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Alice in Borderland Recensione: il survival game di Netflix

Per entrare in questo survival game non serve niente. Per uscirne, invece, serve tutto. A mancare è un po' di originalità.

recensione Alice in Borderland Recensione: il survival game di Netflix
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Nel 2010 Haro Aso scrive Alice in Borderland, un manga che trova spazio sullo Shonen Sunday S riuscendo a coinvolgere i lettori in cerca di una vicenda fatta sì di tanto fantasy, ma che offriva una componente di suspense non indifferente. La serie, con tutte le sue particolari reference a un mondo molto giapponese e prettamente intenzionato ad accontentare un tipo di pubblico attento al mondo dei videogiochi, nel 2014 era stata adattata in un OAV di tre episodi prodotto dalla Silver Link e Connect, ma senza lasciare grande entusiasmo nel pubblico.

Con la release di quello che è stato un volume speciale, intitolato Retry, Netflix ha pubblicato la propria serie in live-action, diretta da Shinsuke Sato, composta di 8 episodi , che a fine 2020 si è distinta tra le uscite Netflix di dicembre. È giunto il momento di scoprire se l'operazione sia o meno andata a buon fine nella nostra recensione di Alice in Borderland.

Vi ricordate Battle Royale?

Ryohei Arisu (il cognome è la traslitterazione di "Alice" in giapponese, da cui il titolo), è il protagonista di Alice in Borderland. Disoccupato, Arisu ha da poco abbandonato l'università con l'unico obiettivo, nemmeno troppo preventivato, di trascorrere le proprie giornate a giocare ai videogiochi. Agli occhi dei suoi familiari è a tutti gli effetti un inetto, senza voler scomodare però paragoni più aulici che ci condurrebbero al più famoso degli inetti, Zeno Cosini: qui siamo dinanzi a un personaggio che ha fatto del suo essere nerd un vanto e uno stile di vita. Questo perché Arisu non è il classico stereotipato personaggio che si lascia cadere le briciole del cibo addosso e appoggia la lattina del soft drink di turno sul proprio addome, come farebbe un Homer Simpson qualsiasi: Arisu è il nerd che ci piace immaginare oggi, ossia quello in grado di usare la logica a proprio favore e di sfruttare la conoscenza del medium videoludico per risolvere qualsiasi situazione gli si pari innanzi.

Alice in Borderland si concentra sulla vicenda di tre amici, coinvolti in diverse prove, in veri e propri livelli da escape room che però mettono a repentaglio la loro stessa vita, mettendoli dinanzi alla risoluzione dell'enigma, alla resa o alla necessità di scegliere tra la vita e la morte. La difficoltà crescente, un sistema intricato di tipologie di sfide e l'affidarsi a delle specifiche carte francesi, metteranno a dura prova l'emotività dei protagonisti, instabili e pronti ad esplodere nel momento meno opportuno.

Dalla metropoli alla Spiaggia

Nelle prime otto puntate di questa prima stagione di Alice in Borderland entriamo in contatto con quelle che sono le regole del gioco nel quale si ritrovano invischiati i protagonisti: il survival game è ambientato in una comunità che sembra aver creato un mondo parallelo a Tokyo, che si è improvvisamente svuotata. La serie è suddivisa in due archi narrativi che sembrano quasi dialogare tra di loro solo per la presenza di Arisu in entrambi, ci ritroviamo catapultati dal primo, del quale conosciamo le tematiche e la psicologia dei personaggi, in un mondo completamente diverso, che si dimentica quasi delle regole imposte nella prima parte.

La Spiaggia, un ambiente che scimmiotta un locale aperto a Tokyo qualche anno prima, inizia a farci entrare in un contesto culturale non sempre molto vicino alle nostre idee; d'altronde la serie nasce e si sviluppa in Giappone, sposando quelle che sono le tematiche forti della loro cultura, che vanno dal sacrificio per il benessere della collettività all'amore per il prossimo. Se quindi la prima parte rivendica un action molto forte e corposo che aggiunge tensione e pathos, la seconda diventa più riflessiva, più ragionata, mettendoci anche dinanzi a delle situazioni che risulteranno ancora più al limite del credibile.

Alice in Borderland, però, in questo suo saltellare da un genere all'altro rischia di non riuscire a soddisfare chi insegue con insistenza almeno una delle due vicende: l'action può attirare una parte di pubblico, ma non è detto che poi si lasci incuriosire dalle scelte cervellotiche che arrivano in un secondo momento, così come chi decide di sposare le tematiche più sociali potrebbe ritrovarsi stranito da un'anacronistica caccia alla strega che prende parte dell'arco finale.

