Black Mirror: recensione della quinta stagione della serie Netflix

La serie osa troppo poco in questo suo ritorno, ma accorcia le distanze tra presente e futuro, mostrando drammi umani attuali

recensione Black Mirror: recensione della quinta stagione della serie Netflix
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Dopo un'attesa non troppo lunga - era il 28 dicembre quando Netflix ha reso disponibile l'episodio interattivo Bandersnatch - è finalmente tornato Black Mirror, con una quinta stagione che sembra ricalcare almeno dal punto di vista formale le sue stagioni d'esordio. Sono infatti tre gli episodi di questa stagione, tutti diversi tra loro per genere e impostazione, come a voler sottolineare che Black Mirror non è solo sci-fi, ma sa abbracciare le diverse sfumature del progresso tecnologico.
Nomi d'eccezione per questo ritorno - Anthony Mackie, un toccante Andrew Scott e la pop star Miley Cyrus -, che dimostra che tra alti e bassi narrativi e approfondimenti psicologici a volte solo abbozzati, Black Mirror è ancora sinonimo di qualità, ma non quella altissima delle sue prime stagioni. Il confronto con gli esordi viene naturale allo spettatore che ha apprezzato puntate iconiche come Nosedive o San Junipero, ma va forse evitato a favore di una visione d'insieme, più vicina all'intrattenimento e alla presa di coscienza della realtà, che alla vera riflessione pessimistica.Attenzione! Questo articolo contiene spoiler!

Il prezzo del successo

Dopo i primi due episodi più o meno riusciti, questo episodi finale sembra orientato più all'intrattenimento che a una complessa riflessione sulla società.
Gli elementi disturbanti tipici di Black Mirror (e andati via via scemando nel corso degli anni) qui sono quasi nulli, non del tutto accantonati ma messi in secondo piano a favore di un tono più teen . Non è un caso che sia proprio in questo episodio che entra in scena Miley Cyrus, che ha esordito in passato come cantante per un target adolescenziale. Rimessa nei panni di idolo delle ragazzine, la Cyrus è l'elemento che permette alla serie di concentrare su di lei le riflessioni sul prezzo del successo e sulla creatività dei giovani artisti soffocata dalle ambizioni dei manager.
Nell'episodio Rachel, Jack and Ashley Too si narra l'ossessione dell'adolescente Rachel per la sua popstar preferita, Ashley O (Miley Cyrus). Quando viene annunciato il lancio sul mercato di una bambolina robot dalle alte capacità di interazione e dalla personalità simile a quella della vera Ashley, Rachel ne fa la sua più grande confidente. Sebbene la bambola si faccia portavoce degli stessi messaggi positivi e ottimistici diffusi da Ashley O, la vita privata della cantante è piena di solitudine e drammi, man mano che la sua manager cerca di annullare sempre più la sua personalità per sfruttarne il successo. Quando però Ashley finisce in coma, è la sua copia digitale a sapere la verità e a conoscere anche la brama di denaro e fama che ha portato a questa tragedia.

Tra i tre episodi della nuova stagione, Rachel, Jack and Ashley Too è quello che più si allontana dalle sue tipiche atmosfere cupe per adottare un tono molto più leggero. La particolare personalità della bambola (specchio di quella di Ashley) strappa qualche risata durante il corso della puntata, smorzando la drammaticità del tutto. Da questo punto di vista, il terzo episodio potrebbe sembrare il meno riuscito, o comunque quello che meno si avvicina alla reale natura di Black Mirror.
Non mancano però anche qui dei buoni spunti di riflessione, non sul futuro, ma sul presente dell'industria musicale, che fa di tutto per sfruttare il successo di un artista in vista di guadagni sempre più alti.

Ashley, che sembra quasi rispecchiare il percorso musicale fatto dalla stessa Miley Cyrus, lotta per uscire da un modello artistico che le è stato imposto, ma la sua creatività viene annullata dai farmaci che le vengono somministrati, da una copia robot della sua personalità (per alimentare ancora di più la dipendenza dei suoi giovani fan) e infine dal coma.

Se la puntata sembra incentrata tutta sull'utilizzo controverso dell'intelligenza artificiale, che per una ragazza solitaria come Rachel assume addirittura il ruolo di migliore amica, allontanandola ancora di più dalle frequentazioni umane , il vero focus si sposta verso la fine dell'episodio a un dilemma etico ancora più pesante: è giusto riportare in vita le star defunte o prive di coscienza tramite gli ologrammi? È giusto sfruttare il loro successo anche quando non possono scegliere liberamente?
Ancora una volta in questa stagione Black Mirror fa riferimento a una realtà tristemente attuale, quella che ha riportato in vita idoli che non ci sono più, come il grande Michael Jackson e più recentemente la compianta Amy Winehouse, tramite ologrammi. Una manovra affascinante, ma innegabilmente controversa, che ci fa interrogare sui limiti del libero arbitrio e su cosa sia davvero etico.

