The L Word: Generation Q: su Sky il sequel della serie dai temi LGBT

Torna l'iconica serie tv arcobaleno con nuovi drammi personali, affari di cuore, volti conosciuti e nuovi personaggi!

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Ci sono serie tv che hanno fatto la storia della televisione. Alcune di esse hanno rivoluzionato un genere, altre hanno semplicemente fatto leva sulle coscienze dei suoi spettatori al momento giusto, rappresentando per loro un punto di riferimento importante. Per gli individui che si sentono rappresentati così tanto da una serie - com'è avvenuto con The L Word per la comunità LGBT - un sequel può sembrare un ottimo modo per rendere nuovamente attuale la discussione sulla legittimità di ogni tipo d'amore, in una società che spesso ne sente ancora il bisogno. Ma quanto è valido il seguito di questa serie di nicchia degli anni 2000? Ecco le nostre impressioni sul Pilot di The L Word: Generation Q!

Un sequel dal notevole bagaglio emotivo

I fan delle serie tv sanno quanto un sequel possa rappresentare un rischio per la qualità del prodotto. Riproporre una trama simile e personaggi già incontrati in passato può mettere a repentaglio la crescita del prodotto originale, oppure riportarlo alla luce, dandogli nuova vita. The L Word: Generation Q ha un valore che va al di là della necessità di concludere la storia o di permettere alle protagoniste di dire ancora qualcosa. Il sequel - nato come idea embrionale nel 2008 e uscito su Sky Atlantic solo nel 2020 - riporta sullo schermo le vite e le carriere di tre personaggi iconici della serie del 2004: Bette Porter (Jennifer Biels), Alice Pieszecki (Leisha Hailey) e Shane McCutcheon (Katherine Moennig).
La prima, impegnata nella campagna per il ruolo di sindaco della città di Los Angeles, si trova ad affrontare le difficoltà rappresentate dalla propria vita personale, della propria carriera in politica e dalla crescita della figlia adolescente Angelica (Jordan Hull).

Alice è finalmente riuscita ad avere un proprio talk show televisivo, mentre Shane torna a L.A. per quella che sembra essere una crisi con la moglie. La serie segue le loro vite, affiancando a questo elemento di familiarità anche la freschezza di nuovi personaggi.

È impossibile considerare il Pilot di The L Word Generation Q senza comprendere il successo avuto dalla serie originale e ciò che ha rappresentato per i suoi spettatori.
Considerato singolarmente, questo sequel sembra non aver ancora molto da dire, teso tra la nostalgia per le stagioni passate e la voglia di affrontare una nuova avventura. Si pone tuttavia come una discreta introduzione per un progetto potenzialmente interessante.

La presentazione dei personaggi, vecchi e nuovi, è stata gestita validamente, sia per riproporre una maturazione delle figure più iconiche di The L Word, sia per lasciare spazio a volti più giovani. L'elemento centrale è senza dubbio il ritorno delle protagoniste Bette, Alice e Shane, che riescono a ristabilire in poche scene l'intesa dimostrata negli anni 2000. I loro personaggi sembrano essere cresciuti, ma si mantiene forte la loro caratterizzazione. Lo stesso carisma non si riesce ancora a notare nei nuovi personaggi, che faticano a emergere in una puntata come questa, nonostante in loro si intravedano già molte potenzialità.

Il Pilot offre dunque pochi elementi per giudicare quanto sia forte l'intenzione di rispettare i toni della serie originale o quanto possa essere valida la sceneggiatura. Non è facile nemmeno capire quanto questo sequel sia necessario: nonostante la bizzarra conclusione di The L Word, che ha certamente sollevato molti interrogativi, non sembrava esserci molto altro da aggiungere a una serie già così sfaccettata. Molte cose sono accadute nelle 8 stagioni andate in onda dal 2004 al 2009 - tra relazioni iniziate e finite, lutti, nascite e scontri - che sembra incredibile pensare a un modo in cui Generation Q possa davvero essere innovativo.

È tuttavia innegabile il valore emotivo di un progetto di questo tipo. The L Word è stata una serie fondamentale per le generazioni che desideravano identificarsi in qualcosa e sentirsi liberi di essere se stessi in una società ancora opprimente. Incentrata sulla vita, gli amori e le carriere di alcune donne (e uomini) appartenenti alla comunità LGBT, The L Word ha abbattuto molti tabù, non sempre dando una rappresentazione corretta o approfondita della sua comunità di riferimento, ma riuscendo in qualche modo a normalizzare un concetto di amore non da tutti accettato.

Nonostante i suoi numerosi difetti, tra cui colpi di scena a volte un po' assurdi, un finale controverso e aspetti che avrebbero meritato un maggiore approfondimento, The L Word è stata importante per il pubblico a cui era rivolto, in un tempo in cui parlare di omosessualità era necessario.

Sequel sensato o progetto superfluo?

La notevole importanza avuta nel 2000 da The L Word non può non inserirsi in una riflessione sul suo valore sociale e sulla rappresentazione della comunità LGBT al giorno d'oggi. The L Word: Generation Q potrà pure non essere un progetto innovativo o qualcosa di cui il pubblico sentiva il bisogno, ma dà vita a delle analisi che in tempi moderni sembrano ancora necessarie. Le conquiste ottenute dalla comunità sono state numerose, ma non devono essere date per scontate e gli esempi di odio che non mancano di riempire le pagine dei giornali ne sono la prova.

Qualunque prodotto televisivo insegua l'obiettivo di dare visibilità alle problematiche della comunità ha un nobile intento. The L Word: Generation Q è soprattutto questo, proprio perché nasce da una vecchia serie che ha fatto, a modo suo, la storia. Riproporla agli spettatori significa che le cose da dire sono ancora tante, per affermare che l'amore è amore, in tutte le sue manifestazioni, sfumature e problematiche. Starà a questo sequel provare la propria stessa validità anche come prodotto a se stante.