Andor Recensione: una sontuosa serie di Star Wars su Disney+

Andor è una serie tv meravigliosa, un esempio mirabolante di cosa è possibile creare all'interno di Star Wars e speriamo che sia solo l'inizio.

Andor Recensione: una sontuosa serie di Star Wars su Disney+
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Durante gli anni della trilogia sequel, già immediatamente dopo Il Risveglio Della Forza, nella fanbase più pessimista - che sul lungo andare aveva probabilmente ragione - di Star Wars iniziava a serpeggiare una posizione piuttosto bizzarra, ovvero che il franchise fosse in una sorta di limbo, di bancarotta creativa. Ed era qualcosa, almeno dal nostro punto di vista, incomprensibile: come poteva una galassia intera essere in debito di idee fresche? Si ha una porzione immensa di universo con cui lavorare, si può fare letteralmente qualunque cosa, da un teen drama ad uno spin-off basato esclusivamente sul mondo delle corse, che era un po' il concept alla base di Star Wars Resistance. Com'era possibile seguire pedissequamente sempre gli stessi sentieri?

Andor è la commovente prova dell'esatto opposto, di come pur togliendo tantissimi elementi distintivi del franchise si può creare un'opera di un'epicità e solennità mastodontiche. Non perfetta, perché è inutile negare che qualche intralcio lungo la strada si è notato e forse, proprio per la straordinarietà del resto, stona ancora di più. Tuttavia ciò non cambia che Andor non è soltanto una grande produzione in live-action per Star Wars, bensì una delle migliori serie di questo 2022.

Rubare all'Impero è abbastanza?

Come suggerito dal titolo stesso, la serie andata in onda su Disney+ nelle scorse settimane segue le disavventure di un giovane Cassian Andor (Diego Luna), eroe molto sui generis della Ribellione che il pubblico ha conosciuto in Rogue One (qui potete recuperare la nostra recensione di Rogue One).

Ambientata 5 anni prima di quegli eventi, Andor prende il via in una situazione a dir poco delicata per il suo omonimo protagonista: nel tentativo di ritrovare la sorella perduta, infatti, incappa in uno scambio non esattamente cordiale con due ufficiali imperiali, che è costretto ad uccidere. Tornato sul pianeta dove risiede, Ferrix, insieme alla madre Maarva (Fiona Shaw), Cassian è perfettamente conscio della caccia all'uomo che si scatenerà a breve e cerca in tutti i modi una via per racimolare denaro in fretta, tentativi che lo porteranno in contatto con un misterioso individuo (uno straordinario Stellan Skarsgard) legato ad un'embrionale sforzo ribelle contro il regime tirannico dell'Impero. Ora, per la maggior parte della sua durata, Andor è curiosamente strutturato in trilogie di episodi, ognuna delle quali copre un determinato macro-avvenimento o arco narrativo, che dir si voglia. E soprattutto ogni trittico è sostanzialmente costruito nella stessa ed identica maniera, ovvero con due puntate che si occupano di introdurre la situazione e i personaggi coinvolti mentre l'ultima fa meravigliosamente esplodere tutta la tensione accumulata nei capitoli precedenti. Lo sappiamo, abbiamo volutamente descritto il modus operandi tipico di Andor in modo da farlo sembrare il più anticlimatico possibile, ma la verità è che basta saggiare la prima "trilogia" della serie per capirne le strepitose potenzialità.

Andor vive e prospera quasi esclusivamente su una sontuosa - nonché estremamente coraggiosa in un franchise commerciale - intuizione da parte del creatore Tony Gilroy: se le gesta di Cassian devono avere un reale impatto emotivo e distanziarsi quanto più possibile da generiche, per quanto magari tecnicamente impeccabili, sequenze d'azione, allora bisogna far sì che lo spettatore sia invogliato ad interessarsi delle sorti di Ferrix, di Aldhani, di Narkina 5 e così via; quando ad esempio su Ferrix si scatena l'inferno chi guarda è molto più immerso negli eventi perché ha imparato a conoscere quei personaggi e le loro variegate abitudini.

E di conseguenze conosce completamente e in tutta la loro gravità le poste in palio, senza le quali una sparatoria o un inseguimento diventano delle mere tech demo, uno showcase tecnico e nulla di più. Non solo, è al corrente persino dei motivi di qualunque esitazione o atto fuori luogo, poiché la fase preparatoria non è una vuota e sterile esposizione, bensì è intrisa di conflitti, confronti ed in generale di incommensurabili spaccati di umanità che rendono la serie viva, pulsante, credibile.

È un meccanismo che ha funzionato ogni singola volta, Gilroy e soci hanno sempre trovato la giusta chiave di volta per rendere indimenticabile qualunque scena action, elevata a dismisura dalla squisita caratterizzazione dei vari protagonisti, spesso sfociante in monologhi o scontri ideologici tra i migliori dell'intera storia di Guerre Stellari. Tuttavia è altrettanto evidente che una simile struttura avrebbe potuto portare con sé enormi problematiche, molte delle quali vengono fortunatamente evitate.

