The Stand: la serie tratta dal capolavoro di Stephen King

I primi episodi della serie tratta da “L'Ombra dello Scorpione” potrebbero correre qualche rischio di troppo abbandonando la narrazione lineare.

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L'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle ha portato con sé una serie di show che affrontano una realtà che abbiamo imparato a conoscere in questo 2020, sebbene non nelle sue sfaccettature più apocalittiche e soprannaturali che rimangono fortunatamente appannaggio della fantasia. Il filone narrativo pandemico ha prodotto nel corso degli ultimi decenni molti esempi illustri e, per restare nei dintorni dell'annus horribilis appena trascorso, non possiamo non citare la nostra recensione di The Walking Dead 10, la review di Utopia e, per dimostrare quanto questo topos sia efficace anche a livello crossmediale, la recensione di The Last of Us 2. Tutti esempi che, con risultati alterni - e in alcuni casi altalenanti - elaborano questa tematica espandendola a livello umano e sociale.

Ma c'è una novità. In questo inizio d'anno gli abbonati Starz potranno già godere di uno dei più attesi adattamenti del 2021 a tema post-apocalittico. Ci riferiamo ovviamente a The Stand, la serie tratta da "L'Ombra dello Scorpione", il capolavoro di Stephen King, le cui vendite erano guarda caso ritornate alle stelle allo scoppio della pandemia. Disponibile dal 3 gennaio e visibile anche come appendice di Amazon Prime Video ed Apple TV+, facciamo il punto sui primi episodi per capire se ci troviamo di fronte ad un adattamento in grado rivaleggiare per qualità con quel The Outsider che finora, a nostro pare, rimane la migliore trasposizione televisiva di un'opera del Re.

Captain Trips

Il canovaccio non cambia e, al di là dell'accentuata sensibilità che possiamo aver sviluppato nel corso del 2020, nemmeno il risultato. Un terribile incidente di laboratorio diffonde un mortale virus che azzera quasi completamente la popolazione mondiale. I pochi sopravvissuti sono persone all'apparenza immuni, che dovranno imparare a convivere per costruire un nuovo prospero futuro sotto la guida quasi messianica di Mother Abigail, apparentemente in linea diretta con Dio, oppure servire il regno del terrore di Randall Flagg, disposto a tutto pur di prevalere sullo scenario di desolazione che vuole creare intorno a sé. L'umanità sarà in grado di sopravvivere in un mondo dove la distinzione tra bene e male non è poi così sempre scontata? E, soprattutto, sarà in grado di imparare dai propri errori?

Questa, in soldoni, la sinossi del romanzo di King e, di conseguenza, di ciò che dovremmo aspettarci da The Stand. Il libro del Re offre il meglio di sé proprio nei capitoli introduttivi, nei quali tratteggia con dovizia di dettagli i numerosissimi personaggi che, nonostante il disastro, sono sopravvissuti alla tragedia. Così fa anche la miniserie o, per lo meno, cerca di fare. Sì, perché l'adattamento televisivo sembra seguire un percorso più travagliato e meno sicuro in termini di riscontro oggettivo delle storyline disseminate nelle sue puntate, soprattutto alla luce del fatto che questa dovrebbe essere una limited series e - sebbene inverosimilmente - chiudere il proprio percorso nell'arco dei soli nove episodi messi a disposizione.

The Stand abbandona la sicurezza della narrazione lineare per tratteggiare attraverso una serie di flashback e ritorni al presente le vicissitudini dei nostri protagonisti. Assistiamo così nel primo episodio al racconto del passato di Harold Lauder (Owen Teague), aspirante scrittore la cui interiorità è un pozzo subbugliante di rabbia, che affronta le minacce di bulli dai quali fugge a bordo della sua bicicletta, salvo essere ridicolmente raggiunto da quest'ultimi a piedi, e che vive un amore morboso e per nulla corrisposto nei confronti della compagna di scuola Frannie Goldsmith (Odessa Young).

Al contempo seguiamo le sorti di Stu Redman (James Marsden), privato della propria libertà dall'esercito perché inspiegabilmente immune dal morbo che sembra uccidere chiunque sulla faccia della terra, oltre che le vicende di Larry Underwood (Jovan Adepo), musicista con problemi di droga che si è guadagnato in modi non troppo chiari la fama e che ora assiste in sonno, come tutti gli altri, al richiamo di una strana donna dalla pelle scura che indica una comunità di Boulder, Colorado, come punto d'inizio per una nuova era.