È indubbio che la scrittura si lascia accompagnare dall'esigenza di deporre un cliffhangher in grado poi di tenere tutti col fiato sospeso fino alla seconda stagione, ma la coerenza narrativa non si sposa con quella di genere, che risulta in diversi casi anche molto schizofrenica, con dei cambi di registro che straniscono e a volte lasciano anche abbastanza basiti.

Tanti registri, poco pubblico

Un altro aspetto da mettere sotto i riflettori riguarda le tematiche trattate nel corso del survival game. D'altronde se le dinamiche sociali ci possono interessare perché sembrerà di avere una finestra su un mondo a ottomila chilometri di distanza da noi, dall'altro lato ci sarà da tener conto che chi è avvezzo al mondo dei videogiochi troverà dinanzi a sé una sterile riproposizione di alcuni stilemi ludici che non stuzzicheranno più di tanto la curiosità, ma accontenteranno una piccola vena di fan service. Dall'altro lato chi è un po' a secco di escape room e annessi, potrà ritrovarsi a contatto con un mondo unico, nuovo, avvincente. L'opera originale, di per sé, si rifaceva già a un altro manga, scritto da Hiroya Oku nel 2000: parliamo di Gantz, che all'interno di Tokyo spingeva un gruppo di persone intrappolate in un gioco violento e mortale. Le premesse sono esattamente riproposte qui, rispettando anche alcuni stereotipi tipici della produzione fumettistica giapponese.

Al di là di Arisu, gli altri protagonisti inneggiano all'identikit dell'adolescente che cerca l'emancipazione e che, pur volendo inizialmente nasconderlo, non teme di far sapere che ha sfruttato il proprio corpo per ottenere dei vantaggi professionali, affiancati poi da un leader che diventa tale solo per il suo voler denigrare gli altri membri della squadra.

Un lavoro scolastico

Alice in Borderland già di per sé non offriva nessuno spunto originale, tanto da arrivare a raccontare vicende che abbiamo già assaporato in produzioni molto più altolocate e registicamente valide, come ad esempio Hunger Games, in grado di raccontare una civiltà completamente avulsa dal nostro mondo. L'opera di Haro Aso aveva il pregio di calare il tutto in un contesto tangibile, reale, la Tokyo di oggi, così come fatto da Gantz, ma non riesce a brillare per originalità.

Oltretutto nella serie Netflix la regia è pedissequa; non c'è la volontà di provare a sviluppare ed arricchire la base di partenza per realizzare qualcosa di più corposo. In maniera molto sterile e abbastanza banale lo show segue le indicazioni del manga, così come era già accaduto, sempre sotto l'egida di Netflix, con Death Note, dal quale, tra l'altro, arriva anche il protagonista che dà vita ad Arisu (Elle).

Ne emerge una serie fatta di situazioni forzate, di registri cambiati in maniera repentina, con assalti che non si ritrovano con quanto raccontato fino a quel momento, e a tratti anche incoerente con l'obiettivo iniziale. Alice in Borderland offre, quindi, un'esperienza nuova per chi è ancora a digiuno di Battle Royale e vuole scoprire un mondo completamente diverso, lasciandosi conturbare da alcune riprese che mostrano una Tokyo completamente vuota, palesemente realistica nel 2020 appena trascorso, che ha svuotato le strade e ha costretto tutti a barricarsi in casa nel rispetto del lockdown.

È in quegli scorci che sicuramente ci ritroveremo a bocca aperta, immaginandoci quel popoloso incrocio di Shibuya svuotato di tutto; nella realtà dalla pandemia che ci ha colpito, nella finzione da uno strano gioco che vi toccherà scoprire e indagare, non curandovi di tutte le imperfezioni della serie e andando semplicemente avanti nella visione.

Alice in Borderland Alice in Borderland è una serie che risponde alla necessità del pubblico medio di Netflix di scoprire un mondo fatto di escape room mortifere e di una comunità al di fuori del normale, che risponde alle esigenze nippofile e anche del fantasy spinto in un contesto di lockdown. Dall'altro lato, però, tutti gli spettatori attenti alle dinamiche videoludiche, o più genericamente ad enigmi ambientali e di logica, si ritroveranno dinanzi a delle reference che strizzano l'occhio al fan service, ma non riescono mai ad accontentare quanto servirebbe. Inoltre il cambio repentino di registro e alcune forzature narrative, unite a dei personaggi stereotipati, non aiutano l'andamento della vicenda, che tra l'altro non è risolutiva, in attesa della seconda stagione che, con questi presupposti, rischia di non riuscire a soddisfare chi aveva deciso di dare un'opportunità a una serie molto derivativa ed estremamente ancorata ad un manga di per sé già poco originale nei temi trattati.

5.5