Recensione Agent Carter - Stagione 1

Al termine della miniserie della Marvel, Agent Carter, è tempo di bilanci: sarà riuscita a convincere il pubblico?

recensione Agent Carter - Stagione 1
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Fabio Mucci Fabio Mucci è un superappassionato di fumetti (di ogni tipo, ma prevalentemente Marvel) e, di conseguenza, di cinefumetti. Ciò nonostante non disdegna il cinema d'autore. È un patito di GTA e sebbene non sia interessato al calcio, passa le ore a giocare a Fifa. Gestisce una pagina sui cinefumetti su Facebook: visitatela!

Agent Carter non tradisce le aspettative e si conferma una delle grosse sorprese di questo 2015. Eh si, perché quando fu annunciata, nessuno - nemmeno i fan più accaniti e di lunga data della Marvel - ci avrebbe scommesso. Invece, subito dopo la première, l'interesse generale è salito sempre di più, raccogliendo consensi ovunque (sia tra il pubblico che tra la critica) e portando la fanbase a chiedere a gran voce una seconda stagione (che, ad oggi, ancora non è stata annunciata).
Insomma un must see da non perdere (o da recuperare), che deve la sua riuscita in primis alle interpretazioni (Hayley Atwell su tutti) e, successivamente, sull'ottima scelta di realizzare una miniserie e non una tradizionale stagione completa. E mentre Agent Carter è ancora - incredibilmente - inedita in Italia, analizziamo nel dettaglio questa prima stagione, che si è conclusa martedì con un finale scoppiettante e non privo di sorprese... ma vi avvertiamo, la seguente recensione contiene qualche spoiler!

Tutti contro Howard Stark

La storia è piuttosto semplice. La nostra Peggy Carter, nel 1946 (quindi post-scomparsa di Captain America) lavora per l'S.R.R. dove, però, viene trattata al pari di una segretaria. Una sera, il suo vecchio amico Howard Stark (Dominic Cooper) la rintraccia e le affida una missione piuttosto delicata: scoprire chi ha rubato le sue armi e la sua tecnologia e, dunque, ripulire il suo nome. L'S.S.R. è infatti convinta che Stark sia un traditore e che le abbia vendute lui stesso. Per questo, Carter dovrà lavorare sempre di nascosto, tentando di non farsi scoprire dal suo capo e dai suoi colleghi.
L'obiettivo della miniserie è chiaro sin da subito: l'intento dei realizzatori è quello di mostrare i rapporti della protagonista con i vari personaggi dello show - quasi tutti uomini - e vedere come questi interagiscono con lei. Ci sono quelli che si fidano di lei (Edwin Jarvis, Stark), che credono nelle sue potenzialità (l'agente Sousa) e chi, invece, è troppo maschilista per riconoscerne i meriti (il capo Dooley, l'agente Thompson).
L'evoluzione - o meno - di questi rapporti nell'arco degli episodi è uno dei punti più memorabili della stagione. Un altro punto a favore del progetto televisivo, inoltre, è stata l'idea vincente di condensare l'intera storia in otto episodi, il che crea dinamismo e pochi momenti morti, quasi nulli. Sicuramente qualche puntata avrebbe esplorato maggiormente alcuni rapporti (quello con Angie, l'amica di Peggy, risulta a malapena abbozzata), ma avrebbe allungato il tutto a discapito del ritmo. 

Il temibile Dr. Faustus

Interessante, inoltre, aver dato alla Carter dei nemici piuttosto temibili. Stiamo parlando, ovviamente, della cara Dottie: all'apparenza una simpatica vicina di casa, in realtà un'assassina a sangue freddo. In questo aiuta l'ottima interpretazione dell'attrice Bridget Regan, i cui sguardi da psicopatica non passano di certo inosservati. Non possiamo poi non citare anche il Dr. Ivchenko - alias Johann Fennhoff/Dr. Faustus - un folle dottore che ha la capacità di controllare la mente degli altri e di fargli fare qualsiasi cosa voglia. Questi due villain regalano alcuni dei momenti più scioccanti dell'intera serie (e siamo nel campo dei spoiler): l'addestramento di una giovane Dottie, il massacro in una sala cinematografica e l'uccisione/suicidio di Dooley. Oseremmo dire, non poco per otto episodi. Da notare, inoltre, come i due riescano a sopravvivere a discapito dei buoni, che muoiono spesso e in tanti, con la promessa di vederli in un'eventuale seconda stagione dove Dottie - la prima "Vedova Nera" dell'Universo Cinematografico Marvel - potrà avere la sua vendetta su Carter e Faustus potrebbe collaborare con Arnim Zola (inaspettato quanto piacevole il cameo alla fine dell'ultimo episodio di Toby Jones) al progetto "Soldato d'Inverno" (ricordatevi che Bucky ha subito il lavaggio del cervello, una 'materia' in cui Faustus sembra essere a suo agio).
Tanti spunti interessanti che, ascolti permettendo, vorremmo vedere realizzati.

I camei

Oltre al citato Toby Jones, vale la pena ricordare anche la comparsata di Dum Dum Dugan, interpretato ancora una volta da Neal McDonough, e del creatore di buona parte dell'Universo Marvel, Stan Lee.

1946

Buona parte del fascino dell'intera miniserie, ovviamente viene dal setting. Grazie all'ambientazione nel 1946, Agent Carter permette alla crew di giocare con quegli anni, introducendo i costumi e le scenografie d'epoca che, indubbiamente, costituiscono un punto di forza nella trama. Anche la fotografia regala dei momenti molto poco televisivi (pensiamo ad alcune puntate di Agents of S.H.I.E.L.D.) e più cinematografici, e non mancano delle regie sempre dinamiche e ricercate. Interessante inoltre l'utilizzo della musica, in particolare nella scazzottata nel ristorante dove lavora Angie.
L'ambientazione, senza ombra di dubbio, permette anche agli sceneggiatori di esplorare delle situazioni ben note in quegli anni: oltre all'onnipresente maschilismo, anche la situazione femminile è descritta molto bene. Il tutto ben inserito nell'Universo Cinematografico Marvel che, oltre alle continue citazioni a Captain America (stupefacente l'apparizione dello scudo nell'episodio finale) e ai camei sopracitati, regala anche dei momenti di puro nerd-ismo come la nascita del Progetto Vedova Nera, e rimandi più o meno nascosti al futuro, tra cui la breve apparizione di Anton Vanko, il papà del futuro Ivan Vanko, il villain di Iron Man 2.

Agent Carter - Stagione 1 La Marvel fa di nuovo centro, dopo la seconda stagione di Agents of S.H.I.E.L.D: Agent Carter è una piacevole sorpresa, ricca di momenti inaspettati e di ottime interpretazioni. Su tutte, ovviamente, quella di Hayley Atwell nei panni della protagonista, senza però dimenticare la perfomance di Bridget Regan che regala non pochi brividi lungo la schiena. L'idea di raccontare l'intera storia in otto episodi è stata vincente ed, infatti, la miniserie preme il piede sull'acceleratore, senza mai rallentare nel ritmo. Promossa a pieni voti, dunque, sperando in una seconda stagione che, ad oggi, è tutt'altro che confermata.