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Stranger Things 3: recensione dei primi episodi della terza stagione

Dopo due lunghi anni di attesa, è finalmente giunto il momento di ritornare ad Hawkins Stranger Things 3 su Netflix

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Con il passare del tempo diventa sempre più complicato parlare di Stranger Things e di tutta l'attenzione che circonda la serie senza scadere in una vuota e banale celebrazione. È oramai ridondante qualsiasi discorso incentrato sul successo dello show creato dai fratelli Duffer, sull'ascesa allo stardom dei suoi interpreti (Finn Wolfhard ha avuto un ruolo importante nel nuovo It, Millie Bobby Brown in Godzilla: King of the Monsters, Natalia Dyer in Velvet Buzzsaw), o sull'attesa che, all'approssimarsi di ogni stagione, genera nel pubblico.
Il debutto della serie Netflix ha rievocato un'atmosfera, un mood, che in molti credevano essere definitivamente scomparsa dal panorama televisivo. La stessa che nel 1985 (anno in cui è ambientata questa terza stagione) aveva accompagnato l'uscita nei cinema di quello che poi sarebbe diventato un vero e proprio cult, i Goonies. Non c'è più Bob (Sean Astin), che nella pellicola di Richard Donner interpretava Mikey, ma ritornano in Stranger Things tutti gli omaggi a un decennio capace di infondere nostalgia anche in chi non lo ha vissuto. Le improbabili pettinature, le magliette a righe, i jeans a vita alta e le allegre compagnie di ragazzini impegnati a risolvere problemi infinitamente più grossi di loro.

Tutto è nuovo sotto al sole

Con questo spirito prende piede la terza stagione, introducendo con leggerezza lo spettatore a un mondo che oramai gli è familiare. Lo fa riacclimatare con i protagonisti, ne solletica la curiosità, mettendo tuttavia in chiaro fin da subito quali possano essere i cambiamenti che lo accompagneranno nel corso degli episodi. Se, anche per un solo attimo, si fa mente locale sulle vicende che ci hanno accompagnato nel corso delle stagioni passate, incubate tra anonime scuole di provincia e claustrofobici corridoi di laboratori segreti, la direzione intrapresa nel corso di questa stagione non può che colpirci.

Hawkins infatti più colorata che mai, si è vestita a festa per l'arrivo dell'estate e l'apertura del nuovo Starcourt Mall. La piscina della città si è riempita di costumi sgargianti, mentre la compagnia di amici, lontana dalle aule scolastiche, è impegnata nei divertimenti più disparati. Molto è cambiato non solo nell'ambiente e nella sua estetica (effetti speciali e impatto visivo sembrano aver raggiunto una maestosa eccellenza), ma nelle stesse relazioni che uniscono i protagonisti. Dustin è appena tornato da un campeggio in cui sembra aver conosciuto una ragazza, Max e Lucas continuano a frequentarsi, così come Eleven e Mike (per il sommo dispiacere dello sceriffo Hopper, padre adottivo della ragazza).


Nuove minacce

Sono d'altronde passati quasi due anni dall'ultimo viaggio del pubblico in quella che sembrava essere una tranquilla cittadina dell'Indiana, e lo scorrere del tempo si è riflesso anche nella narrativa della serie. La sensazione che accompagna questo primo approccio con la terza stagione di Stranger Things è quella di un ulteriore allargamento dell'universo, una nuova escalation delle minacce e dei pericoli. Se però la seconda iterazione dello show aveva faticato a più riprese nell'espansione del racconto e nella sua armonizzazione con i personaggi e le rispettive storyline, il pericolo sembra per ora essere scongiurato. In questo nuovo ciclo di episodi le vicende e le disavventure adolescenziali dei protagonisti sembrano potersi amalgamare senza particolari difficoltà con la trama orizzontale sviluppata dagli sceneggiatori.

È invece ancora impossibile esprimere un parere sull'originalità o meno della minaccia che bussa alle porte di Hawkins, possibilmente prona a rivisitare molte delle situazioni e dei topoi narrativi presenti nelle precedenti stagioni. Vedremo se il maggior tempo utilizzato in sede di scrittura e produzione si rifletterà in una cura maniacale dello storytelling di questa terza stagione, elevando così definitivamente l'incredibile fiaba di successo orchestrata dai Fratelli Duffer a una delle migliori produzioni presenti nel catalogo di Netflix.