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Away: la serie Netflix ci porta in viaggio verso Marte

Lo space drama con protagonista Hilary Swank mostra fin dove si può spingere l'animo umano, affidandosi a qualche cliché di troppo.

recensione Away: la serie Netflix ci porta in viaggio verso Marte
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In occasione delle prime impressioni su Away ci eravamo detti incuriositi dal prosieguo dello show targato Netflix e abbastanza convinti dalle premesse messe in scena dagli autori. L'enfasi data ai rapporti tra i membri dell'equipaggio della prima missione verso Marte e sulle vicende familiari della protagonista Emma Green (Hilary Swank) ci erano sembrati un buon punto di partenza in vista di possibili complicazioni che sarebbero potute emergere con l'addentrarsi nelle fasi sempre più delicate della spedizione, tra le difficoltà insite in un'impresa di tale portata e il peso di dover vivere in uno spazio ristretto, lontani da tutti gli affetti.

Ora che abbiamo visto tutti e dieci gli episodi che compongono la prima stagione, siamo pronti a trarre un bilancio della serie, che ricordiamo è disponibile su Netflix a partire dal 4 settembre. Purtroppo, Away non è riuscita a decollare come ci saremmo aspettati, complici una fase centrale un po' stanca e l'evoluzione spesso prevedibile sia nella caratterizzazione dei personaggi sia nell'evolversi delle situazioni che questi si ritrovano a dover risolvere.

"The first true martian"

Come abbiamo visto nell'anteprima, in un futuro prossimo (non viene specificato l'anno preciso) l'umanità è pronta a compiere un nuovo e importante passo, ossia portare i primi esseri umani sul pianeta rosso. Emma Green, l'astronauta a capo della missione, cerca con difficoltà di conciliare il suo lavoro e il suo essere moglie e madre ed è costantemente combattuta tra la voglia di realizzare il suo sogno fin da bambina e il soffrire per ogni singolo metro di distanza dalla sua famiglia, tanto che in diverse occasioni la vediamo desiderosa di tornare a casa o dubbiosa sulla decisione di partire proprio nel momento in cui Matt (Josh Charles) e Alexis (Talitha Bateman) hanno maggior bisogno della sua presenza e del suo supporto. Nel scorso degli episodi vediamo Emma al telefono, in videochiamata o (quando questo tipo di comunicazioni non sono più possibili) scrivere mail quasi di continuo.

Ogni istante è riempito dai dialoghi, con tanto di conversazioni immaginarie con il marito nei momenti in cui subisce maggiormente la distanza: l'abbiamo trovata una soluzione narrativa non riuscita, che si limita a rimarcare concetti già espressi e a raccontare piuttosto che mostrare gli struggimenti della protagonista. Vista la centralità della famiglia, le parti sulla Terra si concentrano in particolare su Matt e Lex: il primo è alle prese con le conseguenze di un ictus ed è intento a offrire supporto sia alla figlia - la quale vive una fase di ribellione, ma anche la scoperta del primo amore - che alla moglie, non solo sostenendola psicologicamente ma anche trovando soluzione ai problemi che si presentano di volta in volta sull'Atlas.

"Hope made us the people we are"

Se da un lato abbiamo una famiglia che si trova di fronte a una divisione forzata per tre anni, dall'altra ne abbiamo una che si forma durante la spedizione, quella tra gli astronauti presenti a bordo dell'Atlas. Avevamo già sottolineato come lo show puntasse sui concetti di fiducia e di collaborazione - elementi a dir poco fondamentali in una missione dalla portata così grande e allo stesso tempo così piena di insidie e dalla buona percentuale di fallimento- e per tutta la stagione viene ribadito questo concetto, ripetendo così più volte lo schema base che ci mostra come migliori l'affiatamento del gruppo.

Il carattere e le aspirazioni dei compagni di viaggio di Emma ci vengono illustrati grazie all'uso di flashback, mentre il team è alle prese con il problema del giorno che metterà a repentaglio la riuscita della missione. A lungo andare, però, si accusa una certa ripetitività tematica, acuita da una poca profondità dei conflitti personali e dalla risoluzione sempre uguale dei problemi, affidata ai due fattori di fiducia e collaborazione (conditi da vari messaggi motivazionali), cui si aggiunge quello della speranza, quel sentimento alla base della riuscita di imprese all'apparenza impossibili.

Insomma, i buoni sentimenti vanno per la maggiore: non è un male, ma avremmo gradito che Away fosse riuscita a trasmetterci meglio l'incertezza sulla sorte dell'equipaggio dell'Atlas e a proporci una crescita più convincente dei personaggi. Non aiuta poi il fatto che alcuni di loro sembrano incarnare gli stereotipi legati alla loro nazione di provenienza, soprattutto nel caso del russo Misha (Mark Ivanir) e della cinese Lu (Vivian Wu).

Nel complesso, la formula adottata non riesce a trasmettere l'importanza della missione della Nasa e delle conseguenze che potrebbe avere sull'umanità; i vari imprevisti non sono altro che un espediente per inserire degli elementi di conflitto, però senza che riescano a restituire una buona dose di tensione che faccia dubitare sulla riuscita del viaggio. A questo proposito, forse la serie avrebbe beneficiato di un minor numero di episodi, complice una parte centrale che non aggiunge nulla di significativo al racconto.

In ogni caso, abbiamo apprezzato la recitazione di Swank e compagni; inoltre, è encomiabile lo sforzo degli attori per dare credibilità alle scene a gravità zero, alcune delle quali davvero riuscite. Ci riferiamo, ad esempio, alle sequenze di camminata nello spazio, suggestive e ben girate, che figurano tra i momenti migliori dello show, seppur dall'esito abbastanza prevedibile. È in questi momenti che spicca maggiormente il valore produttivo di Away, serie dotata di un ottimo budget, cosa riscontrabile anche nella molta cura riposta nella creazione degli ambienti dell'Atlas e che ci permette di assistere a un'opera che a livello visivo e tecnico non ha particolari difetti.

Pur ricadendo in qualche cliché di troppo, Away si lascia guardare senza troppi problemi, peccato che non riesca ad essere davvero incisiva. Se siete in cerca di una serie che metta in prima linea l'esplorazione spaziale e tutte le problematiche a essa connessa, probabilmente questo show non fa per voi. Se, invece, avete voglia di una serie a tratti melodrammatica e che fa leva sulle emozioni, Away può senza dubbio meritare una chance.

Away - Serie Netflix Più family drama che opera di fantascienza, Away racconta la prima missione verso Marte approfondendo i concetti di famiglia, fiducia, collaborazione e speranza. In un contesto dove la distanza mostra tutto il suo peso e in cui è facile identificarsi, però, manca quel guizzo per rendere la serie davvero ottima. La visione è piacevole nel complesso, ma la storia segue sentieri già percorsi e non è profonda come avremmo voluto. I livelli produttivi sono molto buoni e la recitazione non è da meno. Insomma, parliamo di una serie riuscita a metà che, tutto sommato, può offrire diverse ore di svago.

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