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Altered Carbon: la recensione della serie sci-fi di Netflix

Le ambizioni sono altissime ma non sempre perfettamente centrate in quella che è la prima serie fantascientifica del colosso streaming.

recensione Altered Carbon: la recensione della serie sci-fi di Netflix
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Nessuno può resistere al fascino perverso dell'immortalità. È un pensiero suadente, che striscia silenzioso dentro le nostre piccole testoline umane. La possibilità di poter vivere per sempre solletica prepotentemente le nostre più profonde fantasie: chi per avarizia, chi per curiosità, chi per volontà di esplorazione, chi per semplice desiderio di onnipotenza, tutti hanno almeno un motivo per sperare in una perpetua esistenza. Un argomento affascinante, affrontato da tutte le prospettive, particolarmente caro al racconto fantascientifico in tutte le sue forme, dalla narrativa ai videogiochi, perché figlio naturale di quell'incontro tra la millenaria riflessione esistenziale sulla morte e quel progresso iper-tecnologico che ci ha sovrastato nell'ultimo secolo. Uomini e macchine non solo ci hanno permesso di fare filosofia, ma hanno reso possibile la creazione di un immaginario solido, originale, fortemente creativo, da poter plasmare a piacimento per creare meraviglie. Ritornato in auge negli ultimi anni, ha fatto gola anche al colosso dello streaming Netflix che, partendo dalla saga di romanzi fantascientifici di Richard K. Morgan, ci ha dato la sua visione del cyberpunk, Altered Carbon.

Salvare per non morire

Quale migliore modo per allontanare l'eterno riposo se non rendere il proprio corpo un semplice accessorio, superfluo al perdurare della nostra anima, della nostra esistenza? Uno dei più grandi topos fantascientifici prende vita in Altered Carbon grazie alle pile corticali, memorie artificiali nelle quali sono caricate le coscienze di ciascun individuo, digitalizzate e salvate, in modo tale da slegare l'esistenza umana dal vincolo corporale. Una sorta di immortalità potenziale ma non definitiva, perché legata all'integrità delle pile, la cui distruzione appunto porterebbe alla vera morte. Questo sistema, tanto nobile nelle intenzioni iniziali, ha però portato nel mondo un ancor più enorme squilibrio, una netta separazione tra i poveri, disperati alla ricerca di una "custodia", e i potenti, la cui forza economica ha permesso, tramite costosissimi backup dell'I.D.U., cloni e infinite custodie di riserva, il raggiungimento di uno stato di divina immortalità. Proprio l'inaspettato suicidio di uno di questi potenti dà il via alla catena di eventi della serie. Non convinto dalla dinamica, per indagare sulla propria morte il magnate Laurens Bancroft (il britannico James Purefoy) si affida ai servizi dell'ex combattente ribelle Takeshi Kovacs (Joel Kinnaman), risvegliato per l'occasione "dal ghiaccio" durato 250 anni e inserito nel corpo di un agente di polizia, Elias Ryker, dal passato controverso. Le indagini condurranno "Tak" dentro le più torbide macchinazioni di Bay City, entrando in contatto e con le intoccabili élite, e con normali persone in lotta con i propri demoni. Tra queste spicca il tenente Kristin Ortega ( Eva Padoan), oscuramente legata alle vicende, e che diventerà una sempre più preziosa alleata per Kovacs.

