Benvenuti a Eden Recensione: l'isola della noia nell'oceano Netflix

La nuova serie spagnola è marchiata da un presupposto poco originale che fa da cornice ad una trama fiacca e ripetitiva.

Benvenuti a Eden Recensione: l'isola della noia nell'oceano Netflix
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Una festa che dura due giorni per cento ragazzi spagnoli, è questa la promessa dello spot Blue Eden. Dal viaggio in autobus fino all'arrivo sulle spiagge di un'isola deserta i bagordi si consumano come se non esistesse un domani, mentre un manipolo di addetti ai lavori ne supervisiona lo svolgimento. Solo i giovani sono autorizzati a partecipare, selezionati attraverso un metodo di ricerca social che va a scavare tra le debolezze di un'esistenza frustrata per ottenere la certezza di una risposta positiva. Nessuno tra gli invitati è felice, nonostante l'apparenza glamour dei loro profili online, e la fuga dalla realtà può rivelarsi la panacea per i mali della vita.

Le produzioni spagnole made in Netflix si fanno sempre più numerose col passare del tempo, ma nonostante l'ampia scelta proposta il livello medio degli show si assesta ben al di sotto della sufficienza. Eppure i contenuti "poco impegnati" degli iberici dominano le classifiche di visualizzazione per un lungo periodo, a prescindere dalla loro qualità generale, quindi non deve sorprendere l'arrivo di Benvenuti a Eden tra le serie tv Netflix di maggio 2022: un prodotto votato al risparmio, economico e drammaturgico, ma conscio di un successo assicurato dalla presa che ha sul target di riferimento.

La festa lontani dal mondo

La vita non è semplice per Zoa (Amaia Aberasturi), una ragazza costretta a cavarsela da sola per sopperire alle mancanze di un padre assente e di una madre eroinomane. Nella sua testa si affacciano sempre più spesso i pensieri di fuga e abbandono, ma rimane a Barcellona soprattutto per badare alla sorellina Gaby (Berta Castañé). Quando un numero sconosciuto le invia un messaggio chiedendole se è felice, la risposta non è così complicata come potrebbe sembrare.

La conversazione si apre dunque su un invito ad una festa per promuovere il lancio sul mercato di una nuova bibita chiamata Blue Eden, che verrà presentata su un'isola in presenza di pochi fortunati: Zoa accetta di buon grado quella boccata di ossigeno, e decide di portare con sé anche l'amica di sempre, Judit (Ana Mena). Il regime di massimo riserbo che aleggia lungo il percorso si scioglie una volta arrivati sull'isola, dove i cento ragazzi invitati possono dare il via alle danze per un party che si protrae per tutta la notte.

Quando Zoa si sveglia il mattino seguente, sulla spiaggia lambita dalle onde del mare, scopre che tutti sono scomparsi, mentre sull'isola rimangono soltanto cinque persone, sconvolte dagli eccessi dei festeggiamenti della nottata. Questo atollo nel mezzo dell'azzurro si scoprirà ricettacolo di numerosi segreti e sede della fondazione Blue Eden, una comune ambientalista che sembra però nascondere qualcosa di malvagio.

Bonaccia creativa

Il preambolo di Benvenuti a Eden si dimostra fin da subito ben poco intrigante in quello che potrebbe sembrare un rifacimento in chiave borghese e viziata di Squid Game, lo show che ha scombussolato il mondo della serialità solo pochi mesi addietro, ma finisce con lo scrollarsi di dosso il pesante paragone riducendo in maniera netta l'ampiezza della narrazione.

La folla chiamata sull'isola senza nome è infatti rimandata subito a casa, e all'esperienza naturalistica dell'organizzazione Blue Eden parteciperanno soltanto cinque persone. Gli obbiettivi di questa comune - comandata da una coppia che pesca i suoi adepti dalle feste organizzate sull'isola - sono all'apparenza il rispetto della natura e la difesa degli ecosistemi, ma è ovvio che sotto alla facciata ambientalista si nasconda un segreto oscuro, eppure lo show creato da Joaquín Górriz e Guillermo López riesce a non far mai luce sulla missione reale della setta nonostante gli otto episodi a disposizione. Scartato l'approfondimento di Blue Eden, la serie tv sceglie di seguire i cinque protagonisti intenti ad inserirsi in una scala gerarchica molto stringente, ma la pochezza creativa bucherella la trama più volte lasciando trasparire come nulla stia davvero accadendo sull'isola.

Dal convincimento ad aggregarsi all'organizzazione, effettuato tramite un "lavaggio del cervello" appena abbozzato, che fa leva ripetutamente sul desiderio di fuga e il senso di appartenenza dei prescelti, all'ingresso effettivo nella vita di Blue Eden - che non ha un compito preciso, se non quello di non ribellarsi con troppa veemenza - la staticità degli eventi rende lo spettacolo uno stanco arrancare senza meta, mentre la narrazione cerca nei drammi adolescenziali quella linfa vitale che la sceneggiatura non trova mai.

Giovani dentro

Lo show di Netflix punta al pubblico che ha fatto le fortune di altre serie spagnole - un esempio lampante è nella nostra recensione di Elite 4 - riducendo la sceneggiatura ai sentimentalismi dei primi amori scombussolati dalle tempeste ormonali.

Le relazioni amorose, infatti, vorticano intorno ad un nucleo di trama trasparente, attorcigliandosi tra di loro in un qualunquismo emozionale a tratti disperato. Le coppie si formano e si sciolgono ad una velocità imbarazzante - nonostante il tutto venga sempre presentato come un sentimento grande e sincero - puntellando la visione con scene di sesso naif utili soltanto a dare un po' di movimento ad una storia arenata, mostrando al contempo un ampio ventaglio di generi e forme, i quali si mescolano e si sostituiscono con una leggerezza tale da sfiorare l'offesa. Nemmeno a livello visivo lo show riesce a creare un senso di importanza, ricercando senza successo la contrapposizione tra la frugalità di una vita nella natura e il modernismo delle strutture tecnologiche, finendo col ricreare il setting adatto ad un gioco per bambini più che ad un'organizzazione ricca e malvagia. La trama, oltretutto, si conclude con un finale apertissimo e scontato, che, insieme al successo riscosso sulla piattaforma streaming, rende quindi obbligatoria la produzione di un sequel.

La seconda stagione di Benvenuti a Eden avrà però bisogno di un'infornata di idee concrete per risollevarsi dal vuoto totale della prima, cercando al tempo stesso di maturare sul piano dell'emotività se vuole perseguire il genere adolescenziale senza scadere nell'insulso di relazioni fittizie: il successo sarà pure assicurato, ma la qualità non si ottiene senza sforzi.

Benvenuti a Eden Lo show creato da Joaquín Górriz e Guillermo López punta ad un pubblico di adolescenti cercando di bissare il successo di altre serie spagnole come Élite, ma il debole assunto iniziale perde velocemente quota lasciando spazio ad una storia noiosa, nella quale gli eventi degni di nota latitano e gli sviluppi arrancano per una grave carenza di inventiva. Benvenuti a Eden accantona la trama per focalizzarsi sulle mutevoli relazioni dei giovani protagonisti, ma scade ben presto in sentimentalismi privi di spessore dove la sessualità è poco meno di un gioco, banalizzata da amori infantili utili solo a descrivere l'ampio ventaglio di generi esistenti al mondo. Qualche sparuto colpo di scena, insufficiente sia per prevedibilità che per evoluzione, non basta a salvare otto episodi durante i quali domina il nulla.

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