Avatar - La Leggenda di Aaang Recensione: Netflix ce la fa ancora

Dopo One Piece e Yu Yu Hakusho, anche Avatar supera la prova del nove in live-action, incantando ed emozionando nonostante i difetti.

Avatar - La Leggenda di Aaang Recensione: Netflix ce la fa ancora
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È davvero arrivata una possibile età d'oro per i live-action dopo decenni di prodotti perlopiù imbarazzanti o comunque deludenti e nel migliore dei casi mediocri? Oppure le major sono giunte ad una conclusione piuttosto scontata nel gestire progetti del genere? Interrogativi che all'inizio di questo 2024 iniziano ad essere leciti, d'altronde veniamo da un'annata che, a relativamente stretto giro di posta, ci ha consegnato il miracoloso adattamento di One Piece (qui potete recuperare la nostra recensione di One Piece) e il dignitoso quanto intrattenente live-action di Yu Yu Hakusho (e qui vi rimandiamo alla nostra recensione di Yu Yu Hakusho). E con all'orizzonte il film live-action di Naruto diretto dal regista di Shang-Chi chissà cosa ci attende in futuro, per una volta stranamente roseo o perlomeno con sfumature più ottimiste rispetto al passato. Le motivazioni possono essere a dir poco infinite, da una Netflix geniale che ha finalmente scoperto il codice segreto per sfornare live-action di qualità ad un pubblico generalmente più incline verso queste operazioni commerciali.

Oppure, ed è questa la misteriosa quanto scontata conclusione cui avevamo accennato in apertura, si è deciso non solo di investire seriamente negli adattamenti di proprietà intellettuali adorate da milioni e milioni di persone, bensì di affidarli a persone competenti che conoscono il materiale. Un po' di rasoio di Ockham insomma, a volte la soluzione più semplice è la migliore. Ed un'introduzione simile era d'obbligo visto che anche il live-action di Avatar, sempre ad opera di Netflix, si è rivelato una piacevole sorpresa, capace per l'ennesima volta di mandare in frantumi pregiudizi di ogni sorta, sebbene non sia privo di qualche mancanza.

Il respiro dell'avventura

Ma, per i non conoscitori della celebre serie animata, di cosa parla Avatar: La Leggenda di Aang? Ambientata in un mondo fantasy in cui alcune persone sono dotate della straordinaria capacità di dominare gli elementi naturali - acqua, fuoco, terra, aria - tramite una sottospecie di telecinesi, la serie Netflix ha per protagonista un dominatore dell'aria di appena 12 anni, Aang (Gordon Cormier), che si risveglia dopo 100 anni di ibernazione in un mondo radicalmente diverso e devastato da una guerra secolare iniziata dalla Nazione del Fuoco, con l'intento di conquistare qualunque territorio ed in sostanza porre fine alla maestria degli altri elementi.

Aang, però, non è un ragazzo qualunque: lui è infatti l'Avatar, colui che possiede l'abilità di dominare tutti i 4 elementi per portare equilibrio e pace tra le nazioni, la cui scomparsa di fatto ha segnato l'inizio della rovina. Allora insieme ai suoi nuovi amici Katara (Kiawentiio) e Sokka (Ian Ousley) si imbarca in una straordinaria avventura per imparare a governare l'acqua, la terra e il fuoco nonché porre fine al terribile conflitto che sta facendo collassare il mondo.

Ed è proprio da qui che bisogna partire, perché se c'è un aspetto che Avatar coglie alla perfezione è il senso di avventura, di star compiendo un viaggio letteralmente fantastico in una terra ricchissima di luoghi e culture diventate sì iconiche, ma inquadrate in maniera tale da farle rivivere quasi come fosse la prima volta anche per il fan più navigato. Si respira in pratica l'aria di un racconto epocale, naturale e diretto nei modi eppure profondo e universale nelle tematiche che vuole toccare. È un'epopea, un viaggio dell'eroe e Avatar lo mette in chiaro fin dal primo episodio.

Uno scopo raggiunto grazie innanzitutto ad un'ottima estetica generale, che riesce a dar vita ad ambientazioni favolose - in particolare il Tempio dell'Aria Meridionale e Omashu sono una meraviglia per gli occhi, ricchissime di dettagli e di peculiarità. E, di conseguenza, grazie anche a degli effetti speciali e visivi da non sottovalutare, soprattutto vista l'assoluta insufficienza che di norma attanaglia i live-action in questo campo. Intendiamoci, non stiamo parlando di effetti da top di gamma - il dominio della Terra nello specifico non fa quasi mai una figura scintillante - e non vediamo nel prossimo futuro un Avatar che vincerà premi di settore al riguardo, ma rimangono solidi, ben più che sufficienti e persino entusiasmanti nelle scene d'azione decisive.

