The Twilight Zone: prime impressioni sul revival della storica serie

A 60 anni di distanza dall'esordio della serie originale, torna The Twilight Zone con i suoi toni grotteschi e sempre affascinanti.

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Non esistono molti nomi nella storia della serialità capaci di rivaleggiare per calibro con The Twilight Zone. Anzi probabilmente, per la straordinaria ambizione della visionaria serie creata in origine da Rod Serling nel 1959, nessun prodotto potrebbe reggerne il paragone, almeno sul piano dell'importanza storica.
Eppure il pargolo della CBS è anche uno di quei titoli estremamente difficili da inquadrare, restio a essere inscritto in un genere specifico e riluttante nel creare quel rapporto affettivo continuo con lo spettatore tipico del medium seriale: non esistono, infatti, in The Twilight Zone personaggi o trame orizzontali, ogni episodio è autoconclusivo e cambia totalmente ambientazione e protagonisti. L'unico trait d'union, oltre alla breve presentazione generale di ogni episodio (nella serie originale fatta da Rod Serling stesso), è sempre stato un preciso mood, squisitamente grottesco e piuttosto ansiogeno, un vero e proprio marchio di fabbrica rimasto indelebile.
E così, nel 2019, a 60 anni di distanza dall'originale, ci troviamo di fronte al ben quarto revival della serie, con al timone nientepopodimeno che Jordan Peele, figura centrale della progetto nonché produttore esecutivo e nuovo presentatore. La regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, questa quinta dimensione è di nuovo tra di noi, e il suo fascino si riconferma irresistibile.

C'è ancora posto?

Un dubbio però immediatamente viene alla luce: nel panorama odierno c'è ancora spazio per The Twilight Zone? La risposta non è tanto banale, in quanto prodotti dalla medesima impostazione (da Black Mirror a Philip K. Dick's Electric Dream) ormai non vengono più percepiti come una novità così rivoluzionaria né tantomeno unica o peculiare. La fantascienza è stata sviscerata in un'infinità di direzioni, siamo abituati a mettere in discussione la realtà che ci circonda e a temere le orribili prospettive di futuri sempre più distopici e folli, vengono persino messi in dubbio il nostro ruolo e la nostra stessa identità. Che spazio di manovra può mai avere al giorno d'oggi un revival di The Twilight Zone? Lo stesso spazio che si è sempre ritagliata, poiché il concept di Serling è semplicemente senza tempo: il punto non è mai stato la fantascienza nuda e cruda, anzi i temi fantascientifici classici sono sempre stati poco sfruttati, ma l'incontro tra persone normali e l'ignoto in tutte le sue forme.
Nessun superpotere, nessuna grande impresa, ma persone ordinarie alle prese con situazioni tutt'altro che ordinarie, all'apparenza assurde e paradossali, in cui ogni cosa diventava possibile. L'immaginazione nel suo stato più primordiale, che continuamente mette alla prova l'uomo e la sua tenuta mentale, ponendolo dinanzi a delle scelte, spesso nascondendo una morale di sottofondo, questo era Ai Confini Della Realtà. È un'idea universale che funziona sempre e comunque, poiché basata su un sentimento - il timore dell'ignoto - con cui tutti possono immedesimarsi, e che in chiave odierna si distanzia quanto basta dalla critica alla tecnologia di Black Mirror o a quella sociale portata dall'adattamento dei racconti di Dick. Questa è la grandezza in particolar modo della serie originale e del suo primo revival, datato 1985, uno spirito, un'eredità netta che Jordan Peele sembra aver pienamente compreso.

C'è sempre posto

The Twilight Zone si è ripresentato sulle scene in questo 2019 con un'eccelsa dimostrazione di forza e concretezza, una doppia premiere che ha messo in luce fin dalle prime battute la tanto attesa atmosfera disturbante e ansiogena tipica della serie: nella prima puntata uno stand-up comedian dilettante (interpretato da Kumail Nanjiani) deve riflettere su cosa è disposto a sacrificare - o sarebbe meglio dire cancellare? - pur di avere successo, mentre la seconda è incentrata sulla scoperta, da parte di un passeggero (Adam Scott), che il suo volo è destinato a svanire nel nulla in un'interessante rilettura del celebre racconto di Richard Matheson (oltre che un omaggio a uno degli episodi più riusciti della serie originale).
Il risultato è precisamente quello che ci si aspetterebbe da un The Twilight Zone contemporaneo, ovvero ammodernato sotto ogni punto di vista, a partire da alcune interpretazioni già notevoli e la straordinaria fisicità di Jordan Peele nelle vesti di presentatore, fino a giungere a una regia che, seppur senza guizzi di esplosiva creatività, fa il suo dovere. Il fascino di quella intuizione magistrale avuta da Serling è ancora vivo e vegeto, l'incontro con l'ignoto riesce perfettamente a provocare nello spettatore la giusta dose di angoscia e timore e magari a porgli la scomoda domanda "Avresti fatto qualcosa diversamente?".
Tutto dovrà, però, reggersi sulle capacità degli sceneggiatori di creare storie continuamente intriganti, capaci di veicolare a una nuova generazione ciò che The Twilight Zone ha rappresentato e rappresenterà per l'intero medium. Per adesso, la regione tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere è tornata, e non possiamo che esserne esaltati.