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The Good Cop: prime impressioni sulla nuova serie poliziesca di Netflix

Il servizio di streaming si dà al procedurale, in collaborazione con un veterano di genere quale Andy Breckman.

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Fino a oggi, per quanto riguarda le serie televisive, fatta eccezione per alcuni prodotti destinati ai più piccoli e il contenitore antologico che è Black Mirror, la produzione originale di Netflix è stata associata all'idea del bingewatching, la visione consecutiva di più episodi, addirittura (per alcuni) una stagione intera in un giorno solo. Una condizione resa più facile dalla natura davvero seriale di opere come House of Cards, Daredevil e Stranger Things, talvolta a discapito dei singoli episodi che perdono la loro identità individuale (vedi le nostre considerazioni sul recente The Innocents).
Le regole sono però fatte per essere infrante, e anche il gigante dello streaming è disposto a sperimentare con una formula più strettamente episodica, simile a quella dei polizieschi che vanno tuttora di moda sulla tv tradizionale. Nasce così The Good Cop, un procedurale dai toni comici con la firma di Andy Breckman (creatore e showrunner di Monk). E, come in Monk, la formula si basa principalmente su un poliziotto fuori dal comune: Anthony "Tony" Caruso Jr. detto TJ (Josh Groban), talmente fissato con le regole e la giustizia che non si sognerebbe neanche di passare col rosso sebbene il semaforo sia fuori uso.

Le colpe dei padri

Il titolo del programma suggerisce la presenza di un bad cop, e si tratta del padre di TJ, Tony Sr. (Tony Danza), arrestato anni addietro per corruzione e ora costretto a vivere col figlio in base all'accordo per la libertà vigilata. La convivenza non è facile, ma la presenza del genitore può tornare utile per risolvere i casi, poiché sotto la persona pubblica dell'ex-sbirro caduto in disgrazia si cela una mente acuta e brillante. Ed è proprio sul contrasto tra padre e figlio che ruota il primo episodio, incentrato su un caso forte per convincere gli spettatori ad andare avanti con uno show che per sua natura non si presta al bingewatching: i due devono infatti indagare su un omicidio che sembra essere stato commesso proprio da Tony o da TJ.

Da questa premessa viene elaborato un microcosmo all'interno di un contesto televisivamente familiare come la città di New York, riletta però secondo la sensibilità di Breckman, sostanzialmente inalterata dalla partecipazione produttiva di Netflix. Lo showrunner arriva persino a prendersi gioco dei tempi che cambiano, definendo TJ come un personaggio volutamente attaccato a un'altra epoca: non beve, non fuma e non impreca, al punto da avere in commissariato un "barattolo delle parolacce". Come dire, il linguaggio dei poliziotti sarà anche cambiato, ma quello televisivo di Breckman è sempre lo stesso, rigorosamente episodico (il titolo di ogni puntata è mostrato a mo' di titolo di giornale), classico, pulito. Un poliziesco "buono" di nome e di fatto, arrivato per sfidare la logica degli algoritmi di Netflix.