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Designated Survivor 2: il bilancio di metà stagione

La seconda stagione del thriller presidenziale Designated Survivor si prende una pausa di qualche mese e pone le basi per un ritorno abbastanza diverso...

half season Designated Survivor 2: il bilancio di metà stagione
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La domanda legittima che molti si erano posti quando è iniziato Designated Survivor riguardava il potenziale a lungo termine del nuovo thriller politico interpretato da Kiefer Sutherland (lo stesso attore, intervistato al riguardo, parlava della possibilità di andare avanti per dieci anni, a seconda della cronologia legata alla presidenza che Tom Kirkman ha ereditato). Come già accaduto per Prison Break - come continuare una volta che i detenuti sono evasi? - era naturale interrogarsi sul futuro della serie una volta chiusa la storyline principale del complotto che portò Kirkman alla Casa Bianca (il titolo dello show si riferisce unicamente alla situazione iniziale, ed è pertanto un po' fuori luogo un anno dopo).
A questa domanda hanno cercato di rispondere gli sceneggiatori portando a termine (o almeno accantonando per il momento) la trama orizzontale originale all'inizio della seconda stagione, per poi concentrarsi su storie multiple che si intersecano in modo più o meno esplicito, sfruttando la natura corale della serie e rendendo il tutto una versione thriller di West Wing piuttosto che un rifacimento politico di 24.
Una scelta che paradossalmente incide sia in positivo che in negativo sul difetto principale dello show: da un lato la chiusura della trama complottistica risolve il problema dell'assenza di un villain principale sufficientemente carismatico, ma dall'altro anche le storyline minori mettono in evidenza le difficoltà riscontrate dagli autori quando si tratta di fornire dei veri e propri antagonisti ai nostri eroi.

Pausa drammatica

Il che ci porta al decimo episodio della stagione, il finale midseason programmato per tenerci sulle spine in attesa del ritorno della serie nel 2018 (fine febbraio negli Stati Uniti, inizio marzo in Europa tramite Netflix).

Qui raggiungono la loro conclusione logica tutte le storyline aperte nelle puntate precedenti, dalla causa giudiziaria che coinvolge la First Lady (Natasha McElhone) al comportamento poco etico di Seth (Kal Penn, la cui presenza anche dietro le quinte come consulente, in quanto veterano dell'amministrazione Obama, continua a dare alla serie quel minimo di verosimiglianza necessaria).
Il tutto per porre le basi per uno stravolgimento narrativo, destinato (in teoria) a dare allo show uno scossone nei mesi (forse anche anni) a venire. Per valutarne completamente le conseguenze sarà necessario aspettare un paio di mesi, ma di primo acchito, al di là della funzione puramente drammaturgica come cliffhanger di metà stagione, il presunto coraggio di questo colpo di scena è in realtà un'illusione, poiché si è fatto ricorso a un espediente trito e ritrito, che forse non farà che riportarci al punto di partenza per quanto riguarda i paragoni tra Designated Survivor e altre serie dall'impostazione simile. Un passo in avanti che al contempo equivale a una decina di passi indietro.