Westworld: prime impressioni (senza spoiler) della seconda stagione

Abbiamo visto in anteprima i primi cinque episodi della seconda stagione di Westworld e possiamo già dirvi che la serie si fa più grande e ambiziosa.

half season Westworld: prime impressioni (senza spoiler) della seconda stagione
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Nel secondo dopoguerra, un signore di nome Isaac Asimov si interrogava su quale che fosse il segno caratteristico dell'umanità. Erano gli anni del boom tecnologico, delle utopie scientifiche, del sogno dello spazio. Asimov entrò prepotentemente nel discorso, elevandosi negli anni a padre della narrazione fantascientifica, teorizzando sui robot, e facendo da apripista a tutti i grandi visionari, teorici di un rapporto uomo-androide, da Philip K. Dick a Michael Crichton. Proprio da un'idea di quest'ultimo, due anni fa Jonathan Nolan e Lisa Joy sono partiti per dar vita ad un prodotto seriale ambiziosissimo per scrittura, qualità produttive e profondità filosofica. Per HBO, che ha dato vita al progetto, Westworld doveva essere una specie di contraltare sci-fi dell'altra sua serie di punta, Games of Thrones. Ne è uscito un un prodotto dall'intreccio altrettanto complesso, forse di più, maggiormente riflessivo, meno pop, meno "facile", ma dal fascino indiscutibile, intrigante, che ne ha fatto un piccolo gioiello di culto, un nuovo Lost per i più curiosi e smanettoni. Il 23 aprile su Sky Atlantic il parco riaprirà i battenti per la sua seconda stagione, di cui abbiamo visto in anteprima cinque episodi. Quella che segue sarà ovviamente una recensione priva di spoiler, ma una cosa la diciamo fin da subito: Westworld non solo mantiene l'assoluta qualità, ma vuole addirittura alzare l'asticella, verso qualcosa di leggermente diverso, di più ambizioso.

Realtà e umanità

Come si distingue ciò che è reale da una sua imitazione artificiale e qual è la differenza (se poi esiste veramente)? Westworld è un parco divertimenti spietato, un luogo dove l'essere umano può sfogare tutti i suoi istinti sommersi, un luogo dove tutto è possibile, sfogando le proprie perversioni su dei surrogati, androidi dalle fattezze umane perfette. Simulacri insensibili, succubi, innocui, oggetti da sfruttare a proprio piacimento. Ma siamo sicuri che esseri così perfetti non possano essere umani? Questa la domanda fondamentale su cui la prima stagione si basava, ed è proprio da qui, il nucleo fondante della serie, che si riparte. Si ricomincia da dove eravamo rimasti, o quasi. Il dottor Robert Ford, il visionario padre del parco, è morto, e gli host, gli androidi che animano Westworld, hanno dato vita a una violenta una ribellione sotto la guida di Dolores (Evan Rachel Wood), colei che è giunta a una piena consapevolezza della propria esistenza, della propria natura artificiale. È abbastanza immediato identificare come punto cardine della stagione questo conflitto, ma sarebbe un modo approssimativo per descrivere quello che a conti fatti è un plot enormemente più stratificato. Le linee narrative, infatti, partono da questo punto fisso per esplodere, portandoci verso lidi mai esplorati, spingendo i personaggi principali verso quest dalle finalità eterogenee, ma sempre collegate da un filo invisibile. Ancora una volta possiamo apprezzare la costruzione di un mondo impeccabile, un meccanismo perfetto, le cui parti si incastrano con naturalezza. Ancora una volta, la narrazione è strutturata su diversi piani temporali, che sta a noi rimettere al loro posto.

Pensiero e azione

In questa seconda stagione l'incedere diventa meno contemplativo, i ritmi più serrati; chiaro, non si parla di uno stravolgimento totale, pur sempre di Westworld stiamo parlando, ma l'ombra lunga di una guerra inevitabilmente porta in seno una svolta action più marcata. Si spara probabilmente di più, e non solo, ma questo non intacca la profondità del sottotesto tematico. Le riflessioni sul libero arbitrio, la coscienza, l'identità umana, la vita androide, tutto è ripreso e portato avanti, esteso, problematizzato, non risultando mai banale o poco originale. Così come non mancano gli spunti più squisitamente ludici, tra misteri da scovare, momenti esaltanti e colpi di scena inaspettati, che rendono la serie un gioiello anche sul fronte del puro intrattenimento. Un prodotto a metà strada tra l'autorialità e il mainstream, come già a suo tempo fece il suo padre spirituale Blade Runner. Ma non di sola trama o filosofia vive Westworld. Come abbiamo imparato dalla prima stagione, infatti, tutto parte dal lavoro svolto sugli abitanti di questo affascinante mondo. Stratificati, sfaccettati, mai graniticamente monodimensionali. Uomini o macchine, non importa se dotati di un vero passato o solamente di backstories scritte per fini di spettacolo: i personaggi agiscono secondo dei principi coerenti, verso quelli che sono i propri obiettivi. Che sia un senso di rivalsa o di vendetta, la ricerca della propria identità, un modo per colmare un senso di vuoto, o qualcosa di più materiale come il ritrovamento di un figlio, macchine e uomini perdono le proprie differenze, rimangono solo quelle strutturali, di carne e metallo. Alla fine cosa c'è di più umano che avere dei desideri?

Il fascino della tecnica

Confermandosi un progetto sul quale HBO punta tantissimo, anche in previsione della fine di GoT, la scrittura è supportata da valori produttivi di primissimo livello. Come dicevamo in apertura, questa seconda stagione ha una natura spiccatamente più ambiziosa, con una narrativa che si estende, si apre a scenari inediti e diversificati, primo tra tutti un certo mondo giapponese già annunciato da tempo, che necessitano uno sforzo ulteriore sul versante tecnico e artistico.
Paesaggi mozzafiato, una regia solida che riesce a concedersi dei tocchi di classe notevoli, una grande colonna sonora e in generale un'attenzione particolare per la messa in scena concretizzano e danno una forma viva alle idee alla base della serie. Un prodotto giunto a una piena maturazione, complesso, strutturalmente solido, pieno di idee e che non ha paura di andare oltre se stesso, di osare. Nel 2018 è quasi buffo ormai, ma se ci fosse il bisogno di ripetere quanto ormai la serialità di alto livello non abbia nulla da invidiare al cinema, Westworld è qui ancora una volta a fare da testimonial.