Atlanta: la recensione della seconda stagione

Il 17 maggio è arrivata su Fox Italia la nuova stagione di Atlanta, geniale e tagliente comedy ideata da Donald Glover. La nostra recensione.

recensione Atlanta: la recensione della seconda stagione
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Nel 2016 usciva sottovoce la prima stagione di Atlanta. Lo show, ideato, scritto, recitato, musicato e in parte girato dall'eclettico Donald Glover, in una decina di episodi da mezz'ora ci proiettava in uno spaccato di vita assolutamente reale, disilluso e - nonostante la sua peculiare vena afro-americana - universale. Le disavventure di Earn, Al e Darius pur nella loro blackness parlavano di una realtà che è comune in tutto il mondo: quella della sopravvivenza, dell'inseguire un sogno che non si realizza, del tirare a campare in qualche modo. Un racconto crudo, ma filtrato da una comicità a tratti grottesca, che fa della satira una delle sue armi più taglienti, proponendoci personaggi e situazioni surreali, ma che nella loro assurdità centravano il bersaglio, a colpire nel vivo quelli che sono i problemi che affliggono la società americana, e occidentale tutta. Due anni dopo, con alle spalle il plauso di critica e pubblico e la vittoria di importanti riconoscimenti, torniamo tra le strade della città della Coca-Cola, con la seconda stagione, Atlanta: Robbin' Season, che ha debuttato il 17 maggio su Fox Italia.

L'anno di Donald

Nelle ultime settimane sta andando rafforzandosi la sensazione che questo 2018 sia l'anno di Donald Glover. Tra l'imminente arrivo di Solo: A Star Wars Story - dove vestirà i panni di Lando Calrissian - l'acclamazione popolare al Saturday Night Live e il travolgente successo del suo nuovo singolo This is America, Glover sta ascendendo al grado di vera e propria superstar a livello globale. Che fosse estremamente talentuoso lo sapevamo di già, così come conoscevamo la sua spiccata sensibilità nel trattare temi delicati e a lui profondamente a cuore come l'attuale situazione afro-americana. Questi exploit hanno avuto principalmente il merito di portare al grande pubblico un artista poliedrico, a tratti geniale, e con tante cose da dire, e con lui puntare maggiormente i riflettori sul suo diamante più splendente, Atlanta. Perché se è vero che This is America è una perla - in tutto, dalla musicalità al videoclip - la seconda stagione della serie FX rappresenta ancora una volta l'essenza di Glover, raccogliendo tutte le esigenze del suo creatore, dando libero sfogo alla creazione artistica.

Le tante vite di Atlanta

Undici episodi da una mezz'ora circa, le cui vicende seguono ancora una volta un gruppo di strani e a loro modo disperati individui. Lo spiantato Earn (lo stesso Glover), senza soldi, padre in difficoltà e manager del cugino Al "Paper Boi" (Brian Tyree Henry), rapper alle prese con il dissidio tra identità, reputazione e successo. A loro si aggiungono Darius (Keith Stanfield), il loro filosoficamente strafatto migliore amico e Van (Zazie Beetz), forse compagna forse no di Earn, madre di sua figlia, alla forsennata ricerca di stabilità e amore. Chi dovesse avvicinarsi adesso alla serie, spinto dal recente successo di Glover, potrebbe pensare che sia un Donald-Show, pienamente incentrato sulla figura del suo creatore. La verità invece è che, ancor di più rispetto alla stagione d'esordio, Atlanta è una serie corale, dove i personaggi principali hanno lo stesso peso, gli stessi spazi, e anzi a conti fatti Earn ha più la funzione di osservatore, di raccordo tra le storie degli altri protagonisti, l'uomo senza (apparenti) qualità al servizio dei più dotati e vivi compagni.

Di sogni e paure

In che senso vivi? I personaggi principali di Atlanta incarnano diversi tipi di personalità che con le loro motivazioni e debolezze rappresentano un ventaglio di problematiche di quell'America nera di cui fanno parte, e più in generale di un'itera generazione occidentale. Emancipazione femminile, ricerca di affetto, bisogno di stabilità, inseguimento del successo, realizzazione delle passioni, complessi identitari, paure, sogni, compromessi. Ciascuno dei personaggi - in particolar modo Paper Boi e Van, veri protagonisti della stagione - ha una carica vitale, una spinta drammatica che lo porta a voler agire, prendere decisioni, anche difficili, ma che in qualche modo possano cambiare la sua condizione. Al contrario Earn è un inetto, incarna l'immobilità, l'impossibilità di agire, l'assenza di volontà. Questa sua apatia fa sì che rimanga in disparte, comparsa della sua stessa vita, che solo negli ultimi istanti della stagione vediamo accendersi.

Sfrenata creatività

Atlanta però non è solo il palcoscenico dal quale poter esprimere le proprie perplessità sulla situazione sociale afroamericana e scagliare i propri attacchi satirici, ma anche un laboratorio dove poter sperimentare e sprigionare la propria creatività sul versante prettamente artistico. Ciascun episodio infatti mette in scena soluzioni narrative e registiche sorprendenti, fresche, brillanti, in grado di cogliere il punto. Merito senz'altro della straordinaria visione e capacità di scrittura di Donald Glover, ma anche delle sempre più evidenti capacità di Hiro Murai, regista giapponese con cui Glover lavora da ormai diversi anni tra Atlanta e i videoclip di Childish Gambino. I due - oltre loro, alla regia in un paio di episodi troviamo Amy Seimetz - hanno dato vita a quelli che presi singolarmente sono piccoli gioielli indipendenti, ma che insieme formano uno splendido mosaico, sfaccettato, ma incredibilmente coeso. Si passa da Barbershop, un folle road movie che vede il povero Al scarrozzato per tutto il giorno dal suo barbiere per avere un taglio di capelli, fino a FUBU, un tuffo nel passato dall'immagine sgranata dove troviamo i nostri disgraziati da piccoli, tra boyscout e maglie taroccate. Per giungere a Teddy Perkins, che in trenta minuti grazie a tempi drammaturgici perfetti e ad un'atmosfera opprimente riesce a creare un horror incredibile, che vede Darius alle prese con un uomo disturbato e traumatizzato dalle eccessive pressioni del padre, il cui problema cutaneo ci ricorda lo sbiancamento di Michael Jackson, e con un fratello da nascondere. Il tutto per avere un pianoforte dai tasti colorati. Si diverte Donald Glover, e ci fa divertire, perché nonostante tutto, nonostante i drammi, la malinconia, e le criticità sociali che emergono, Atlanta è prima di tutto una comedy, la migliore in circolazione, ed una delle migliori di sempre, che in questa sua seconda stagione raggiunge se possibile una maggior maturità e visione artistica, che ne fanno uno show obbligatorio da guardare, ma ancor di più necessario.

Atlanta Robbin' Season Intelligente, pungente, sfacciatamente sperimentale. La seconda stagione di Atlanta è la concretizzazione a schermo della sensibilità creativa di Donald Glover, uno spaccato d'America vivo e sofferente tagliato da un'ironia acuta e mai urlata, un nuovo punto fermo per il linguaggio seriale che ci dimostra ancora una volta cosa è possibile fare in soli trenta minuti se ha governare sono le idee.

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