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Altered Carbon: la recensione della seconda stagione disponibile su Netflix

Abbiamo divorato gli otto episodi della seconda stagione di Altered Carbon, disponibile su Netlflix il prossimo 27 febbraio. Ecco il nostro giudizio!

recensione Altered Carbon: la recensione della seconda stagione disponibile su Netflix
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"Il pericolo di vivere troppe volte è dimenticare di temere la morte".

La prima stagione di Altered Carbon, serie TV originale targata Netflix tratta dalla serie di romanzi di Richard K. Morgan, si poteva grossomodo riassumere con la citazione iniziale, introducendo allo spettatore un mondo in cui il confine tra vita e morte è ormai stato superato, con tutto ciò che ne è conseguito per l'umanità. L'uomo, fondamentalmente debole a causa propria della sua natura mortale, ha di fatto abbandonato quello status, grazie ad una scoperta rivoluzionaria: la possibilità di trasferire la propria coscienza (definita "pila") in corpi diversi ("custodie"), che garantisce così una sorta di immortalità fino a quel momento praticamente impensabile. Ciò, chiaramente, ha generato nel tempo un effetto boomerang in cui a crescere è il malcontento non soltanto di coloro che, i più deboli, hanno possibilità limitate nell'approfittare di questa rivoluzionaria scoperta ma anche di coloro hanno iniziato a sviluppare un odio viscerale verso la vita eterna, ritenuta, in buona sostanza, la causa principale della perdita di umanità.

In questo tracollo morale dell'umanità si muovono le gesta del protagonista della storia, Takeshi Kovacs, una figura particolare segnata da un passato oscuro, doloroso, destinato a bussare alla sua porta più e più volte, in modo inesorabile. I fantasmi del passato di Kovacs hanno rivestito un ruolo chiave nella prima stagione dello show, in cui abbiamo imparato a conoscere tutti gli aspetti negativi - ma anche quelli positivi - di una civiltà ormai prigioniera di un conflitto eterno. Abbiamo vissuto tutto questo in un finale ricco di pathos, che lasciava le porte aperte per diramazioni future, attese al varco di questa seconda stagione dello show. Dopo aver letteralmente divorato gli otto episodi facenti di questa seconda tornata, siamo però rimasti con tante domande irrisolte, in attesa di una terza stagione che pare quasi scontata. Peccato, però, che il significato della la frase iniziale, che definiremmo quasi emblematico per la serie, sembrerebbe un po' essere stato smarrito.

Alla ricerca dell'amore perduto

Seguendo, complessivamente, il filone della prima stagione, anche questa seconda incarnazione della serie porta su schermo un innesco preciso da cui poi prendono vita gli eventi principali. Kovacs e divenuto ormai una sorta di girovago a causa della sua continua ricerca di Quellcrist Falconer (Renèe Elise Goldsberry), creduta morta dai più dopo gli eventi passati ma non dallo stesso Takeshi, convinto più che mai di ritrovare il suo amore eterno a qualsiasi costo.

Ed è proprio questo desiderio, questa ossessione, a condurre Kovacs nella braccia di Trepp (Simon Missick), una cacciatrice di taglie assoldata da uno dei "MAT" più influenti in circolazione con il compito di ingaggiare l'ultimo Spedi e di condurlo su Harlan's World, che tra le altre cose è anche il pianeta di provenienza del protagonista in persona. Qui, ad attenderlo, c'è una nuova serie di efferati omicidi, misteriosamente collegati con la stessa Falconer, utilizzata come merce di scambio principale dal nuovo datore di lavoro di Kovacs. L'uomo, infatti, in cambio di protezione offre a Kovacs una via per ritrovare colei che più brama e anche un piacevole "plus", una nuova custodia, super potenziata e incredibilmente abile in battaglia.

Una volta accettato l'incarico, Kovacs scopre rapidamente che la ricerca di Quellcrist e i misteriosi omicidi, che sembrano prendere di mira i cosiddetti "fondatori" del pianeta stesso, sono strettamente collegati, poiché è proprio la sua amata, leader dei rivoluzionari e ispiratrice del gruppo di ribelli noti come "quellisti", a nascondersi dietro allo spietato carnefice, seppur nemmeno lei stessa ne sia conscia. La permanenza su Harlan's World diventa subito funestata di pericoli, vecchi e nuovi, dai quali Kovacs è costretto a guardarsi per difendere se stesso e anche la sua amata, ancora una volta perfettamente a metà tra quella forza incredibile e una leadership innata e la fragilità e il bisogno d'aiuto.