Pregi e (molti) difetti di una stagione incentrata sull'umanità

Portavoce di una fantascienza inquietante proprio perché vicina a noi, realistica e del tutto probabile, Black Mirror non è mai stata una serie riduttiva e superficiale, ma sottile in quasi ogni sua puntata, pessimista quanto basta per lasciare l'amaro in bocca ma anche incredibilmente umana.
Questa quinta stagione aveva il compito di smentire lo scarso impatto avuto dalla quarta e, pur mostrando una certa novità nei toni, ancora non riesce a raggiungere i picchi delle prime, iconiche puntate, ma anzi conferma un ormai inesorabile cambiamento della serie.
Sembra ormai una versione un po' edulcorata di ciò a cui gli esordi di Black Mirror ci avevano abituato. Le vicende affrontate vengono sradicate dal tipico cinismo e dall'inquietante previsione sul nostro futuro iper-tecnologico di cui la serie si faceva portavoce, per spostarle su un livello più umano, nel quale la tecnologia è sì una minaccia reale, ma costituisce soprattutto il pretesto per riflettere sulle gravi problematiche sociali e personali dei protagonisti.
Nel primo episodio si affronta il tema della realtà virtuale che diventa più appetibile della monotona routine di tutti i giorni; nel secondo la tecnologia è la causa di una distrazione di massa dai dettagli della vita vera; il terzo è una finestra sulle assurdità e l'egoismo dell'industria musicale, che sfrutta fino all'osso le star solo per denaro e fama.

Si cerca l'empatia ancora più della svolta scioccante e paradossalmente è proprio il secondo episodio (Smithereens), cioè il meno futuristico, a risultare il più riuscito della stagione, come se ormai Black Mirror avesse cambiato il proprio volto a favore di qualcosa di più attuale. Smithereens è l'episodio meno fantascientifico e più drammatico dei tre, che però in parte ci trasmette ancora quel senso di impotenza e solitudine che il primo Black Mirror ci comunicava. È inquietante e toccante proprio perché coinvolge tutti noi - malati di notifiche, di news, di chat, di post e stories- e affronta in modo tanto semplice quando straziante un problema che non nasce dalla disumanizzazione del progresso tecnologico, ma da un secondo di distrazione che potrebbe succedere a chiunque.

Uno splendido Andrew Scott ci mostra tutta la vulnerabilità del protagonista, che deve compiere un gesto estremo per farsi ascoltare, in un mondo che non riesce a sentire né vedere nulla al di fuori di un piccolo display. I gesti di quest'uomo sono folli, ma incredibilmente umani e più comprensibili di quelli di chi vuole fare della sua tragedia un contenuto virale. È con Smithereens che questa quinta stagione raggiunge il suo picco emotivo, dimostrando che, pur non essendo più quello di un tempo, Black Mirror ha ancora qualcosa da dire per smuovere qualcosa nello spettatore.

Una serie ormai diversa

In generale la quinta stagione ha tentato, dopo l'episodio interattivo di Banderstnatch, di tornare ai fasti iniziali della serie, senza però riuscirci. Fatta eccezione forse per Smithereens, l'approfondimento psicologico è pallido, solo abbozzato, mentre le tecnologie messe in campo per sconvolgere le vite dei protagonisti sono prive del fascino e dell'originalità dei vecchi tempi di Black Mirror. Si narrano storie diverse, non tanto di vite spezzate da una tecnologia invadente e alienante, ma di persone tristi che fanno del mondo digitale una via di fuga dalla realtà o che aprono gli occhi sull'assurdità di questo tentativo.

Non si può però del tutto parlare di un esperimento fallito. Black Mirror ha compiuto un percorso diverso, diminuendo il fattore futuristico e catastrofico per suggerirci che il futuro è adesso. Noi stiamo già vivendo in Black Mirror, ogni volta che basta il suono di una notifica per risucchiare la nostra attenzione, ogni volta che ci rifugiamo in una realtà virtuale più interessante della vita e ogni volta che dimentichiamo la differenza tra immagine e persona.
Ignorando il confronto con le prime imbattibili puntate, è ancora possibile godersi gli spunti di riflessione forniti da Black Mirror, una serie che dimostra di non essere più in grado di osare abbastanza per essere originale e sbalorditiva, ma che ancora sa coinvolgere e commuovere.

Black Mirror - Stagione 5 Ben lontana dalla qualità dei suoi esordi, la serie Black Mirror torna con la sua quinta stagione, con un sensibile cambio di rotta rispetto al passato. Narrando vicende poco complesse e concentrate maggiormente sull'umanità e sui drammi dei suoi protagonisti, la nuova stagione di Black Mirror dimostra di non essere in grado di osare e sconvolgere come un tempo. Tra i difetti (trame e personaggi dal debole approfondimento), la serie mostra qualche pregio, una buona capacità di intrattenimento, la qualità delle interpretazioni e il fatto di aver annullato quello scarto temporale che ci separa da un futuro tecnologico mostrato nei primissimi episodi, rendendo le questioni etiche ancora più attuali e inquietanti.

6.5