The Romanoffs: prime impressioni sulla nuova serie di Matthew Weiner

Abbiamo visto i primi due episodi dell'attesa nuova serie del creatore di Mad Men, dal 12 Ottobre su Amazon Prime Video

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Una notizia come il ritorno di Matthew Weiner è di quelle che fanno molto rumore. Essere il creatore di una delle pietre miliari della serialità infatti non è da tutti, e alza di molto le aspettative del pubblico. Amazon lo sa bene, ed è per questo che ha lasciato al padre di Mad Men carta bianca creativa e finanziaria per imbastire un progetto particolare, ambizioso sicuramente, così come difficile da decifrare. Inevitabilmente la mente corre a Mad Men quando si inizia a guardare The Romanoffs, e serve un salto ulteriore per isolarsi dentro le caratteristiche di questa nuova opera e iniziare a comprenderla. Anche perché dopo la visione dei primi due episodi (disponibili su Prime Video dal 12 ottobre) ancora non è possibile che scalfire la superficie e intuire la portata del progetto, senza però averne il quadro completo, fondamentale data la peculiare natura antologica della serie.

Lungometraggi seriali


The Romanoffs è infatti composta da otto lunghissimi - circa 90 minuti ciascuno - episodi autoconclusivi, indipendenti tra loro in tutto, dal plot al cast ai toni. Ambientati e girati in otto luoghi diversi sparsi nel mondo, seguono le vicende di persone la cui unica connessione è una presunta appartenenza per vie più o meno dirette alla famiglia reale dei Romanov, giustiziata dai bolscevichi durante la guerra civile russa del 1918. Il collegamento con la casata dello zar non ha una valenza intrinseca ma è solo un pretesto, il labile filo rosso che permette a quelli che di fatto sono otto lungometraggi autonomi di stare nello stesso contenitore. La natura del progetto è sottolineata anche dal modello di distribuzione, che non è la classica uscita della serie nella sua interezza: procederà settimanalmente, con i primi due episodi disponibili dal 12 ottobre e poi uno per settimana. Scelta che rappresenta una novità per gli Originals di Prime Video, ma che è immediatamente comprensibile, vuoi per la lunghezza degli episodi, difficilmente aderenti al binge watching, vuoi per lasciare alle singole storie il proprio spazio, dare loro un più ampio respiro, incanalando l'attenzione del pubblico e guidandolo verso una visione più attenta, ragionata, slegata dal contesto puramente seriale.

Scene di vita reali

Anche perché tra di loro gli episodi hanno veramente poco a che fare, se non per la cura nel dettaglio, la messa in scena imponente e una direzione impeccabile, gestita nel complesso della serie da Weiner stesso. Sul versante della scrittura infatti, se non per il gusto riconoscibilissimo dell'autore, troviamo situazioni tra loro scollegate. Prendiamo i primi due episodi: il primo, "The Violet Hour", ambientato a Parigi, segue la ricca aristocrazia, tra una vecchia zia razzista e legata al suo antico lignaggio (la bravissima Marthe Keller) e un nipote (Aaron Eckhart) nell'avida attesa, spinto dalla fidanzata, di ricevere in eredità l'appartamento della parente. A sconvolgere le loro esistenze l'arrivo di una nuova domestica, Hajar (Inès Melab), giovane musulmana dall'acuta sensibilità e impareggiabile fierezza.

Dall'altro lato "The Royal We", ci porta in America, dentro la crisi matrimoniale di Michael Romanoff (Corey Stoll), impiegato annoiato e senza passioni, e sua moglie Shelly. La partecipazione dell'uomo come giurato in un processo porterà i due a separarsi per un paio di giorni, impegnati lui tra l'ossessivo inseguimento di un flirt amoroso con una collega di giuria, lei con una rinnovata vitalità durante la crociera celebrativa dei discendenti dei Romanov cui si vede costretta partecipare senza il marito.

L'essenza di Weiner

La finalità di fondo sembra essere quella di mettere a schermo una serie di tranche de vie per scandagliare umanità variegate, legate da quel che accomuna tutti noi: una sensibilità, un io interiore da coltivare. Quelli che Weiner dipinge non sono i problemi di tutti, ma facce possibili di un poliedro, e lo fa con un'enorme ambizione. Che però è altalenante. Perché dove troviamo una tecnica granitica, un cast non solo altisonante ma in grandissima forma, e una fotografia perfetta, è la scrittura a farsi più evanescente, non sempre a fuoco, non impeccabile come Mad Men ci ha abituati. Non è dallo scomodo paragone che nascono i dubbi, ma da una struttura che nonostante la sua lunghezza non trova in pieno il suo compimento, e per di più spinge a chiedersi se, alla fine di tutto, ci sarà un'epifania, un senso ulteriore, d'insieme, o saranno stati solo dei bellissimi, anche se a volte fin troppo manieristici, quadretti di vita, da ammirare affascinati e gradualmente dimenticare.