L'eterno ritorno del cyberpunk

Già dall'ambientazione quindi si capisce perfettamente come Altered Carbon attinga a piene mani da tutti i canoni narrativi fantascientifici, e in particolare da quelli legati all'immaginario cyberpunk. La colonna portante è quella del noir, del caso da risolvere, le cui indagini sono il pretesto per portare avanti la narrazione, oltre che per esplorare la sovrastruttura sociale e ideologica che governa il mondo rappresentato. Come ogni racconto cyberpunk che si rispetti, la serie ideata da Laeta Kalogridis è intrisa di contraddizioni, di scontri di civiltà e di pensiero, e non potrebbe essere altrimenti.
Un mondo come quello descritto non poteva che suscitare riflessioni sulla mortalità, sull'eticità del corpo usa e getta, della sua estrema mercificazione e sfruttamento, fino ad arrivare ai risvolti religiosi sull'anima e la sua meccanizzazione. Tutto questo fa di Altered Carbon una serie classica nel panorama della fantascienza, ma insolitamente nuova per Netflix. Perché è ostica, cerebrale, e dilata enormemente i tempi, perdendosi in digressioni, flashback e riflessioni. Una serie anti-bingewatching nella sua struttura, il che è paradossale vista la provenienza.

E tuttavia non è una serie priva di problemi, anzi. C'è poco equilibrio nella scrittura, passando da una prima parte estremamente contemplativa a un rush finale dal ritmo serratissimo che però deraglia tra approssimazioni e banali scivoloni. Si perde il focus, disattendendo le premesse: l'atmosfera sapientemente costruita si brucia improvvisamente, con scelte discutibili e superficiali. Non mancano degli ottimi spunti, uno su tutti la resa delle intelligenze artificiali, quasi più umane degli uomini ormai fantocci, che trova nell'Edgar Allan Poe (Chris Conner) gestore dell'hotel The raven la perfetta esemplificazione. Lo stesso sviluppo del protagonista Takeshi è tra le cose più interessanti, con la maggiore fascinazione creata più dalla mitologia di questo mondo, brusio di sottofondo, che dalle vicende principali, per quanto alla fine, proprio per le enormi potenzialità che si intravedono, permanga la sensazione di occasione sprecata.

Demoni al neon

Se la scrittura lascia qualche perplessità, al contrario la resa tecnico-visiva è stupefacente, con un'incredibile resa di Bay City di chiaro stampo cinematografico. Che siano le vertiginose visioni di grattacieli al neon, le claustrofobiche riprese dei fumosi e sporchi vicoli dei sobborghi, i magnifici scorci paesaggistici, o i deliranti viaggi digitali, il cyberpunk trasuda da tutti i pori. Così come ottimi sono gli spunti di regia, soprattutto nelle scene d'azione e nella resa della realtà virtuale, uno dei luoghi chiave della storia. L'atmosfera cupa e deviata, rafforzata dalla felice scelta di non nascondere la violenza fisica e sessuale, è in contrasto con i giochi di luce delle insegne pubblicitarie e gli effetti distorsivi della VR, per un risultato estetico estremamente soddisfacente. Tutto contribuisce alla creazione e alla credibilità del mondo narrato, senza mezze misure: la messinscena è cattiva quando serve, meravigliosa nei momenti di stupore, angelicata quando si tratta di mostrarci il presunto paradiso, e infame in mezzo ai disgraziati.

L'unico vero problema è che non inventa niente, sia a livello visivo che tematico. Non porta nulla di nuovo nel panorama in cui si inserisce, riuscendo però nella sua capace applicazione di canoni e stilemi a darci un prodotto indubbiamente solido, affascinante e ben riuscito. In definitiva Altered Carbon è la positiva incursione di Netflix in uno dei terreni più interessanti e seguiti; non particolarmente originale ma perfettamente confezionato, e di sicuro una visione consigliata per tutti gli appassionati del genere. Vista la natura tripartita dell'opera letteraria d'origine ci aspettiamo che venga rinnovata, sperando in un'accortezza maggiore per lo sviluppo per renderla finalmente un must.

Altered Carbon La prima esperienza di Netflix nel campo della fantascienza è un'opera dalle incredibili potenzialità, che però non riescono a esprimersi totalmente a causa di una scrittura disorganica e della poca originalità creativa di fondo. Rimane una serie intrigante e dalla mitologia affascinante, nonché una vera gioia per gli occhi. Altered Carbon è quindi un prodotto consigliato a tutti gli appassionati di fantascienza, nostalgici delle sensazioni che solo quelle atmosfere tra noir e tecnologia del cyberpunk possono suscitare.

7.5