Tanta carne al fuoco

Come potrete capire da questi pochi paragrafi, di carne al fuoco ce n'è veramente tanta e il rischio nell'affrontare questa gargantuesca materia narrativa sta nel fare i conti tra un bilanciamento degli eventi, un'esposizione non troppo alternata dei personaggi, che potrebbe confondere lo spettatore e limare strati di approfondimento dai nostri protagonisti, ed evitare un eccessivo rincorrersi tra passato e presente. Ovviamente queste non sono che impressioni dettate dalla visione dei primissimi episodi di The Stand e la serie potrebbe avere ben salde le redini della narrazione, traghettandola felicemente lungo il percorso prestabilito. Finora questa sensazione di sicurezza non ci ha accompagnati, vedremo nel prosieguo del racconto. Pochi, precisi tratteggi possono essere fautori di grandi premesse, come nel caso del Randall Flagg di Alexander Skarsgard, che punteggia in maniera saggia e oculata alcuni momenti topici di questi primi episodi e al quale sono dedicate poche ma significative scene che in rapporto dicono paradossalmente molto più sul suo personaggio di quanto sappiamo riguardo Stu o da un'intera puntata monografica su Larry. Oltretutto è sempre Randall il protagonista di alcune delle migliori idee messe in scena di questi primi frangenti e pensiamo proprio che non riusciremo facilmente a scindere "The Stranger" di Billy Joel dal suo personaggio.

Quello che vorremmo evitare, ma che temiamo possa divenire una costante dei prossimi episodi, è che The Stand non riesca a reggere il peso della sua stessa narrazione, cercando di intersecare storyline, quando al contrario un racconto lineare gioverebbe in termini di sviluppo dei personaggi e degli eventi, che per ora vivono mescolati e non sono stati a noi presentati seguendo un ordine di priorità che nobilitasse la narrazione stessa.

Un'occasione mancata sotto questo aspetto, perché l'effetto generato da questo approccio si traduce per il momento in un appiattimento generale delle dinamiche e in una mancanza di contesto, soprattutto nelle scene ambientate a Boulder ma, più in generale, in quasi ogni frangente.

Al tempo stesso e in maniera del tutto ossimorica, la scala della produzione e il quadro d'insieme fanno percepire quanto The Stand viva un contrasto interno tra l'essere ben realizzata e non adeguatamente sviluppata. Gli stilemi produttivi sono molto cambiati nel corso dell'ultimo ventennio e non è la prima volta che ci troviamo a sondare l'ormai labile confine tra produzioni televisive e cinematografiche.

Diciamo che per ora a livello di messinscena The Stand rende pienamente giustizia al materiale d'origine e riesce ad osare qualcosa nella rappresentazione degli effetti dell'epidemia. Speriamo che questo trend sia solo in ascesa, visto che dovremmo vederne delle belle in quel di Las Vegas, dove Flagg prima o poi instaurerà il suo dominio, si spera, senza censure.

Anche il cast - uno degli elementi sul quale dovrebbe fondarsi parte della scala di questa serie - fa del suo meglio per far sì che questa trasposizione possa rivelarsi un successo; al di là dei limiti di scrittura che abbiamo finora discusso, non possiamo che essere soddisfatti di James Marsden, calato nei panni dell'americano medio, mentre Owen Teague ce la mette tutta per spremere la precarietà del suo Harold, andando spesso in overacting e fornendo un'inquietante imitazione di Tom Cruise.

Persino Woopie Goldberg, pur nella quasi totale assenza fisica in questi episodi, riesce a far sentire il calore della sua interpretazione. Su tutti però rischia di sovrastare Alexander Skarsgard e se tutto andrà come deve andare, questa potrebbe essere un'ipotesi non del tutto peregrina. Quello che per ora vi consigliamo è di sedervi comodi e di godervi il viaggio.

The Stand I giudizi definitivi sono ancora in divenire, ma possiamo dire che finora The Stand si presenta in maniera abbastanza contraddittoria agli abbonati Starz. Ad una messinscena impeccabile ricca di idee felici, si contrappone una scrittura che abbandona la linearità dell’azione, per raccontare i suoi protagonisti attraverso flashback che rischiano di confondere lo spettatore, privandolo del giusto contesto e sacrificando al tempo stesso momenti topici del romanzo di King, ai quali non viene in questo modo fatta giustizia. Nonostante ciò, riteniamo ancora immaturo definire quello di The Stand un percorso in discesa, perché tanto deve ancora avvenire e noi saremo sicuramente lì, pronti a cogliere ogni momento di quest’avventura, nel bene e nel male.