Better Call Saul 6X12 Recensione: punto di non ritorno

A un passo dalla fine, il penultimo episodio di Better Call Saul è un'ora televisiva magistralmente scritta e diretta da Vince Gilligan.

Better Call Saul 6X12 Recensione: punto di non ritorno
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La cavalcata verso il tramonto di Better Call Saul prosegue inesorabile su Netflix nell'episodio di questa settimana, dopo i paralleli tra Walt e Saul della scorsa puntata, tutti legittimi e azzeccati, sebbene il ritorno dei protagonisti di Breaking Bad non si sia rivelato affatto memorabile o strettamente necessario ai fini della narrazione (ne parlavamo nella recensione di Better Call Saul 6X11). E se gli ultimi capitoli del drama di Vince Gilligan e Peter Gould rappresentano una sorta di esegesi dell'innegabilità della natura umana e degli estremi ai quali può condurre, l'episodio di questa settimana chiude per certi versi il cerchio, esasperandone i confini per regalarci un'intensa e drammatica ora firmata nella sceneggiatura e nella regia dallo stesso Gilligan, segnando in un modo o nell'altro il destino di Gene Takavic e costringendoci nell'analisi odierna ad una necessaria dose di spoiler.

La parabola di Kim

La parentesi in bianco e nero che in questa puntata di Better Call Saul abbraccia non solo Omaha, Nebraska, ma tocca anche la Florida e Albuquerque, avvicina sempre più lo spin-off di Breaking Bad ad un'opera dei fratelli Coen nel dipingere le esistenze incolore dei suoi protagonisti che alimentano nel loro intrecciarsi i guizzi di un destino che altrimenti li rosolerebbe nell'ordinaria indeterminatezza di una quotidiana ordinarietà. Ne è un lampante esempio il generoso minutaggio dedicato al destino di Kim dopo aver lasciato Jimmy ed essersi trasferita nello stato più a sud-est degli USA. A romperne il compassato equilibrio interviene ovviamente la chiamata di Gene che non abbiamo avuto modo di ascoltare nell'episodio precedente e che esaspererà a tal punto la Wexler da instillare in lei la necessità di chiudere definitivamente la faccenda di Howard, anni dopo gli eventi che hanno portato alla sua dipartita.

Nonostante le cose non siano sempre andate così, Kim è l'unico personaggio di BCS che è riuscito a tracciare un confine oltre il quale non andare (più). Il suo addio a Jimmy, uno dei vertici raggiunti dallo show, partiva proprio dal punto di non ritorno rappresentato dalla morte di Howard e dall'insussistenza del rapporto amoroso con lo stesso Jimmy nel momento in era venuta meno la linfa che alimentava la relazione tra i due, quella complicità nella truffa che non poteva essere sostituita nemmeno dall'amore reciproco.

Un'ubris realizzata ma pienamente riconosciuta ed elaborata da Kim, che inizialmente trova nella banalità di una routine contornata di futilità una gabbia di Faraday contro la sregolatezza e la criminosità insita nella propria natura, salvo poi raggiungere la catarsi nell'ammettere i propri peccati. Tutto ciò è descritto dalla regia di Gilligan attraverso un sapiente ricorso a primi piani che enfatizzano la performance di una straordinaria Rhea Seahorn, vera rivelazione di questa serie anche a livello drammaturgico.

La metamorfosi di Jimmy McGill

Un percorso, quello di Kim, completamente diverso da quello di Jimmy, che già nella fase del lutto per la donna amata si trincera dietro la maschera di Saul Goodman ostentando indifferenza e punzecchiandola con frecciatine, emblematica in questo senso la parentesi ambientata ai tempi di Breaking Bad che ci permette, oltretutto, di assistere ad un dialogo molto più sensato e costruttivo con una vecchia gloria dello show, rispetto al fan service della scorsa puntata.

Gilligan pennella atmosfere tensive giocando con la macchina da presa e con la musica, creando nel corso dell'episodio momenti di tensione che rischiano di sfociare nell'impensabile da un momento all'altro. Dopotutto, è sempre stata la metamorfosi di Jimmy McGill a impedire a quest'ultimo, persona dall'indole buona seppur truffaldina, di riconoscere il confine tracciato da Kim per entrambi. Saul Goodman nasce per diversi motivi (abbiamo analizzato la transizione da Jimmy McGill a Saul Goodman in Better Call Saul nel nostro speciale) ma, un po' come per Walter White, è l'esasperazione della sua condotta a trasformarlo nel cattivo e a mostrarcelo infine redivivo e minaccioso con un cavo telefonico attorcigliato tra le mani a mo' di garrota verso l'epilogo, forse veramente per la prima volta sul punto di scivolare irrimediabilmente nel baratro.

Ed è con piacevole disinvoltura che poco prima Bob Odenkirk permette al proprio personaggio di tradire se stesso nell'immedesimarsi completamente nella parte del consumato difensore legale, sfoggiando una sicumera scintillante e una parlantina colorata quanto le camice indossate un tempo. Le crepe nella vita di Gene Takavic si sono espanse di puntata in puntata, ma i segni premonitori che hanno costellato il cammino di Jimmy in Nebraska non sono mai stati abbaglianti e colorati quanto i mesmerizzanti spot di Saul Goodman riflessi nei suoi occhiali in questo episodio.

Better Call Saul - Stagione 6 Il punto di non ritorno per Gene Takavic arriva ad un passo dalla fine di Better Call Saul. E anche quello di Kim. Ancora una volta non possiamo che rimanere disarmati di fronte ad una scrittura che trascende i personaggi e li reinventa, sicura di poter contare sulle splendide interpretazioni di Rhea Seahorn e Bob Odenkirk, emblemi di due parabole differenti ma indissolubilmente legate, nel bene e nel male. A coronare il quadro, la regia di Vince Gilligan che va a colpo sicuro e delinea attraverso un sapiente uso della macchina da presa un disegno che assume i suoi contorni finali.