Si sacrifica tutto

La più ingombrante era quasi certamente il timore di star guardando una serie a compartimenti stagni, composta da trilogie di episodi che non comunicavano tra di loro; insomma, finita una si dà il via alla prossima e addio a conseguenze o destini dei personaggi con cui avevamo imparato a familiarizzare ed apprezzare.

Va ammesso, giunti a metà stagione il timore in noi era ancora vivo e vegeto, annichilito dalla seconda parte delle puntate, incentrate quasi ossessivamente sulle ripercussioni delle gesta di Cassian e come tali atti abbiano cambiato la vita o le priorità delle persone coinvolte. Sarà pure una galassia completa lontana lontana, ma specialmente sotto il controllo incessante dell'Impero era impensabile credere che queste prime avvisaglie di Ribellione passassero inosservate. E a proposito dell'Impero, Andor colma oltretutto una delle maggiori mancanze dell'intero franchise: la crudeltà quotidiana degli imperiali e non solo le pompose imprese da supervillain fumettistici. Abbiamo finalmente tra le mani un ritratto maturo, non edulcorato e attendibile del perché il controllo imperiale abbia suscitato tanto malcontento, tra condanne folli e tentativi dispotici di annientare l'identità culturale di intere popolazioni. Intendiamoci, non aspettatevi da Andor un livello alla Blade Runner di decostruzione di tali processi, ma in ambito di produzioni commerciali avere una profondità del genere resta comunque uno sforzo ammirevole, che si appropria di minutaggio che sarebbe facilmente potuto essere sfruttato per sequenze ben più alla portata di chiunque. Se poi alle tematiche, alla struttura riuscita e al delizioso quanto cupo mood della serie aggiungiamo anche delle interpretazioni assolutamente magistrali, il quadro è chiaro ed entusiasmante.

Come già anticipato, però, Andor non è perfetta ed uno dei difetti derivanti dalla sua atipica struttura triadica si è, a tratti, impadronito della scena: il nuovo telefilm di Star Wars semplicemente non ha i tempi di un prodotto seriale. Ed è una problematica di non poco conto, perché va a diluire in alcune circostanze i tempi in modi davvero eccessivi e lo avevamo segnalato fin dalla nostra anteprima (vi rimandiamo qui al nostro first look di Andor). Il punto è che determinate cose potevano essere anticipate, certe scene potevano far capolino prima ed in generale il montaggio andava gestito con maggiore furbizia.

Un difetto per certi versi preventivabile vista la praticamente nulla esperienza di Gilroy in ambito seriale e dunque anche lui è caduto in una delle trappole più comuni quando sceneggiatori e registi del circuito cinematografico entrano nel mondo della cosiddetto piccolo schermo. Meno prevedibile era invece l'altalena qualitativa delle storyline secondarie, che oscillano tra l'eccezionale quando si parla di Luthen, una fascia medio-alta come ad esempio la scalata di Deedra (Denise Gough) o, per l'appunto, un risultato piuttosto deludente se si considera la trama più politica riguardante Mon Mothma (Genevieve O'Reilly).

Una sottotrama che non ha una vera e propria parte centrale, ricorrendo ad una tediosa ripetizione di molti concetti e conversazioni prima di poter giungere ad un finale morbosamente affascinante che mette in dubbio qualunque convinzione sostenuta dalla senatrice. Ci troviamo comunque di fronte ad un prodotto indubbiamente di pregio, sorprendente sotto una moltitudine di punti di vista, che speriamo trovi un degno finale con la sua seconda e già ultima stagione.

Cassian Andor Andor è un diamante che non pensavamo potesse giungere dalle costanti fucine Disney e, in questo caso, nello specifico della Lucasfilm. Ed è inaspettato perché tratta la materia, un'embrionale Ribellione, in un modo che nessun prodotto Star Wars aveva mai fatto fino ad ora: la serie prequel di Rogue One non ha paura di essere crudele, matura e non edulcorata. Non ha paura di prendersi i suoi tempi per costruire un crescendo devastante, non ha paura di passare intere puntate a sistemare con precisione chirurgica i suoi pezzi sulla scacchiera, non ha paura di mostrare per la prima volta la crudeltà quotidiana dell'Impero. Ed è un insieme coronato da protagonisti caratterizzati meravigliosamente, dei confronti strepitosi tra i migliori dell'intero franchise e da interpretazioni magistrali. Non è uno show perfetto, perché non ha minimamente i tempi di una serie tv e soprattutto la sottotrama di Mon Mothma è un po' carente, ma ci troviamo al cospetto di un prodotto comunque di pregio.

8.5