Britannia: la recensione della serie di Sky Atlantic

Prodotta da Sky e Amazon, Britannia si propone come la nuova serie evento di stampo storico-fantastico. Non riuscendo però a mantenere le aspettative.

Britannia: la recensione della serie di Sky Atlantic
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Le ambientazioni storiche, si sa, attirano sempre, sia in campo cinematografico che seriale (basti pensare all'incredibile succesos di Vikings). Sarà la possibilità di far vivere sullo schermo grandi personaggi del passato, o magari quell'appeal quasi voyeuristico che si portano dietro; sarà che la storia incarna perfettamente il concetto del "cosa succede dopo", fondamento delle serie tv. Resta il fatto che dozzine sono i prodotti di questo tipo, molto spesso peraltro in grado di riscuotere grande successo. Figurarsi quando vivono a cavallo con atmosfere sovrannaturali, mistiche o religiose, andando così ad attingere da quello che è un altro genere molto amato dal pubblico, il fantasy. Le producono un po' tutti, e a distribuirle in Italia è spesso Sky, emittente che a livello internazionale ha finalmente avuto un'intuizione: e se producesse da sola una cosa del genere? È nata così, grazie alla collaborazione con Amazon, Britannia, in onda in Italia su Sky Atlantic dal 22 Gennaio.

Il gioco delle rune

Anno 43 d.C.: dopo le scottanti delusioni di Cesarea memoria, i romani decidono che sia giunto il momento di prendere in mano le redini del proprio impero e finalmente soggiogare la Britannia, territorio ostile e restio alla resa. A comando della spedizione il generale Aulo Plauzio (il già Governatore di The Walking Dead, David Morrissey). Quello che trova è un territorio in guerra, devastato dalle divisioni tribali all'interno delle popolazioni celtiche. Il focus va su due di queste in particolare, i Regnii, guidati dalla feroce e vendicativa regina Antedia (Zoë Wanamaker), e i Cantii, governati dal re Pellenor (sua cattiveria l'Imperatore, Ian McDiarmid).
Partendo da un matrimonio pacificatore che si svela presto essere la più classica delle trappole, entriamo nel contrasto tra le due tribù, scontro violento e rancoroso, per poi assistere all'arrivo delle legioni, motivo di preoccupazione così come opportunità strategica. Particolare attenzione in questo contesto di guerra interna e insieme invasione dall'esterno si pone sui figli di re Pellenor, il furbo primogenito ed erede Phelan (Julian Rhind-Tutt), e la ribelle sorella Kerra (una rossa Kelly Reilly, nemmeno troppo vagamente somigliante ad altre eroine di questi anni come Merida e Aloy).

La grande Storia di re e conquistatori si intreccia con la piccola storia, quella degli esclusi, dei perdenti, dei deboli. Co-protagonisti di queste vicende infatti sono la giovanissima Cait (Eleanor Worthington Cox), ragazzina rimasta orfana di madre in seguito all'invasione, alla ricerca del padre catturato, e Divis, mendicante e druido reietto. Al di sopra di questi giochi e giochini di potere, i druidi, voci degli dei, detentori delle sacre rune, potenti veggenti e sciamani, giudici ed esecutori, neutrali e complici delle vicende. Il contesto che ci si presenta, per quanto ovviamente romanzato ai fini dell'intrattenimento, parrebbe comunque fedele alla storia, con in più l'ambizione di mettere in piedi un grande mosaico, complesso, sfaccettato. Niente di tutto questo.

I mille nodi della Storia

L'aderenza alla Storia è pressoché minima, fallace nelle nozioni e nelle cronologie, così come nella messa in scena. Per lo spettatore più sensibile e affezionato a questi aspetti, Britannia non potrà mai creare un vero e proprio coinvolgimento, forzando più del dovuto la soglia di sospensione dell'incredulità. Romani, Cantii, Regnii, druidi e così via diventano un semplice abbozzo, un pretesto come un altro per mettere in mano a dei personaggi delle spade, farli riempire di tatuaggi e sproloquiare di rune, fatture, magie e sacrifici. In definitiva di serie storica ha pressoché niente, e quel sottile fascino mistico che tutti i popoli "barbari" si portano dietro viene infranto a favore di un completo scavallamento nel fantasy puro. Perché quello che, per esempio, in Vikings è sempre accennato, ambiguo, misterioso, qui è palese, reale. I druidi evocano veramente i demoni, parlano con i morti e fanno sortilegi.

Questo di per sé non è un vero problema, nonostante i puristi della Storia possano storcere di molto il naso. Semplicemente Britannia non è veramente rivolto a loro. Narrativamente infatti l'ambizione è quella di porsi come una specie di Game of Thrones, con numerose storyline, con molteplici intrighi e scontri. Filoni narrativi già nelle premesse consistenti vanno a moltiplicarsi ulteriormente a seguito di colpi di scena più che prevedibili. La scrittura non brilla nella costruzione dell'intreccio, con una difficoltosa gestione di linee deboli e mai veramente originali; così come veramente poco incisiva è la scrittura dei personaggi, tutti abbastanza prevedibili e bidimensionali (quando non si arriva al vero stereotipo). Non basta in questo caso la presenza di un cast veramente di tutto rispetto, che per quanto provi a impegnarsi non lascia il segno, risultando nel complesso dimenticabile.

Oh che bel castello

Controversa è anche la questione sulla messa in scena. Una co-produzione Sky e Amazon presupporrebbe infatti una discreta quantità di investimenti che però non si traducono in una resa visiva di qualità. Se abbiamo cercato in qualche modo di scusare la poca fedeltà storica dei costumi, che virano più verso echi fantasy classici, non si può invece chiudere un occhio sulla loro resa a schermo. Salvo poche eccezioni (come il character design di Kelly Reilly, nonostante la poca originalità), si ha l'impressione di star partecipando a una festa in costume dal taglio quasi amatoriale. La stessa regia, che vede alternarsi nomi noti della televisione britannica, è tendenzialmente piatta, con parecchi guizzi in negativo, con effetti ed estetiche discutibili, primi su tutti rallenty e filtri ottici che insieme a una CGI scadente infiocchettano il tutto.
Vera nota di merito è la bellezza degli ambienti: la serie è infatti girata tra Repubblica Ceca e Galles, che si tenta di sfruttare il più spesso possibile per dare un senso di epicità e maestosità altrimenti assente. Questo però non basta, perché i bei paesaggi non riescono a sopperire alla mancanza di idee.

Britannia voleva essere un prodotto pop che non regge però il confronto con prodotti molto più espliciti e genuini. Probabilmente potrebbe ottenere anche un suo seguito e un discreto successo commerciale (considerando anche quelle che sono state in quest'ultimo anno le scelte di Game of Thrones palesemente legate al mercato), ma per quelle che erano le ambizioni e gli intenti, e con dei competitor di un certo livello, la strada intrapresa non è quella giusta e, almeno qualitativamente, non può portare lontano.

Britannia SerieTv Doveva essere un’importante produzione che potesse essere la valida alternativa e concorrenza per le grandi epopee fantasy/storiche che invadono i nostri schermi. Britannia però alla prova dei fatti non riesce a imporsi come nuovo fenomeno che sì di massa, ma anche d’alta qualità. Colpa di una scrittura veramente troppo debole e confusionaria, così come di una direzione artistica dimenticabile. Ci restano dei bei scorci su un’ideale terra dei druidi e quell’amaro in bocca lasciato da quella che, forte di grandi promesse, si è rivelata una delusione cocente.

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