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La Casa di Carta 5: abbiamo intervistato Berlino, Manila e Arturo

In occasione dell'uscita del series finale, abbiamo discusso con Pedro Alonso, Enrique Arce e Belen Questa della portata del fenomeno de La Casa di Carta.

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Oggi arriva su Netflix il finale de La Casa di Carta e abbiamo avuto modo di intervistare tre dei principali attori del cast. Stiamo parlando di Pedro Alonso (Berlino), Belen Cuesta (Manila) ed Enrique Arce, portati a Roma dal colosso dello streaming per presentare la fine di uno dei più grandi eventi seriali di sempre. Che poi proprio fine non sarà, in realtà, dato l'annuncio dell'arrivo di uno spin-off proprio dedicato a Berlino e anche di un remake sudcoreano con l'attore di Squid Game, Park Hae-soo.

Difficile d'altronde non cavalcare l'onda del fenomeno de La Casa di Carta, e questo anche e soprattutto a fronte della fine della serie madre, uno dei primissimi show europei a deflagrare globalmente come uno dei titoli più di successo della piattaforma. Di questo e dell'evoluzione dei rispettivi personaggi abbiamo parlato con il trittico di star del piccolo schermo.

Matrioske e insetti per Berlino

Everyeye.it: Uno degli elementi che ho trovato più affascinanti nella gestione del personaggio di Berlino è il fatto che la sua introspezione cominci dopo la sua morte, quasi fosse un percorso di scoperta retroattiva di chi fosse realmente Andres. Sei contento e soddisfatto della gestione di Berlino e di questo suo muoversi nel passato andando comunque a influenzare il presente? Oppure hai qualche rimpianto?
Pedro Alonso: Allora, non hai idea di cosa tu sia riuscito a dire con le tue parole. Perché il personaggio era una vera bestia nelle prime due stagioni, covava una rabbia molto potente. All'improvviso muore e la serie finisce, ma dal nulla Netflix ci propone di girare il prosieguo. È in quel momento che Alex Pina, autore della serie, dice "no, non possiamo assolutamente resuscitare Berlino, andrebbe contro il canone e la credibilità dello show e anche quella del pubblico, tradendolo". Ho subito pensato avesse ragione, nonostante avessi delle mie opinioni dato che riuscivo comunque a figurarmi un modo per resuscitare una persona, il come riportare in vita Berlino.

Ma è anche vero che il nostro compito è reinventarlo. Fin lì avevamo visto solo una prima parte del personaggio e potevamo andare ad aprirlo come una matrioska per ricercare tutto quello che c'era ancora dentro - come hai detto anche tu -, e poi scavare e scavare ancora, sempre più a fondo, finché io stesso sono arrivato a pensare di interpretare personaggi diversi. In termini emotivi o relazionali, seppure molto sentito, il primo Berlino non ha nulla a che vedere con i successivi. È come se fossero dei vasi comunicanti, dove i vasi rappresentano però diversi momenti della vita di Berlino.

E dico questo perché vivo la vita allo stesso modo. Ho molti ricordi di come sono stato. E sono stato molti me. Allora ti chiedi "credi nella reincarnazione?", e la risposta è sì, perché nella mia vita ne ho già avute di diverse. E con Berlino succede la stessa cosa. Tutto quello che esiste nella zona di comfort è spesso doloroso, ma narrativamente è una buona cosa, e quando qualcuno fa caso a tutto questo dico solo grazie, perché inizialmente avevo molta paura. Lo dissi ad Alex Pina: non so quanto possa essere in grado di reggere il personaggio nel passato.

Perché narrativamente un flashback è spesso un male, dato che si pensa che la decisione di tornare al passato sia dovuta all'impossibilità dell'azione presente di spiegare alcune cose. Ma qui il tipo di storia ti permette di tornare indietro come in Benjamin Button, no? E devo dire che questa scelta mi ha portato a cose molto interessanti, cose davvero belle.

Everyeye.it: Sai, sono molto d'accordo con Berlino quando dice che la morte è orribile solo se non si è vissuto davvero, essendo un concetto a priori...
Pedro Alonso: Mi piaci!

Everyeye.it: E poi il tuo è anche un personaggio di grande attrattiva, carismatico e con una capacità oratoria notevole, specie quando giustifica il proprio modo di vivere, le sue azioni, quel "noi ladri siamo paladini della libertà".

Pedro Alonso: Sai, ci ho pensato molto a questa frase.
Everyeye.it: E allora voglio chiederti: cos'è per te la libertà? Ti senti libero umanamente e anche lavorativamente parlando?

Pedro Alonso: Bella domanda, questa è seria eh? Allora... Quanto più cerco di comprendere la vita, comprenderla nella sua totalità, quanto più quello che comprendo è che siamo appena degli insetti. Anzi meglio, delle mosche. Pensiamo di essere chissà chi o fare chissà cosa, con le nostre prospettive, e poi proprio come le mosche andiamo a sbattere contro un muro senza accorgercene. In questo momento della mia vita sento che le cose sono migliori. Sai, le qualità non sono né buone né cattive, nessuna lo è, è solo una qualità.