In questo difficile compito Kovacs deve guardarsi non soltanto dai pericoli fondamentalmente ancora nascosti e al di là della sua comprensione, ma anche da minacce più tangibili e pratiche. Harlan è infatti un pianeta in cui è in corso una vera e propria guerra sociale, in cui il nuovo leader politico, la bella Danica Harlan (Lela Loren), non sembra godere del consenso di una buona fetta del popolo.

Ad affiancarla c'è il Colonnello Ivan Carrera (Torben Liebrecht), un soldato dotato di una forza incredibile e soprattutto spinto da una sete di potere inaudita che spesso lo porta ad entrare in contrasto con la stessa Danica.

Carrera, misteriosamente, nutre un profondo odio verso Kovacs, antico e viscerale che, non temete, viene rapidamente svelato, completando in tal modo una sorta di linea diretta tra le due stagioni voluta fortemente dalla nuova showrunner Alison Shapker. Vien di per sé che per Kovacs, ancora una volta, le porte dell'inferno stanno per spalancarsi e stavolta non potrà contare nemmeno sul fidato Poe (Chris Conner), la cui sanità mentale da IA super evoluta è ormai destinata a decadere. Tutti questi elementi, nel complesso, si uniscono in modo funzionale nell'arco degli otto episodi, portando su schermo un intreccio narrativo "principale" paradossalmente meno interessante di quelle che sono le diramazioni accessorie, come appunto quella di Poe e della sua ricerca di un'improbabile guarigione, ma che riescono comunque a rendere la seconda stagione di Altered Carbon interessante e godibile dall'inizio alla fine, sostanzialmente in linea con quella precedente. Ma non del tutto.

Nuovo Kovacs... nuovi problemi!

La prima stagione dello show ha avuto il grande merito, come dicevamo in apertura, d'introdurre lo spettatore all'interno di un universo cyberpunk sconfinato, in cui, come si evince anche da una terminologia sfaccettata e per certi versi complessa da assimilare, le cose da scoprire, da vivere e da vedere sono tante e tutte accompagnate da un grande potenziale narrativo e tematico.

In questa seconda tornata di episodi, seppur con qualche eccezione, questo va ad affievolirsi, con la narrazione principale che va a rubare forse eccessivamente la scena ai potenziali sviluppi di tutto l'enorme contorno, relegato in più di un'occasione ai margini del racconto. A farne le spese sono dunque i nuovi comprimari, come Trepp, la cui ricerca della sua famiglia (o almeno di parte di essa) viene affidata a pochi scampoli, incapaci di dare il giusto lustro ad un personaggio potenzialmente molto interessante.

Lo stesso discorso vale anche per il protagonista, che appare decisamente meno "a fuoco" rispetto a quella precedente. Il nuovo Kovacs è un personaggio meno "affascinante", col quale è più difficile empatizzare che in passato, eccessivamente accecato dalla volontà di ricucire un rapporto a tratti deleterio sia per se stesso sia per gli equilibri generali della storia.

Questo Kovacs non riesce a mostrare empatia nemmeno nei confronti di quella che, probabilmente, è una delle cose migliori di questa seconda stagione: Poe. L'infaticabile intelligenza artificiale vive in questa nuova stagione un ruolo da protagonista e la cosa funziona incredibilmente bene. La presenza scenica di Conner è semplicemente poderosa per la quasi totalità della serie e le sue espressioni facciali rendono lo stato di decomposizione del suo personaggio uno dei punti più alti dell'intera produzione, giusto per fare un esempio. Di maggior centralità è anche il personaggio di Quellcrist: la leader della resistenza appare in modo più continuo, ricoprendo un ruolo fondamentale dall'inizio alla fine, in un epilogo che sembrerebbe investirla a tutti gli effetti di un ruolo da protagonista per un eventuale (quasi scontato) sequel.

Prima di concludere il discorso sul cast e sulla sceneggiatura vogliamo spendere due parole per i nuovi villain: sia Danica Harlan sia Carrera, pur con le dovute differenze, non riescono a rubare veramente la scena, risultando per certi versi dei cattivi troppo stereotipati ed eccessivamente monotematici nel loro essere una minaccia per Kovacs e gli altri.

