Boris 4 Recensione: la nostalgia prende forma su Disney+

La stagione revival della serie cult italiana è un'operazione nostalgica piena di cuore, ma frenata da alcuni difetti evidenti.

Boris 4 Recensione: la nostalgia prende forma su Disney+
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Un pesce rosso col nome di uno dei più grandi tennisti di sempre volteggia in una boccia di vetro, supervisiona i lavori di ripresa e offre ottimi spunti creativi ad un regista costretto a vestire i panni del Re Mida al contrario, perché è questo quello che pretende la televisione italiana. La passione per il cinema che si scontra con l'onnipresente superficialità tricolore, le manovre nell'ombra di produttori e responsabili di produzione, e ancora attori incapaci che fanno le prime donne, un direttore della fotografia con problemi di droga, gli assistenti sgobboni e sottopagati: Boris ha inquadrato alla perfezione il nostro Paese all'interno di una macchina da presa, raccontandolo attraverso tre stagioni che possiamo definire imprescindibili per ogni appassionato di commedia, chiudendosi sulle note agrodolci del ritratto di quella modalità lavorativa impossibile da rivoluzionare.

Sono trascorsi dodici anni da un epilogo che credevamo definitivo, ma proprio come insegna il mondo delle fiction ogni personaggio deceduto può ritornare qualora ce ne fosse l'esigenza, ed ecco che un'assurda quarta stagione si è palesata nel catalogo Disney+ di Ottobre 2022 con otto episodi che si tramutano in una macchina del tempo, uno strumento visivo e soprattutto emotivo capace di far viaggiare nella nostalgia gli spettatori che hanno amato senza riserve questo piccolo capolavoro italiano. I continui rimandi, le imprecazioni e le dinamiche di un gruppo di lavoro esplosivo sono ancora tutte lì davanti ai nostri occhi, eppure qualcosa stona in questa nuova avventura in streaming di René e compagni, perché la sceneggiatura soffre evidenti cali in fase di gestione e si perde in una fase finale stanca che pare incapace di gestire il peso della sua storia.

Una trama spinosa

In un decennio ogni singola certezza potrebbe sgretolarsi, anche quelle granitiche di un medium che è per forza di cose costretto a mutare, ad evolversi per inseguire le nuove passioni di un pubblico sempre più allargato. Ed ecco che un umile assistente di regia abbandona il sogno di dirigere una macchina da presa e diventa un dirigente: Alessandro (Alessandro Tiberi) non è più Seppiolina, ma il pezzo grosso che propone soggetti dal grande potenziale ad un'importantissima piattaforma in streaming di cui non si fa mai il nome (proprio come l'anonima e per nulla riconoscibile emittente televisiva per la quale ha lavorato in precedenza).

Uno dei progetti candidabili ad una prossima distribuzione è quello creato da Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini), oggi sposi e co-fondatori della casa di produzione SNIP (So Not Italian Production), che hanno assunto il solito trio di sceneggiatori per scrivere un serial dedicato alla vita di Gesù, da portare in scena insieme all'ormai solidissima troupe de Gli Occhi del Cuore capitanata da un sempre più disilluso René Ferretti (Francesco Pannofino).

Ad affiancare questa produzione così poco italiana c'è anche la Qualità Qualità Qualità di Diego Lopez (Antonio Catania), uscito dalla Rete per fondare una propria casa grazie agli investimenti di loschi figuri provenienti dalla Calabria. Nonostante la sacralità di un soggetto intoccabile e la possibile distribuzione di una piattaforma americana, i soliti problemucci tutti italiani fiaccano un'opera che si getta subito nella comfort zone di una fiction senza profondità, a riprova di come certe cose non cambino mai, nemmeno dopo dieci anni.

Operazione nostalgia

E certe cose davvero non cambiano mai, come l'amore inossidabile per una troupe che negli anni è diventata per qualcuno una seconda famiglia, tra dinamiche che sono di gruppo ancor prima che lavorative, trame secondarie che si sviluppano al di fuori del set per poi esplodere nei capannoni della Rete attraverso personalità plausibili seppur macchiettistiche.

C'è tanta Italia in Boris, nel bene e nel male, nel suo spiattellare sugli schermi una superficialità disarmante ed una meritocrazia che non è mai presa in considerazione, ma anche una giovialità ed una passione inimitabili che si ergono come unico (e forse inutile) bastione contro lo sconforto totale. Tutto quello che ha reso l'opera di Luca Manzi un cult della nostra tv lo ritroviamo anche in questa insperata quarta stagione, nel ritorno di quegli scontri umani, di quei vizi mai guariti, e soprattutto nei volti di chi si è fatto promotore di una serie magica. Quelle modalità lavorative sono adesso calate in un contesto nuovo, all'interno di una distribuzione in streaming che deve tener conto di problematiche diverse e non di immediata comprensione come il "lock", l'algoritmo e l'inclusività aggressiva, scontrandosi con la volontà irremovibile di chi non ha intenzione di modificare i propri atteggiamenti dopo una vita trascorsa su set sempre differenti, ma alla fine sempre uguali.

