Recensione American Horror Story Asylum

Misteri, drammi e orrori nella seconda serie di American Horror Story. Siete pronti ad entrare nel manicomio più folle della tv?

recensione American Horror Story Asylum
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E’ sempre critico lo sguardo verso prodotti particolarmente atipici come American Horror Story in grado, nonostante lo sforzo compiuto dagli autori nel voler offrire emozioni e sensazioni non riscontrabili altrove, di stanziarsi perennemente tra la genialità e il cattivo gusto. Questo Asylum, in particolare, preme sull’acceleratore offrendo eventi ancora più sinistri e “spinti” del predecessore, lasciandoci in uno stato di smarrimento e sconforto perenne. Non c'è via di scampo, tutti sono colpevoli e nessuno innocente, l'oscurità è ovunque. Eppure, la creatura del buon Ryan Murphy non smette di stupire e di accattivare, lasciando che la curiosità prenda il sopravvento sul buonsenso, ammaliandoci per tutta la durata del prodotto. Tra l’altro, il pregio del prodotto in questione sta proprio nell’ offrire una sorta di diversità rispetto a tutti gli altri serial attualmente disponibili, spingendosi il più delle volte ben oltre il lecito o il “politically correct”, gettandoci in una realtà cruda e alienante (in tutti i sensi). Ma laddove il tutto viene calcolato in base a standard qualitativi sensibilmente poco canonici, si può parlare di genialità o semplicemente di un minestrone infarcito di stramberie e situazioni paradossali?

Un ritmo da manicomio

La struttura del serial appare completamente diversa rispetto alla prima iterazione. Cosa facilmente intuibile già dalla nuova sigla d’apertura (che ingloba come per la precedente il motivetto ideato da Kyle Cooper), virata verso nuove tematiche dell’orrore. Dimentichiamoci la magione precedentemente conosciuta, dimentichiamoci dell’allegra famigliola e della pletora di spettri che infestavano la loro abitazione, nonché della sinistra e squilibrata Constance. Qui l’intera vicenda prende piede nel 1964 (pur se con fulminei escursus fino ai giorni nostri), e più precisamente a Briarcliff, un istituto di igiene mentale gestito dal Monsignor Timothy Howard (Joseph Fiennes) e dalla spietata Sister Jude (Jessica Lange), ove praticano anche il Dr. Arthur Arden (James Cromwell) e il Dr. Oliver Thredson (Zachary Quinto), assistiti dalla indifesa e sensibile Sister Mary Eunice (Lily Rabe). Una struttura ricolma di drammi e segreti altrettanto spaventosi, dove la vita umana perde ogni tipo di valore e dove cattiverie e angherie vengono fatte sotto il nome del signore e della benevolenza divina. Situazione però soggetta a cambiamento non appena Kit Walker (Evan Peters) accusato di essere il serial killer Bloodyface, viene catturato e portato proprio in quel di Briarcliff, in attesa di un verdetto definitivo. Parlando di coerenza narrativa, le prime puntate del serial peccano (similmente a ciò che accadeva nella scorsa stagione) nel voler inserire quanti più elementi disturbanti, anche se questi risultano essere diametralmente opposti tra di loro (rapimenti alieni, esorcismi, crudeltà di ogni genere), risultando fin troppo fastidiosi e criptici e appesantendo oltremisura il ritmo. Un trash troppo marcato, un calderone composto da ingredienti diversi tutt’altro che compatto. Linee narrative che viaggiano su binari paralleli tra loro e che hanno in comune soltanto le 4 mura del sopracitato manicomio, ma che sembrano, perlomeno all’apparenza, completamente slegate l’una dall’altra. Fortunatamente, le cose tendono a riprendersi considerevolmente con il passare degli episodi. I personaggi vengono approfonditi, la storia assume un connotato diverso, forse meno malsano ma altrettanto inquietante, e vengono gettate le basi per la seconda parte di stagione, che appare molto più scorrevole, equilibrata e chiarificatrice.

Interpretazioni spaventose

Ovviamente, è lo stesso Asylum che fatica a prendersi sul serio, vista l’assurdità di determinati fattori volti più a stupire scenograficamente lo spettatore che ad arricchirlo psicologicamente, ma non si può certo dire che il risultato finale non sia buono, o quantomeno accettabile. E, come già ribadito, la gran parte del lavoro va data anche ai personaggi e alle fantastiche interpretazioni donate dagli attori. Oltre alla Lange è lo stesso Peters, dopo la parentesi “sociopatica” dell’anno precedente, che dona al suo Kit un aspetto giovanile e sincero, pur se macchiato da un’oscurità sempre presente (oscurità che accomuna tutti i personaggi). Come non citare poi la saffica e tormentata Lana Winters (Sarah Paulson) o il dualismo di Mary Eunice, con una splendida performance di Lily Rabe, posta finalmente sotto i riflettori. Concludiamo con i due dottori, Arden e Thredson, altrettanto bravi nell’incutere timore e paura. I punti deboli dell’intero cast vengono rappresentati proprio da Joseph Fiennes (semplicemente inespressivo) e da Dylan McDermott (che abbiamo già imparato a NON apprezzare durante la prima stagione) i quali, più che a controbilanciare lo standard qualitativo innalzato dai sopracitati attori, tendono a risultare a tratti fastidiosi. Nella zona positiva menzioniamo anche le musiche (sempre consone alle varie situazioni) e la splendida regia che fa risplendere le lugubri e insane ambientazioni. Sotto questi 2 aspetti tra l’altro s’intravede un miglioramento rispetto alla prima stagione, dovuto forse ad una scelta più coerente e mirata. E un altrettanto valida menzione va doverosamente fatta al brano Dominique, fastidioso e irriverente al punto giusto che ci accompagnerà dall’inizio fino agli ultimi momenti finali. Insomma, una stagione che seppur con i suoi difetti non mancherà di ri-conquistare coloro che si sono lasciati catturare dalle malsane vicende di American Horror Story, e che sicuramente non faticherà, visto anche il suo essere auto conclusiva, di accattivare nuovi adepti da rinchiudere nelle tormentate vicende di Briarcliff.

American Horror Story: Asylum American Horror Story Asylum si discosta sotto molti punti di vista dalla passata stagione. Cambio di registro, cambio di atmosfere, cambio di tematiche. Permane un caos di base dovuto ad un primo impatto piuttosto confusionario, con storie che sembrano "lanciate nel mucchio" soltanto per far numero, ma il tutto assume connotati molto più nitidi e precisi dalla mid season fino alla fine. La qualità di fondo è persistente ed è visibile sia dalle interpretazioni che dalla cura riposta in ogni inquadratura, nonché da piacevoli scelte stilistiche. E’ un telefilm che può non piacere, ma anche solo per la sua netta distinzione verso tutto ciò che trasmette la tv odierna merita almeno un’opportunità. Si aspetta ora una terza stagione, con un ennesimo reboot che, si spera, possa attutire i problemi già intravisti.