Nel complesso, comunque, la seconda stagione risulta ugualmente godibile sul piano del mero intrattenimento: gli otto episodi si lasciano guardare con piacere, forse anche più che in passato, grazie anche a un ritmo generale decisamente più frenetico e ad una spinta decisamente maggiore sul fronte dell'azione a discapito di una vena riflessiva e introspettiva che in alcuni momenti sembra passare in secondo piano, ma con un equilibrio discretamente riuscito.

Innovazione, rivoluzione e continuazione

Come ammesso dalla stessa Laeta Kalogridis, produttrice esecutiva e co-showrunner della serie, questa nuova incarnazione dello show si distacca dai romanzi, offrendo dunque una narrazione esclusiva, che si separa rapidamente da quella "originaria" per le tematiche, pur conservando uno stile ben preciso che non smette mai di onorare il materiale di partenza.

Il grande merito degli sceneggiatori è ancora una volta quello di portare su schermo un lavoro titanico dal punto di vista estetico e sensoriale. Così come nella prima stagione, veniamo immersi in un universo cyberpunk strepitoso, accompagnato da ottimi effetti speciali e da una fotografia sempre precisa e di ottimo livello. Alcuni passaggi valgono da soli il prezzo del biglietto, come ad esempio lo splendido costrutto nel quale si ritrova Poe alla ricerca della propria mente ormai quasi perduta.

Sfruttando un'abile metafora, esso viene dipinto come un labirinto verdeggiante costruito fondamentalmente in mezzo al nulla, in una scelta cromatica che lascia allo spettatore un'immagine speciale e memorabile. Rispetto alla prima stagione, poi, qui si avverte la scelta di abbandonare un po' le atmosfere più dark puntando invece con maggior decisione nella descrizione e nella ricostruzione di un universo attuale e inconfondibile.

In questo contesto di cambiamento a finire quasi in secondo piano è il passaggio di consegne avvenuto in seno al delicato ruolo del protagonista. Takesci Kovacs, infatti, non è più "indossato" (per rimanere in tema) dall'ottimo Joel Kinnaman, bensì da Anthony Mackie, famoso per il ruolo di Falcon all'interno del Marvel Cinematic Universe. Sin dalle prime puntate, come riferito anche nella nostra anteprima di Altered Carbon 2, ci è subito sembrato che l'attore fosse meno "adeguato" per il ruolo rispetto al suo predecessore e questa sensazione, seppur parzialmente affievolitasi nel tempo, ci ha accompagnati fino all'ultimo episodio.

Sia chiaro, non ne facciamo un discorso di mera abilità o di conformità al ruolo in sé, ma è più che altro, dal nostro punto di vista, una questione fondamentalmente espressiva. Lo sguardo di Mackie non riesce a replicare quello stesso dolore perpetuo e intollerabile che sembra uscire dagli occhi del Kovacs di Kinnaman. Con ogni probabilità, comunque, il ruolo meno convincente di Kovacs stesso nella seconda stagione ha inciso sull'interpretazione dell'attore della Louisiana, che ci sentiamo comunque di premiare per una recitazione tutto sommato sufficiente, ma dal nostro punto di vita lontana da quella di Kinnaman.

Altered Carbon - Stagione 2 La seconda stagione di Altered Carbon è da considerarsi in buona sostanza un “more of the same”. Se avete amato la prima per lo stile e per la qualità della narrazione, troverete in questa nuova tornata di episodi un’aria familiare. Un ritmo più dinamico e una “trama principale” nettamente più centrale rispetto al passato sono gli emblemi di uno show nel complesso convincente, ma per certi versi un gradino sotto alla precedente season. La scelta di esplorare poco o in modo superficiale le ottime diramazioni complementari è forse uno degli aspetti meno riusciti, ma spicca senza dubbio la potenza scenica di personaggi come Poe e Quellcrist. Non ci sentiamo di premiare del tutto il cambio di protagonista, ma è la sua stessa scrittura a risultare forse meno interessante rispetto al passato. In ogni caso, siamo comunque di fronte ad un buon prodotto, capace di mantenere alta l’asticella dello show e del genere di appartenenza, in attesa di una terza stagione praticamente doverosa.

7.5