Ci sono tutti (o quasi) gli interpreti storici all'interno di questi otto episodi, dalla solita troupe sul campo agli attori che vanno e vengono, alcuni soltanto per un istante, come se volessero fare soltanto un saluto veloce prima di sparire per sempre. All'interno del ritratto della vita di Gesù voluto da Stanis si trova infatti una particina per ogni amico e conoscente, ed ecco che Giovanni Battista è affidato ad un Mariano Giusti (Corrado Guzzanti) sempre più folle, Maria Maddalena è ovviamente la procace Karin (Karin Proia), e tanti altri personaggi secondari vengono interpretati dalle star de Gli Occhi del Cuore, da Nando Martellone (Massimiliano Bruno) a Cristina Avola Burkstaller (Eugenia Costantini).

La volontà esplicita è quella di avvicinare a livello visivo e soprattutto qualitativo questa nuova opera alle sensazioni vissute in Villa Orchidea, e l'operazione riesce in maniera cristallina quando al centro della scena ci sono gli storici volti della serie: la quarta stagione è a dir poco spassosa nei continui rimandi ad un passato indimenticabile, i flashback si ripropongono senza soluzione di continuità con immagini di repertorio oppure con frasi scolpite nei ricordi, come nel caso dei rimproveri di Arianna (Caterina Guzzanti) alla sua nuova assistente.

Un pizzico di meta-narrazione si riverbera nella tristezza di quelle mancanze che si è scelto di non tacere, dalla scomparsa di Itala portata in scena nel primissimo episodio al fantasma sempre presente di uno sceneggiatore che ci ha lasciato troppo presto, inzuccherando in questo modo fino all'estremo una modalità di rappresentazione che vuole rendere felici i grandi fan della serie, perché in fin dei conti è soltanto a loro che è dedicata questa stagione conclusiva.

Le note stonate

Si ride a più riprese con i nuovi episodi, ed alcune sequenze riempiono il cuore di emozioni e ricordi, eppure non tutto si rivela armonioso e perfetto come quando la serie da il meglio di sé.

Già dalla nostra anteprima di Boris 4 avevamo notato una straniante propensione alla velocità, una fretta di raccontare nel più breve tempo possibile tante situazioni, portate sullo schermo in maniera sbrigativa e mai approfondite con la giusta cura: questa sensazione iniziale si è purtroppo rivelata costante all'interno della stagione, accompagnata da un'indecorosa superficialità che non rende merito ai grandi pregi di una comicità spesso irresistibile (ma altre volte molto meno), capace di confondere e lasciare perplessi con l'incapacità di spiegare il perché si ripetano certe vecchie abitudini nonostante il cambio di produzione e distribuzione. Forse la colpa è da addurre ad un formato ridotto, probabilmente la storia avrebbe goduto di maggior agio con più episodi, ma non è solo la rapidità di alcune sequenze che stona con tutto il buono del contorno. Se i soliti interpreti di Boris rimangono impeccabili ed esilaranti, le nuove aggiunte al cast non convincono né per recitazione né per caratterizzazione, mentre l'intera trama si svolge sui luoghi del set senza lasciarci sbirciare nelle nuove vite dei suoi protagonisti. L'intero sviluppo appare poco omogeneo e comincia ad accartocciarsi già a metà stagione, tra personaggi che scompaiono improvvisamente per poi ricomparire in un episodio successivo, collassando in un finale anticlimatico e prevedibile che sembra soffrire la volontà di chiudere in maniera straordinaria ed al tempo stesso commovente una storia lunga più di dieci anni.

Boris - Stagione 4 Un ritorno inaspettato, temuto e poi celebrato, Boris conclude la sua grandiosa avventura con una quarta stagione che quasi abbaglia con la brillantezza di una storia decisamente indirizzata a chi è già un grandissimo fan della serie, graziata dai continui rimandi visivi e situazionali alle stagioni storiche di una serie culto, ma anche da una propensione allo sfiorare i tristi fatti reali che commuove ed intenerisce. Se nei volti noti del cast quest'ultima tornata di episodi riesce come al solito a colpire nel segno, molto meno riuscita è la gestione dei nuovi innesti nella troupe di René, così come lo sviluppo frettoloso ed a tratti superficiale di una trama che comincia a scricchiolare al giro di boa, per poi collassare in un finale anticlimatico che cerca in tutti i modi di rendere onore ad una delle più grandi opere della televisione italiana.

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