Ma intorno alle qualità si ergono montagne di macerie e di spazzatura. Prendiamo l'essere un maschio, che di per sé non è né buono né cattivo, però intorno a questa qualità si sono create nel tempo paura, abuso, controllo, e l'essere maschio è diventato improvvisamente nel tempo qualcosa di mostruoso. Personalmente credo di avere diversi strumenti. Ho un coltello per tagliare la gola alle mie aspettative e un martello per eliminare tutta la lordura che corrode nel profondo la qualità di tutte le cose. E penso che tutto sia buono e tutto sia cattivo, che ogni cosa sia piena di ricchezze, se solo noi siamo capaci di eliminare tutta la spazzatura che le circonda.

Everyeye.it: Bellissima risposta. Ultima domanda: da diretto protagonista e anche fruitore di Netflix e della serie, immagino...
Pedro Alonso: No no, io ho Netflix pirata! (scherza, ndr)

Everyeye.it: La casa di carta e il fenomeno che essa rappresenta hanno sdoganato un modo di vivere e vedere la serialità differente da quello più classico e di matrice inglese o americana? Sai, anche un linguaggio differente, un discorso legato alla possibilità di vedere una serie in lingua originale che non sia l'inglese in tutto il mondo, anche per un pubblico spesso abituato al solo doppiaggio.
Pedro Alonso: Sì, comunque il doppiaggio della serie c'è in moltissimi paesi. Ma sì, io sono anche spettatore di questo momento di transizione, ovviamente. E più di una volta ho pensato che la serialità sta passando quello che succedeva nell'ottocento con i romanzi a episodi. Charles Dickens pubblicava spesso le sue opere sui giornali, e lo faceva proprio a episodi. Certo non tutta la fiction presente è buona, ma ormai si può aspirare a qualsiasi cosa. Ci sono poi prodotti davvero scarsi ma anche titoli di una qualità narrativa straordinaria. Magari mi sbaglio e sono troppo avventato, ma penso che se Shakespeare fosse ancora in vita, allora anche lui farebbe fiction. Quindi sì, è un momento davvero affascinante in termine di creatività televisiva.

Il gioco di Arturo, l'impegno di Manila

Everyeye.it: Dunque, Enrique. Il tuo Arturito è un personaggio molto sfaccettato. Da una parte vive il complesso dell'eroe a tutto tondo, dall'altra rappresenta un sincero esempio di egoismo e ipocrisia. Come hai vissuto questo percorso interpretativo? E cosa salveresti e invece condanneresti di Arturo?
Enrique Arce: Ho vissuto questo personaggio in modo pazzesco. Un personaggio caotico figlio della scrittura volutamente caotica degli sceneggiatori. Non sai mai dove vuole andare a parare. Tra l'altro Arturito non fa parte delle banda e per questo è un personaggio più libero e svincolato, con più implicazioni e più sfaccettature. Prendendo un po' in giro gli autori, gli dicevo che scrivevano Arturo alla fine della giornata, quando erano stanchi, dopo essersi bevuti una birra o fumato uno spinello. Cosa salverei di lui? Senz'altro il divertimento nell'interpretarlo, perché mi sono davvero divertito molto. E grazie a lui sono anche riuscito ad affrontare il mio ego e difendermi. Quindi è stato un buon esercizio di codardia ma anche di coraggio, allo stesso tempo.


Everyeye.it: Belen, anche Manila è un personaggio molto interessante. specie nel suo rapporto con Denver e la propria sessualità. Diverse scelte sembrano prese proprio per amore di Daniel, come quella di prendere parte al colpo del secolo. Cosa pensi ti accomuni di più al tuo personaggio? E com'è stato per te vestire i panni di una rapinatrice trans, specie di questi tempi in cui i diritti civili delle comunità LGBTQ+ sono al centro del dialogo sociale e politico mondiale?
Belen Cuesta: Quando mi hanno offerto il ruolo di Manila, c'è stato un grosso dibattito con la produzione e con la direttrice del casting. Si è anche parlato con diversi associazioni, soprattutto per capire perché si volesse rappresentare proprio questo personaggio e perché fossi stata scelta proprio io a farlo. Certamente un motivo di questa caratterizzazione e che Netflix distribuisce il prodotto in molte parti del mondo dove l'omosessualità o la transessualità sono considerate un reato.

Ma comunque la Vancouver ha spesso lavorato con transessuali e personaggi simili, ma comunque il personaggio che interpreto resta una donna, non importa quale sia il suo passato perché si è sempre sentita donna. Per me è stato importante questo, perché per me l'interpretazione è stato molto intensa, avendo anche rappresentato il passato di Denver e la relazione con lui, ma anche la debolezza del personaggio, una donna con il coraggio di essere se stessa e di vivere onestamente anche i propri sentimenti.