True Detective: recensione in anteprima della terza stagione

Abbiamo visto in anteprima i primi cinque episodi della nuova stagione della serie HBO creata da Nic Pizzolatto.

first look True Detective: recensione in anteprima della terza stagione
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Dopo l'accoglienza piuttosto negativa riservata alla seconda stagione di True Detective uscita nel 2015, Nic Pizzolatto si è preso una pausa di quasi quattro anni per riordinare le idee e tornare ai fasti del primo arco narrativo, che nel 2014 con Cary Fukunaga alla regia e Matthew McConaughey e Woody Harrelson nei ruoli principali aveva sostanzialmente cambiato le regole della televisione, dandole più che mai un look cinematografico. Non è che ci fosse qualcosa di così sbagliato nell'intricata e oscura vicenda dei detective Ray Velcoro (Colin Farrell), Ani Bezzeridis (Rachel McAdams), Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) e del gangster Frank Semyon (Vince Vaughn); semplicemente una struttura più canonica rispetto a quella della prima stagione ha deluso il pubblico. In arrivo su Sky Atlantic in contemporanea con gli USA il 14 gennaio, questa terza stagione sarà più simile alla prima oppure no? Vediamolo insieme.

Una produzione irta di ostacoli

Nei quattro anni tra la fine di True Detective 2 e l'arrivo True Detective 3, ne sono successe di cose: se la produzione della seconda stagione è stata troppo affrettata - a detta di HBO, per sfruttare il successo della stagione inaugurale - quella della terza ha dovuto resistere a non pochi problemi. Ad esempio, il regista Jeremy Saulnier ha abbandonato la produzione dopo aver diretto solo i primi due episodi, ufficialmente perché i tempi di lavoro si sarebbero dilatati troppo rispetto al previsto (ma alcuni parlano di inconciliabilità tra lui e Pizzolatto). Al suo posto è arrivato Daniel Sackheim, che ha condiviso la direzione dei restanti sei episodi con lo stesso Pizzolatto.

Se (gran) parte del merito del successo della prima stagione di True Detective va dato alla continuità - in fatto di storytelling, regia, stile - portata da Fukunaga, viene da sé che questo elemento, nelle prime cinque puntate forniteci come materiale stampa, è evidentemente assente. Quello che sicuramente non manca è la penna di Pizzolatto, sempre in cerca dei drammi personali e delle brutture dei suoi protagonisti piuttosto che delle indagini e dei misteri, ma se il grande errore di True Detective 2 è stato quello di distaccarsi troppo dalla matrice dell'originale, allora questo True Detective 3 pecca fin da subito di un fortissimo complesso di inferiorità.

Il tempo è un cerchio piatto

"Il tempo è un cerchio piatto": una delle frasi più celebri del Rusty Cole di Matthew McConaughey ha un che di ironico a ripensarci ora: dopo aver visto i primi cinque episodi di True Detective 3, infatti, la sensazione di trovarsi di fronte a un vero e proprio remake della prima stagione è fortissima, con luoghi, situazioni, eventi e perfino singole scene che sembrano riprese di pari passo da quelli della stagione del 2014.
C'è lo sfasamento temporale, il luogo geografico sembra lo stesso (prima Lousiana, ora Missouri), la comunità da ceto medio è identica a quella scandagliata dai detective Cole e Hart, e perfino gli indizi lasciati sui luoghi dei delitti sembrano simili (allora erano strani simboli di legno, qui sono bambole di paglia senza volto): tutto viene cucito addosso a un Mahershala Ali uno e trino, che interpreta lo stesso personaggio (il detective Wayne Hays) in tre diverse stagioni della sua vita. La narrazione copre tre archi temporali: nel 1980, Hays e il suo partner Roland West (Stephen Dorff) sono chiamati a investigare sulla misteriosa e improvvisa scomparsa di due bambini (entrambi figli di Tom, interpretato da uno Scott McNairy più convincente di tutti gli altri suoi colleghi messi insieme). Nel 1990, Hays vede la quiete della sua nuova vita familiare venire di colpo interrotta dalla riapertura del caso del decennio precedente. Nel 2015 troviamo un Hays ormai invecchiato che ripercorre i suoi ricordi per raccontare il caso a un giornalista.

È innegabile che il punto di vista inaffidabile del protagonista, suggestione derivata dal cinema di Christopher Nolan, sia ciò che più attira lo spettatore, da un lato amplificando l'empatia coi drammi di Hays e dall'altro lato rinvigorendo una trama non proprio esaltante. Soprattutto, è un elemento che ben si adatta alle atmosfere inquietanti tipiche della serie: il continuo e nichilistico interrogarsi sul decadimento umano - filosofico in Rusty Cole, etico in Marty Hart e spirituale in Roy Velcoro - qui assume connotati ancora più intimisti perché associato al tema della memoria, alla perdita dei ricordi, e quindi all'identità del proprio io.

Troppo familiare?

Ma è altrettanto indiscutibile come questa stagione sappia fin troppo di già visto, con questa narrazione a incastro spaccata in tre blocchi che è tanto ambiziosa quanto poco avvincente perché fin troppo diluita: la prima esperienza di True Detective bilanciava in maniera ineccepibile i suoi elementi in quanto divisa in parti uguali fra i due personaggi, e quindi due vite, due modi di pensare e di agire, due modi diversi di rapportarsi; qui c'è solo una persona, solo la sua esperienza, solo il suo punto di vista, con tutti gli altri personaggi ridotti a comprimari della sua esistenza.
Non che ci sia nulla di sbagliato o poco riuscito, per quanto gli stacchi temporali sembrino tecnicamente approssimativi (specialmente dopo quanto fatto vedere, dal punto di vista dello storytelling, da Mike Flanagan in Hill House, dove ogni stacco di montaggio era anticipato da un'azione, da una parola, da un'immagine), e il tema della demenza senile sia stato già trattato con ben altra disorientante efficacia nel recente Castle Rock.
Semplicemente quella che viene proposta in questa terza stagione è una formula più debole di quella perfetta degli inizi, e la cosa è interessante perché sembra che questo ritorno alle atmosfere originali e questa 'sottrazione' contenutistica siano stati una risposta di Pizzolatto alle critiche ricevute per la seconda stagione, che non faceva che aggiungere personaggi, sottotrame, eventi, luoghi, idee. Da un certo punto di vista è molto più facile apprezzare la sconclusionata, sfacciata, caotica, autolesionista e progressista ambizione di True Detective 2 rispetto alla decisione ben più conservatrice alla base di True Detective 3.
I fan possono stare comunque tranquilli, dato che siamo sempre a livelli molto alti rispetto alla media del panorama televisivo, e anzi è proprio ai fan della prima serie che questa terza iterazione si rivolge: l'errore a monte è stato proprio quello di voler scendere a giocare nello stesso campo di Cole e Hart, rendendo il paragone tanto inevitabile quanto schiacciante.