Netflix

After Life 3 Recensione: l'ultimo capitolo del lutto visto da Ricky Gervais

L'ultima stagione di After Life è altalenante e a volte un po' deludente, ma l'estro di Gervais e un finale semplicemente maestoso salvano l'insieme.

After Life 3 Recensione: l'ultimo capitolo del lutto visto da Ricky Gervais
Articolo a cura di

Giunta alla sua conclusione, ci sentiamo sicuri nell'affermare che After Life sia una strana creatura, certamente incapace di conoscere vie di mezzo proprio come il suo deus ex machina, Ricky Gervais. E non è per forza da intendere come qualcosa di negativo, anzi, fa parte del suo genio affascinante e controverso il rifiutare compromessi e andare avanti con precisi messaggi, stili e linguaggi. È ciò che ha reso di lui una delle personalità più adorate e riconoscibili dello show business, venerato da milioni di fan per il suo black humour e la totale mancanza autocontrollo nonché odiato da altrettanti per le stesse ragioni. After Life è così, parlerà in maniera paradisiaca ad una fetta di pubblico che citerà allo sfinimento alcuni monologhi corrosivi del protagonista e sarà mal digerito dal resto che non vuole sentirsi dire come la gentilezza o la lotta per le cause benefiche siano solo menzogne per farci stare meglio.

Se ci seguite da un po' saprete che noi siamo sempre stati diligenti sostenitori del primo gruppo, per cosi dire. La terza ed ultima stagione di After Life si è rivelata, però, la peggiore della serie Netflix, un coacervo mal assortito di more of the same e il fallimento nel creare un mondo attraverso questi personaggi. Tuttavia, Gervais rimane un geniaccio assoluto, anche solo per il maestoso finale che è riuscito ad architettare per la sua creazione.

Un ultimo giro

Ma procediamo con ordine: come già messo in evidenza nelle nostre prime impressioni su After Life 3, il protagonista totale della serie è sempre Tony (interpretato dallo stesso Gervais), ancora in lutto tremendo a causa della morte della moglie Lisa (Kerry Godliman). Nonostante la pseudo-relazione con Emma (Ashley Jensen) che sembrava un po' scuoterlo dal torpore fatto di depressione e bottiglie di vino scolate davanti ai vecchi video di Lisa, in realtà la situazione rimane estremamente difficoltosa. Tony non vuole e non riesce ad andare avanti e, per quanto le più disturbanti tendenze suicide siano ormai un lontano ricordo e riesca a trovare delle piccole gioie anche nel suo lavoro come giornalista di una piccola cittadina, lo stare finalmente meglio è sempre di più un lontano miraggio, reso più vago dalle sue immancabili sfuriate di rabbia acida.

Ora, il grande problema di After Life non è mai stato il contenuto delle puntate o la struttura in sé della serie, ma il generale immobilismo tematico, che se da una parte è perfettamente comprensibile viste le delicate corde dell'animo umano toccate dalla sceneggiatura, dall'altra sono insoddisfacenti quando vengono legate ad una struttura seriale. Il format di questo medium, infatti, richiede volente o nolente una continua progressione, a meno che non si tratti ad esempio di sitcom animate come I Simpson o I Griffin, dove alla fine dell'episodio di turno deve tornare tutto all'insormontabile status quo.

After Life non è mai riuscita a fare questo passo, fin dalla scorsa stagione - se volete c'è sempre tempo per recuperare la nostra recensione di After Life 2. Dopo uno straordinario e sorprendente esordio, la black comedy di Netflix si è semplicemente adagiata sugli allori e non è riuscita a costruire qualcosa di diverso sull'idea di base, preferendo girare intorno al problema e confidare nell'infinita vena sarcastica di Gervais, che non smetterà mai di trovare nuovi bersagli e annichilirli in maniera squisita.

