dell'umanità è in realtà un mezzo di salvataggio a pagamento, che ha più le sembianze di una piramide sociale su rotaia, che fagocita sogni e desideri dei più deboli, tenuti sotto scacco dall'élite economica. La variabile fuori dal gioco è rappresentata dagli abitanti del Fondo, il settore di coda del treno, occupato poco prima della partenza dai superstiti di quella fascia di popolazione che non si è potuta permettere un biglietto per la salvezza.

Tenuti in vita con il divieto di riprodursi e nutriti con blocchi gelatinosi di una sostanza artificiale, gli abitanti del fondo contano i giorni basandosi sui tentativi di rivoluzione falliti, nella speranza di conquistarsi un destino migliore. Ed è proprio dal Fondo che comincia il nostro viaggio, con Andre Layton (Daveed Diggs), il leader della nuova rivoluzione che è alle porte e che vorrebbe essere quella definitiva.

L'intenzione dello showrunner non è però quella di intraprendere un viaggio lineare dal Fondo verso la Locomotiva, come avviene nel film, ma di esplorare le varie classi e far rimbalzare i vari personaggi tra una carrozza e l'altra per raccontarne le sorti. Certo, questo schema potrebbe rivelarsi sicuramente vincente dal punto di vista della longevità della serie, ma potrebbe anche compromettere quel senso di scoperta ed incredulità nella progressione lineare, che era uno degli elementi chiave del film e permetteva allo spettatore di realizzare gli intrighi e le meraviglie che il treno celava ad ogni avanzamento di carrozza.

Assassinio sullo Snowpiercer

Se c'è una cosa che sorprende - e un po' confonde - di questo show è il taglio crime che la serie assume fin dall'inizio. Chi si aspettava un "semplice" resoconto di guerra tra classi dovrà ricredersi, perché mentre si prepara la rivoluzione dal basso, dal Fondo, Layton viene chiamato ai piani alti per risolvere un caso di omicidio, in virtù del suo passato di detective.

Questa inaspettata linea di detection occupa praticamente tutta la prima metà della stagione e rappresenta un modo, a tratti intelligente, di sfruttare una linea narrativa inusuale per mostrare le dinamiche che intercorrono tra i 1001 vagoni dello Snowpiercer. L'indagine di Layton lo porterà infatti dal minimalismo della terza classe - vero polmone lavorativo del treno - allo sfarzo inusitato della prima, dove i più ricchi hanno sborsato centinaia di milioni di dollari per potersi permettere un posto in prima fila per l'apocalisse.

Purtroppo questa linea narrativa, seppur abbia una sua intrinseca ragione d'essere, sembra più un compromesso e un innesto narrativo quasi di servizio; un'ibridazione di generi alla moda e generalizzata in altre serie che normalmente di crime avrebbero ben poco. Oltre a questo c'è da aggiungere che il mistero e il suo dipanarsi nel corso degli episodi non hanno certo il fascino di un romanzo di Agatha Christie e, anzi, il meccanismo narrativo sembra essere sempre troppo in bella vista e poco modellato intorno alle vicende e ai personaggi.

Qualcosa non torna

Forse l'elemento crime potrebbe essere un fattore straniante per alcuni, soprattutto per i fan della pellicola, ma quello che in realtà lascia ancor più perplessi è la caratterizzazione dei personaggi, per due fattori ben distinti. Si sente la necessità di una scrittura più approfondita relativa ai nostri protagonisti, nonostante ci siano qua e là timidi accenni di strutturazione degli archi di sviluppo.

In particolare risulta difficile empatizzare pienamente con il personaggio di Layton, per lo più sfuggevole, sia per quanto concerne il proprio percorso nei sette anni dall'occupazione del treno, sia per le dinamiche che intrattiene con gli altri personaggi; elementi che risultano per lo più abbozzati. È altresì vero che, nel corso dei primi cinque episodi, frammenti di backstory si insinuano nei frangenti della narrazione, ma per quantità e qualità non raggiungono le aspettative.

Un casting non proprio azzeccato è il secondo fattore che rende difficile l'empatia con i personaggi, a partire proprio da Layton, il cui percorso esistenziale non sembra rispecchiarsi pienamente nella performance di Daveed Diggs. Lo stesso discorso, con attitudini simili, può essere fatto per la maggior parte del cast, soprattutto per gli abitanti del Fondo. Quella che viene percepita come dissonanza potrebbe però essere frutto del distacco del resto degli interpreti dall'eccellente performance di Jennifer Connelly.

L'attrice premio Oscar interpreta qui l'addetta all'accoglienza Melanie che, sotto la guida del Signor Wilford - sul quale avremmo sperato di più in fase di scrittura - supervisiona ogni aspetto del treno, cercando di mediare tra le varie classi di passeggeri. Quello che nel film di Joon-ho fu il ruolo di Tilda Swinton viene declinato in maniera più esistenziale dalla Connelly e il risultato è un personaggio molto più sfaccettato di qualsiasi altro, sia nella scrittura che nella recitazione. Purtroppo il casting del film originale rimane un'utopia per la serie TBS.

Anche sul piano tecnico/produttivo assistiamo ad una serie di alti e bassi. Gli effetti speciali, soprattutto quelli che riguardano il viaggio del treno e quindi la rappresentazione del mondo esterno e dello stesso Snowpiercer, avrebbero necessitato di qualche rifinitura in più. Ottimo invece il lavoro di production design; le scenografie della serie rendono pienamente l'atmosfera del treno, sebbene non raggiungano i livelli di dettaglio del film di Bong Joon-ho.

Abbiamo già evidenziato le perplessità relative alla scrittura della linea di detection e dei personaggi; a tal proposito si aggiunge l'elemento positivo, ma forse poco sentito, di dedicare il teaser di ogni episodio (la parte inziale prima dell'opening) al punto di vista di un personaggio ogni volta diverso, così da immergerci, di volta in volta, nella poliedrica vita che brulica, trama e complotta nei 1001 vagoni dello Snowpiercer.

Snowpiercer - Stagione 1 Snowpiercer non ha certo goduto di uno sviluppo esente da problemi e questo si riflette prepotentemente sul risultato finale. Abbiamo avuto modo di vedere solo la prima metà dei dieci episodi che compongono la serie TBS, distribuita in Italia da Netflix. Snowpiercer è un prodotto dalle potenzialità narrative davvero consistenti - un treno di 1001 vagoni e quattro distinte classi di passeggeri di storie da raccontare ne avrebbe a bizzeffe - con una solida messa in scena, soprattutto per quanto concerne la scenografia, ma che pecca nella scrittura dei personaggi e nello sfruttare in maniera forse non troppo congeniale l'elemento crime. Anche la scelta del cast non convince pienamente, e per un giudizio più completo ed esaustivo non resta che attendere i restanti episodi. Una grande vittoria Snowpiercer la porta comunque a casa: Jennifer Connelly è davvero sorprendente nei panni di Melanie, la misteriosa assistente del Signor Wilford.