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American Vandal: la recensione della seconda stagione

I reporter di American Vandal sono alle prese con un nuovo caso da risolvere, in una seconda stagione ancora più convincente.

recensione American Vandal: la recensione della seconda stagione
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Criticare Netflix e il suo modello produttivo sembra oramai diventato uno degli sport più praticati a livello globale. Che siano il pubblico o gli addetti ai lavori, la piattaforma streaming si trova costantemente nell'occhio del ciclone, pronta a schivare accuse sulle sue implicazioni nella distribuzione cinematografica o e sulla sua presunta scarsa vena creativa nel campo delle produzioni originali. Indubbiamente lo spropositato aumento di queste ultime ha diluito la qualità media, ciò non toglie che in mezzo all'oceano di mediocrità si nascondano perle necessarie. È il caso di American Vandal, ad esempio, serie che l'anno scorso, uscendo un po' a sorpresa, ha portato qualcosa di nuovo ed efficace in quello che è un panorama seriale ipersaturo. Una serie che sembrava perfetta nella sua natura autoconclusiva, ma che con questa seconda stagione ha dimostrato di avere ancora molto da dire.

Vandali americani

Se c'è un termine con cui è facile definire in modo chiaro American Vandal, è intelligente. La formula del mockumentary - il falso documentario - viene sfruttata per un'analisi sagace e ironica di quella che è l'età adolescenziale e dei meccanismi che ne regolano i rapporti nella contemporaneità, in particolar modo focalizzandosi su temi come cyberbullismo e social network. La stagione è strutturata pressapoco come la precedente, con i nostri reporter Peter Maldonado (Tyler Alvarez) e Sam Ecklund (Griffin Gluck) alle prese con le indagini su un atto vandalico dalle proporzioni catastrofiche nella St. Bernardine Catholic High School di Bellevue. Il criminale è l'autoproclamatosi Turd Burglar , il bandito della cacca, reo di tre attacchi vandalici a base di escrementi, e divenuto presto il terrore di tutta la scuola.

La stagione, passando anche per un divertente gioco meta-testuale, ha un'ossatura investigativa più solida della passata iterazione, lasciando in disparte la personalità dei due reporter per concentrarsi su un'analisi della situazione che in maniera molto ritmata passa al vaglio i vari indizi, le incongruenze, le ingiustizie e le piste impreviste. La sequenza di interviste, registrazioni telefoniche e ricerche sul campo, seppur sfiorando la ripetitività, riesce a insinuarsi nelle maglie di argomenti quanto mai delicati ed attuali, mettendo in piedi una brillante riflessione sulla sottile linea che separa vittime e colpevoli, giustizia e vendetta.

Il vero nel falso

Dan Perrault and Tony Yacenda, i due creatori della serie, ancora una volta ribadiscono quanto la più grande forza del proprio prodotto sia l'estremo equilibrio tra le sue parti, una sapiente miscela tra storia e personaggi dove nessuno dei due elementi prende mai il sopravvento, rimanendo così sempre centrata su quelli che sono i suoi veri obiettivi. Non ci sono orpelli nella narrazione, nessun passaggio inutile, per quello che alla fine risulta come uno dei più efficaci trattati sull'adolescenza degli ultimi anni. I ragazzi al centro della vicenda rientrano nel variegato spettro di possibilità che una normalissima scuola americana (e internazionale, diremmo noi) presenta. Ci sono lo sfigato, la figlia di papà, il campione di basket e via dicendo, ognuno con le proprie debolezze, le proprie speranze da giovane con tutta la vita davanti; i propri problemi, futili agli occhi degli adulti, enormi e importanti per loro. Tutto questo è possibile soprattutto grazie alla rodata forma del mockumentary, che permette la giusta spontaneità, la naturale costruzione di personaggi credibili e approfonditi, senza rinunciare all'incalzare della storia, che con il suo caso grottescamente sopra le righe incuriosisce lo spettatore, lo risucchia dentro il caso e le indagini, dentro le vite dei propri protagonisti.
Il trucco ormai lo conosciamo, ma è costruito così bene che si è disposti a sospendere la propria incredulità senza battere ciglio, pronti a prenderlo per vero, almeno per il tempo della visione, al termine della quale rimangono comunque significativi spunti da poter rapportare al nostro mondo vero. American Vandal è ormai una certezza, non più solo un esperimento riuscito. La formula non solo ha retto la perdita dell'alone di novità, ma è riuscita ad affinarsi, trovare una compiutezza che probabilmente sarebbe difficile mantenere per una terza stagione. Quello che più conta però è che nel momento presente Netflix ci ha regalato un altro argomento di discussione, un altro tassello per il processo di ampliamento del linguaggio e la profondità seriale, e non possiamo che essere soddisfatti.

American Vandal - Stagione 2 Il mockumentary di Netflix riprende, amplia e perfeziona una formula che già si era dimostrata vincente. Ne esce un prodotto intrigante, divertente e dal grande spessore contenutistico, che di diritto si va a collocare tra i migliori manifesti adolescenziali degli ultimi anni.

8.5