Alla fine dei conti, tuttavia, a rendere davvero speciale Avatar, così come fu ai tempi della storica serie animata, a fare la differenza e a dare veramente sostanza all'insieme sono i personaggi: dai più importanti - Aang e la sua infantile giovialità mescolata con l'essere totalmente impreparato al destino che lo attende o Zuko (Dallas Liu) con gli immancabili complessi di inferiorità - fino ai, per così dire, minori - Iroh (Paul Sun-Hyung Lee) e la sua solennità nonostante le tragedie personali o l'eccentricità assurda di Bumi (Utkarsh Ambudkar) - danno tutti il loro contributo essenziale a costruire un universo senza tempo.

Un diamante ancora molto grezzo

E per chi pensava che con il loro tempo su schermo, per forza di cose estremamente ridotto nel caso del cast secondario, potesse verificarsi una diluizione del loro impatto, Avatar ha mostrato quanto poco ci voglia per creare personaggi memorabili e relazioni inscindibili. Ad esempio basta ammirare Aang e Gyatso (Lim Kay Siu), che condividono la scena per pochi risibili minuti, ma sfidiamo chiunque a sostenere che il loro rapporto non sia genuino ed incredibilmente impattante a livello emotivo.

Il nuovo live-action di Netflix allora funziona, intriga, intrattiene, evitando pure i ritmi incostanti che solitamente sono un marchio di fabbrica. Detto ciò, c'è anche molto che non funziona in Avatar: La Leggenda di Aang, non abbastanza da smorzare tutti i lati positivi che abbiamo descritto, ma che vanno un po' ad abbassare la valutazione.

È impossibile in primis non notare la disparità di alcune prove recitative, poiché si passa rapidamente da un Gordon Cormier o un Dallas Liu che incarnano magistralmente Aang e Zuko ad una Kiawentiio troppo mono-espressiva o una Elizabeth Yu eccessivamente in overacting nei panni di Azula. Così come non si possono semplicemente ignorare alcune situazioni che si ripetono un po' troppe volte negli archi narrativi che la serie ha scelto di portare su schermo: Aang in qualche modo prigioniero si verifica quasi ad ogni puntata, Sokka e le sue avventure amorose, in generale si ha la sensazione che qualunque new entry debba relazionarsi - chi più, chi meno o chi solo di sfuggita - con i personaggi principali sotto forma di possibile partner. Un discreto quantitativo di ripetizioni evitabili, bastava aggirarle con un certo savoir faire.

Ma adesso arriviamo al colosso riscontrabile in qualunque adattamento televisivo soprattutto in opere fantasy, poco importa che la fonte sia un romanzo, un fumetto o un cartone animato: l'esposizione esagerata, che va a contrastare sempre e comunque una delle più antiche e solidificate leggi dei media visivi, ovvero show, don't tell. E l'aspetto che, a dir la verità, ci lascia interdetti è che in almeno metà dei casi Avatar bypassa in toto questa problematica, d'altronde la storia di Aang e dei dominatori dell'Aria è mostrata, non raccontata.

Quanto guadagna la serie Netflix da queste circostanze, quanto rendono più fluida e naturale la narrazione, quanto coinvolgimento emotivo aggiungono al resto delle vicende e allora non comprendiamo perché non si è sempre seguita tale strada. Non c'è bisogno di spiegare per minuti interi quanto e perché sia pericoloso Koh e cosa voglia, se si può mostrarlo con efficacia. Sono passaggi che appesantiscono di molto e inutilmente l'insieme e che purtroppo non lasciano nulla di realmente duraturo, nella speranza che un'ipotetica seconda stagione cambi registro e segua un sentiero già tracciato dalle migliori puntate.

Avatar: La Leggenda di Aang Avatar: La Leggenda di Aang è, prevedibilmente, un adattamento non privo di problematiche. Dalle prove recitative non sempre di livello fino ad alcune ripetizioni di sottofondo che potevano e dovevano essere evitate con una buona dose di savoir faire, senza dimenticarci dell'onnipresente ed eccessiva smania di esposizione - quando, invece, in almeno metà dei casi la serie Netflix decide di mostrare con efficacia piuttosto che dedicare minuti interi a dialoghi espositivi. Un po' le classiche problematiche dei live-action, in sostanza, è inutile ed impossibile negarlo. Il resto, tuttavia, è una meraviglia: il senso di avventura è meraviglioso e tangibile, l'estetica e gli effetti si attestano su buoni livelli fino a sfiorare vette fantastiche nei momenti e scontri cruciali, i personaggi costituiscono il cuore di questo racconto e sono - quasi - tutti, a loro modo, strepitosi e capaci di bucare lo schermo. C'è tanto di buono in questo live-action e, con un pizzico di attenzione in più e un impegno ulteriore nell'evitare troppi dialoghi espositivi, potremmo trovarci al cospetto di un insospettabile diamante.

7.5