Se non in rarissimi momenti, insomma, le tre stagioni dello show sono virtualmente e paradossalmente indistinguibili quando guardate con un occhio anche solo un po' distratto, qualcosa che va oltre il fondamentale e sacrosanto diritto ad una coerenza artistica interna. Anche questo atto finale non muta le carte in tavola, è un more of the same a tratti addirittura peggiore in quanto riutilizza stessi ed identici passaggi essenziali delle precedenti stagioni, come ad esempio un rinnovato dialogo sull'importanza di fare cose buone per gli altri. Sono momenti cui abbiamo già assistito e che Tony ha già messo in atto, ma After Life continua a riprorporli quasi uguali, con l'inevitabile conseguenza di perdere forza e impatto emotivo. E se molte sequenze perdono la loro capacità comunicativa, cosa resta?

Un finale unico e irripetibile

L'altro problema impossibile da ignorare è la convinzione irremovibile di Gervais, sinceramente conquistato dal piccolo universo da lui creato. Ciò si traduce, fin dalla seconda stagione, in una smania di dare attenzione e minutaggio a diversi personaggi secondari, con le loro vite e le loro storyline, da Lenny (Tony Way) alla vita sentimentale di Kath (Diane Morgan). E sono indubbiamente la parte più debole del prodotto, alquanto scialbi e mediocri nel bucare lo schermo, o perlomeno tanto utili e calibrati alla perfezione come sparring partner, per cosi dire, del protagonista quanto dimenticabili nel momento in cui si prendono le luci della ribalta.

Queste ambizioni, ancora più presenti nella terza stagione, falliscono abbastanza clamorosamente, finendo per essere molto spesso dei noiosi e poco ispirati siparietti soprattutto se messi a paragone con i vivaci e sentiti monologhi di Tony. Non si può vedere queste ultime puntate,lanciare poi uno sguardo all'intera serie e non pensare che come lungometraggio avrebbe dato il meglio di sé, senza ripetizioni futili, scene ripetute davvero troppe volte e la fastidiosa sensazione che nulla si stia muovendo. Detto ciò, sarebbe comunque errato convincersi del fatto che After Life sia diventata improvvisamente una serie noiosa da guardare o insufficiente e monocorde, con nulla da dire.

Infatti tutti gli aspetti che hanno decretato il successo della comedy sono sempre presenti e non concedono un millimetro sulla loro strabordante piacevolezza: i ricami di Tony permangono stupefacenti e crudeli, i video con Lisa sono di una dolcezza genuina fuori scala, i momenti in cui il protagonista, usando ogni sua forza e reprimendo ogni istinto, allunga una mano d'aiuto ai colleghi e conoscenti si confermano dei quadretti superbi; è tutto presente a prescindere, solo che sono precisamente gli stessi punti di forza, che però lo spettatore ormai già conosce.

Il voto positivo si regge allora solo su un aspetto, su un episodio conclusivo maestoso, che è più un ritratto eccezionale ed entusiasmante dove improvvisamente le idee di Gervais si allineano e formano per un'unica volta il microuniverso di cui si era tanto innamorato. E solo quella mezz'ora vale ampiamente il prezzo del biglietto, peccato non sia stata accompagnata da una stagione altrettanto convincente, altrimenti staremmo a discutere di uno dei più immensi pezzi di storia dell'intero medium.

After Life - serie Il terzo e ultimo atto di After Life è un'operazione alquanto paradossale. Perché è chiaramente la peggiore stagione della black comedy Netflix, un more of the same stantio e ripetitivo, con schemi e scene già viste decine di volte dallo spettatore e persino un riutilizzo sconsiderato di dialoghi e conversazioni già incontrate nelle puntate precedenti. Riusate in questo modo, però, dopo aver vissuto in prima fila quei momenti e il modo in cui Tony li ha messi in atto, perdono molto del loro valore e della loro potenza comunicativa. In più, l'ambizioso progetto di Gervais di creare un microuniverso crolla sotto la piattezza dei personaggi secondari, cui viene dato molto più spazio pur essendo a tutti gli effetti la parte più debole dello show. Detto ciò, l'insieme di After Life rimane pur sempre un mix più unico che raro all'interno del panorama seriale, che si regge sulla magnifica verve crudele e sadica di Gervais. Ma la ciliegina che da sola vale il prezzo del biglietto (e praticamente l'interezza del nostro voto positivo) è un finale a dir poco sontuoso ed emozionante. Fosse stato accompagnato da una stagione all'altezza, adesso staremo discutendo di uno dei momenti più alti mai raggiunti dal medium.

6.5