A Casa Tutti Bene: Gabriele Muccino ci racconta la sua prima serie Sky

Gabriele Muccino e il cast di A Casa Tutti Bene ci parlano della serie che andrà in onda con le sue prime due puntate dal 20 dicembre su Sky.

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A casa tutti bene torna, ma questa volta in versione seriale. Nel 2018 Gabriele Muccino portava sul grande schermo le nevrosi e i segreti di una famiglia composta da un cast di volti italiani, riuniti per i festeggiamenti delle nozze d'oro dei personaggi di Stefania Sandrelli e Ivano Marescotti, ma destinati a scoprire quelle crepe per troppo tempo taciute. Un film che riscosse un successo ingente di pubblico e botteghino, portando il suo autore al riconoscimento del Biglietto d'Oro consegnato durante la cerimonia dei David di Donatello.

La volontà di Muccino, che grazie a Sky ha potuto sviluppare il nuovo progetto, era quella di raccontare con lo stesso pattern della pellicola una storia di famiglia e infelicità, come affermato da lui stesso durante la nostra intervista. Intanto noi vi lasciamo le nostre prime impressioni su A Casa Tutti Bene. Lo show, più della pellicola da cui prende ispirazione, aggiunge all'elemento famiglia una nota di intrigo, dovuta a un'eredità che creerà scompiglio tra i Ristuccia, scatenando risentimenti e gelosie. La serie, composta da otto puntate, arriva dal 20 dicembre su Sky. Se volete scoprire le altre uscite del mese ecco il catalogo di dicembre 2021 di Sky e NOW.

Gabriele Muccino: tra cinema e TV

Everyeye.it: Sei sempre stato un regista dai grandi cast corali. Pensi che questa attitudine si abbini bene alle serie tv?
Gabriele Muccino: Immagino di sì, visto il risultato! Lo dico perché ho affrontato ora questa esperienza, l'ho anche fruita vedendo già tutti gli episodi uno di seguito all'altro. Anche il mio modo di entrare in maniera diretta nel cuore della scena senza preamboli e in modo incalzante ha contribuito alla realizzazione, perché si lega poi all'animo dei personaggi. Questo dona alla serie un grande dinamismo che diventa però anche nevrotico.

Sono personaggi figli di una nevrosi, di un'inquietudine che la macchina da presa prende e traduce in modo forte, foriera di infelicità. Perché quello che sicuramente si può dire è che tutti i protagonisti sono alla ricerca della felicità, ma il percorso è impervio e viene o ostacolato o sabotato dalle loro stesse attitudini. È una fotografia su una vita difficile che i personaggi affrontano, nonostante le loro ambizioni e i buoni propositi.

Everyeye.it: Felicità che invece tu hai trovato se pensiamo al successo sul grande schermo di A casa tutti bene. Cosa ti aspetti invece dal pubblico per ciò che riguarda la serie? Prospetti la stessa accoglienza o sei preoccupato?
Gabriele Muccino: Ho smesso di preoccuparmi da diverso tempo. Se devo dire la verità il botteghino spaventa di più rispetto ad un'esposizione come questa, perché lì si tratta di biglietti strappati, di gente che esce di casa e va fisicamente a investire il proprio tempo e i propri denari per il tuo film. Quindi in tre giorni è come se ti giocassi l'esito dell'intera opera. In questo caso sento che il tempo di fruizione è più dilatato, non è solamente nelle quattro serate prestabilite.

C'è la possibilità di poter rivedere la serie in un secondo momento, quando gli spettatori vorranno e quante volte vorranno. È un contenitore che ti dà generosamente la possibilità di amare e di agganciarti ad una serie oppure smettere di amarla e quindi anche di seguirla. Penso che questo show sia incalzante, portatore di empatia verso i personaggi che racconta, e che perciò il pubblico sentirà fortemente l'energia che scaturisce e in cui è facile riconoscerci.

Everyeye.it: Nella seconda puntata di A casa tutti bene un bambino chiede al padre che cos'è un regista. Se lo chiedessero a te, cosa risponderesti?
Gabriele Muccino: Il regista è colui che permette agli attori di vivere un pezzo di vita. Un momento che riproduce qualcosa che il regista ha vissuto o ha osservato o sente la necessità di far vivere. È la prosecuzione naturale del regista che si manifesta sotto altre spoglie, con gli attori che diventano strumenti necessari perché a loro affida la narrazione. E di conseguenza l'emotività, la ritmica, la capacità di vivere la scena invece che simularla, rendendola vita.