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The Innocents: prime impressioni sul nuovo thriller paranormale di Netflix

Adolescenti in fuga e poteri incontrollabili sono al centro della nuova produzione seriale di genere della piattaforma di streaming.

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C'è un'ambizione internazionale evidente in The Innocents, produzione britannica di Netflix che in realtà guarda ben oltre i confini del Regno Unito: i dialoghi sono in due lingue (inglese e norvegese), le riprese sono state effettuate sia a Skipton (paesino nello Yorkshire) che in Norvegia, e il cast è un vero e proprio melting pot di talento europeo, dalla Finlandia (Laura Birn) all'Islanda (Jóhannes Haukur Jóhannesson) passando per la Gran Bretagna (i due giovani protagonisti Sorcha Groundsell e Percelle Ascott), con l'aggiunta dell'australiano Guy Pearce in un ruolo dalle sfumature piuttosto ambivalenti. E la nuova serie Netfliza è un progetto di genere dai toni che ricordano situazioni da young adult: il personaggio principale è infatti una teenager (Groundsell) la cui fuga d'amore con il compagno prende una piega inaspettata quando lei scopre di avere poteri speciali che non riesce ancora del tutto a controllare (è in grado di impossessarsi dei corpi degli altri), e altri individui con capacità di vario genere sono tenute sotto osservazione dal misterioso Halvorson (Pearce). Abbiamo visto la serie in anteprima: queste le nostre impressioni a caldo sui primi quattro episodi (di otto).

Inseguimenti ripetitivi

The Innocents (che negli episodi stessi, sempre in nome della produzione internazionale, è scritto The Innøcents) è, nel bene e nel male, un progetto di natura squisitamente inglese. Nel bene perché c'è chiaramente un'idea autoriale dietro, con scrittura e regia affidate quasi interamente alle stesse persone (rispettivamente la co-creatrice Hania Elkington e il cineasta Farren Blackburn) e un lavoro molto curato per quanto riguarda l'impianto seriale, con un ritmo serrato che ben si presta alla fruizione in blocco su Netflix e occasionali punte di ironia (come quando, nel quarto episodio, viene tirata in ballo una scritta del tipo "Guardate cosa accade dopo"); nel male perché l'uggiosa eleganza dell'apparato visivo (il mood anglo-scandinavo è evidente) e il ritmo spedito non compensano del tutto una scrittura che spesso scivola nella ripetitività, ribadendo gli stessi concetti senza aggiungere sfumature inedite e allungando leggermente troppo alcune puntate (spesso si superano abbondantemente i 50 minuti).
Siamo quindi di fronte all'ennesimo racconto lungo per il piccolo schermo che non aveva motivo di esserlo fino a questo punto, un brodo allungato - ma comunque ragionevolmente saporito - dove le idee di base sono espresse chiaramente nel primo episodio ma poi cedono il posto a un'atmosfera grigia e un'impostazione da thriller che divertono ma non propongono tanta carne al fuoco.

Personaggi più o meno caratterizzati

Un problema che colpisce anche parzialmente i personaggi, alcuni dei quali sono appena abbozzati: solo la protagonista June ha una caratterizzazione a tutto tondo, per quanto spartita tra diversi attori a causa dell'elemento paranormale, e un arco narrativo ben definito e coinvolgente, mentre i comprimari sono per lo più definiti dall'intensità delle interpretazioni, senza una vera anima drammaturgica.
Nel caso specifico di Halvorson l'ancora di salvezza è il carisma di Guy Pearce, capace di attirare l'attenzione dello spettatore anche quando la scrittura viene meno (o nei momenti involontariamente buffi come quando lo scienziato cerca di parlare norvegese). Questo almeno nei primi quattro episodi, per i quali si può anche invocare una certa logica da bingewatching: basta che ci sia quel minimo di impeto per continuare a guardare, per la sostanza si può - in teoria - aspettare l'ora conclusiva.