Recensione American Horror Story - Stagione 1

Case infestate, fantasmi, mostri e violenze... l'horror secondo Ryan Murphy.

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In una stagione televisiva che per certi versi punta più che mai verso il “fattore novità” (che molto spesso come si è ben visto sfocia anche nella mediocrità), un serial tv chiamato American Horror Story e sviluppato dai padri di serie come Glee e Nip/Tuck (Ryan Murphy e Brad Falchuk ndr) suscita, a prescindere, quantomeno un minimo d’interesse. E’ piacevole scoprire come gli autori, spinti anche da generi ad oggi sicuramente saturi, si ritrovino a sperimentare o tentare di offrire potenziali novità e produzioni diverse dalla norma. Ecco che abbiamo un mix singolare formato dalla solita casa infestata da spiriti e mostruosità di ogni tipo, attori che tra alti (altissimi) e bassi contribuiscono a rendere efficiente la vicenda e un plot strabordante di clichè ma con una sua logica di fondo. Mescoliamo per bene aggiungendo una delle opening migliori degli ultimi anni (seconda forse soltanto a quella di True Blood) ed il nostro drink è servito. Ora, un’intera stagione è ormai giunta alla fine, lo show è stato di per se già rinnovato per un secondo round ed è tempo di tirare le somme: ne sarà valsa la pena? Ai fantasm.. ehm, a noi l’ardua sentenza.

Sembra Horror ma non è..

La prima impressione scaturita dalle puntate iniziali di American Horror Story risulta senza dubbio negativa, a causa anche di una forzatura nel voler inserire quanti più elementi degni d’interesse e di curiosità (secondo gli autori) possibili, che rendono la vicenda (già di per sé articolata) caotica e, a primo impatto, sconclusionata. Fortunatamente, la matassa riesce gradualmente a dipanarsi lungo tutti gli episodi, offrendo allo spettatore una completa panoramica su tutto quello che avviene all’interno della dimora infestata, con chiarimenti stanziati per la maggiore nei numerosi flashback esistenti. I personaggi che fanno da sfondo alle vicende mostrano personalità ben distinte e, chi più chi meno, vengono mossi dalle proprie motivazioni, rimanendo, secondo i singolari punti di vista, coerenti e piacevoli. Tra la massa notiamo soprattutto le lodevoli e pregiate interpretazioni di Jessica Lange (mai scelta fu più azzeccata per un personaggio tanto complesso e fuori dalle righe come quello di Constance Langdon, scelta che tra l’altro è valso il Golden Globe alla stessa attrice) e di Evan Peters (capace di dare all’oscuro Tate il giusto mix tra follia e dannazione, per la gioia delle più giovani). Sottotono, per non dire peggio, la performance di Dylan McDermott (Ben Harmon), che con il suo sguardo del tutto privo d’interesse verso il ruolo interpretato riesce ad essere addirittura fastidioso. Ma, complessivamente, l’intero cast dimostra una forte competenza ed attinenza ai singolari ruoli, riuscendo a far appassionare gli spettatori che ringraziano, specialmente nelle puntate finali, con un rating entusiasmante.
Parlavamo del plot, che nonostante i taglia e cuci fatti dai più blasonati cult del genere (tagli che non riguardano la sola trama ma anche situazioni e addirittura veri e propri brani audio, come il famoso “Dracula - The Begining” di Wojciech Kilar, direttamente dal Dracula di Coppola) si riconferma pregno di quel trash piacevole e stuzzicante, pur dimostrandosi ben al di fuori della sua etichettatura sotto il genere horror. American Horror Story, infatti, tolte alcune scene che puntano maggiormente sui "balzi dalla sedia" più che sulla paura da atmosfera, ha ben poco di horror al di fuori del suo titolo. E ne ha sempre meno mano mano che scopriamo nuovi particolari anche sui personaggi/mostri più spaventosi. Cosa questa che può non essere necessariamente un difetto, ma che va ugualmente ribadita per chi cercasse da questa produzione una pura e semplice alternativa al più comune horror movie. Lodevole la voglia di venire incontro alle domande e richieste scaturite dai fan di mezzo mondo, riuscendo a dare risposta (a volte anche banale, esempio su tutti quella del Rubber Man) alla gran parte delle domande, ed evitando il proverbiale “effetto Lost”.

Anno nuovo, Storia nuova..

A detta di Ryan Murphy, ogni stagione del serial offrirà un’individuale storia legata solo in maniera minima a quelle precedenti, in modo da poter rinnovare perennemente il fattore sorpresa e non ritrovarsi (cosa che capita spesso con serial di questo tipo) con vistosi cali d’inventiva dopo le prime stagioni. In questo modo si spiega una chiusura degli eventi “stranamente completa” per un primo season finale. Una scelta quantomeno coraggiosa, giustificata forse dai cali intravisti anche in opere dello stesso autore, come appunto Nip/Tuck. E’ un peccato però perdere personaggi divenuti già “iconici” per la serie, ma la notizia positiva è che rivedremo gran parte del cast sotto “interpretazioni” differenti.

Tirando le somme..

Una serie alla quale va data più di una sola possibilità, e che riesce ad esprimere e a dare il meglio di sé principalmente nei momenti finali, quando viene meno la confusione iniziale. Se si supera questo (per molti insormontabile) scoglio, ci si trova di fronte ad uno dei prodotti più originali, e allo stesso tempo di buona fattura, degli ultimi anni. Un serial che fa del “fuori schema” il suo cavallo di battaglia, pieno di momenti “WTF” che mantengono sempre viva l’attenzione, restando però, cosa sempre più rara nelle produzioni odierne, coerenti.

American Horror Story - Stagione 1 La prima stagione (e vista la qualità si spera la prima di tante) di American Horror Story inizia in maniera piuttosto traumatica per poi aumentare d’inventiva e d’interesse durante la sua restante durata, offrendo personaggi splendidamente realizzati (ed altri riusciti decisamente meno) uniti da una storia convincente ed appagante, specialmente nei suoi momenti finali. Ad aiutare lo script troviamo attori superlativi capaci d’infondere allo spettatore la giusta dose di pathos necessaria in determinati momenti. Si spera in un minore utilizzo delle componenti “trash” per il futuro, ma già le premesse di offrire stagioni perlomeno diverse tra loro sembrano positive. Sicuramente, nella sua totalità, una delle “new entry” migliori di questa stagione.