La Casa di Carta 5 Recensione Finale: non è tutto oro quel che luccica

La serie Netflix di Alex Pina giunge a una conclusione degna del proprio retaggio, ma l'ultimo piano del Professore non soddisferà proprio tutti.

La Casa di Carta 5 Recensione Finale: non è tutto oro quel che luccica
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I finali di serie sono sempre momenti delicati, avvolti da un'aura quasi sacrale, e rappresentano in qualche modo il banco di prova di un intero show per consacrare definitivamente la propria natura o spingersi in direzioni più coraggiose e ambiziose, senza per questo rinunciare all'essenza che ha guidato i passi dei personaggi e ha preso per mano lo spettatore nel corso di avventure irripetibili. Oppure, nel caso dei peggiori finali di serie tv, l'epilogo si rivela inconsistente, inadeguato, e rischia di minare l'intera percezione di uno show.

La fine de La Casa di Carta su Netlfix rappresenta forse il primo vero spartiacque globale della serialità moderna fondata su quel concetto di streaming che solo pochi anni fa pareva utopia, se non eresia nei confronti degli stilemi produttivi e distributivi tradizionali. Un evento per uno show capace di catalizzare tanta attenzione mediatica da renderlo uno dei più seguiti e amati a livello di globale. E il suo non sarà forse annoverato tra i migliori finali delle serie tv, ma è un concentrato della sua essenza, nel bene e nel male.

Il piano decisivo

La banda dei Dalì è asserragliata nella Banca di Spagna. Il colpo della vita del Professore non sta andando esattamente come previsto: un'importante perdita ha segnato il morale non solo dei ladri dal nome cosmopolita, ma anche degli spettatori a casa.

Il disegno tracciato dagli sceneggiatori ha portato la guerriglia all'interno di una delle istituzioni più prestigiose di Spagna e ora la domanda più pressante che tutti si pongono, compresi i protagonisti, riguarda l'ultima parte del piano del Professore per dare scacco matto a Tamayo e alla nazione intera e farla franca con novanta tonnellate d'oro. La prima nota positiva di questa recensione riguarda il ritorno all'introspezione dei personaggi, ma è un appunto che ben presto dev'essere contestualizzato nel contesto di un'intera stagione, che vive la netta dicotomia tra due anime troppo distinte e che ha visto nel sacrificio di uno dei suoi elementi chiave non un'opportunità narrativa concreta, ma un punto fermo per segnare il confine tra il parco giochi action che è stato il primo volume (descritto nella nostra recensione de La Casa di Carta 5 Parte 1), nonché l'abbrivio per il secondo. Un momento per ragionare a bocce ferme e chiedersi come proseguire quel piano che sembrava essersi perso tra giochi di minacce, esplosioni e pallottole a bruciapelo.

La difficoltà di elaborare tutto il pregresso per dargli nuova linfa e nuova vita è stata uno dei grattacapi di Pina e soci in fase di scrittura, e la cosa non ci sorprende. Perché forse il limite più grande de La Casa di Carta è sempre stato quello di essere una serie scritta, diretta e interpretata tenendo lo spettatore al centro della stanza e cercando di costruirgli attorno un diorama escheriano fermandosi di volta in volta a verificare che la cosa lo compiacesse. Un gioco nel quale è sempre contato di più darsi il cinque nella writers' room per essere riusciti a trovare il risvolto spettacolare che avrebbe fatto impazzire il pubblico, incuranti di ogni strappo a quella sospensione dell'incredulità strizzata allo sfinimento.

E forse è questo ciò che rimane più impresso di questi ultimi episodi de La Casa di Carta; il fatto che alla fine tutte le promesse fatte siano state in qualche modo mantenute solamente per dovere di cronaca. Tutta l'introspezione ed emotività decantate in conferenza stampa sono indubbiamente presenti, ma vengono declinate quasi a tavolino, sicché risultano pochi i momenti che lasciano veramente il segno e ai quali viene dato seguito, con l'impressione del dover chiudere il cerchio a tutti i costi.

Alcuni, come Manila, pagano l'essere trasformati in grimaldello per le dinamiche altrui, senza che quest'ultime, tra l'altro, vadano al di là del siparietto melodrammatico tanto caro alla firma di Pina. Altri si perdono nella totale indifferenza, senza null'altro da dire (Helsinki? Arturito?!). Molti, come Bogota, confermano il loro unico valore strumentale e non basta l'inserirli in flashback per dar loro spessore narrativo, segno tangibile della ristrutturazione forzata dettata dal successo dello show dopo la rapina alla Zecca, epilogo naturale - e a suo modo soddisfacente - delle avventure dei Dalì.

Berlino mon amour

A conferma di quanto scritto è interessante notare quanto si riveli fondamentale a posteriori la rielaborazione di un personaggio come Berlino, uno dei più riusciti dell'intera serie, al punto che è stato annunciato uno spin-off su Berlino che vedrà il ritorno del personaggio interpretato da Pedro Alonso, senza comunque aver mai davvero abbandonato i flashback dello show titolare.

E sono per l'appunto questi drappeggi che nel corso del primo volume avevano tutta l'aria di un fanservice bello e buono a rappresentare il punto di svolta per l'intero piano del Professore, sviluppando in modo posticcio ma efficace il rapporto tra i due fratelli, sebbene il figlio e la moglie di Berlino non riescano mai ad edificare per se stessi una vera sovrastruttura narrativa, non nascondendo affatto la loro natura di ingranaggio drammaturgico.

Ci lascia così La Casa di Carta, come un bambino che posa i propri giocattoli, soddisfatto nell'aver ricreato una storia a suo modo avvincente senza realmente aver badato all'essenza del racconto, ma all'azione in sé. Perché è questo che rimane della somma delle parti per quanto concerne le dinamiche legate ai flashback dedicati a Berlino e alle sue avventure amorose da fuorilegge in giro per l'Europa.

Resta in ogni caso il piacere di aver rivisto Pedro Alonso sullo schermo e di essersi beati della sua resa dell'iconico personaggio (vi rimandiamo a tal proposito alla nostra intervista a Berlino, Manila e Arturo); un gioco che funzionerà senz'altro meglio in uno show dove il focus principale sarà proprio il fratello del Professore e non un ruolo da guest star allargato, apologia degli sceneggiatori per l'operato precedente che grida a gran voce che c'era molto altro da dire a riguardo.

Quel che resta dei Dalì

In fondo, lo dicevamo già in apertura, questa risulta essere la cifra de La Casa di Carta com'è sempre stata. Tutti i tentativi di prendersi troppo sul serio o di instillare una dialettica più esistenzialista al di là del melodramma di stampo soap e della poetica da self-help che non sfigurerebbe in una storia Instagram avrebbero rappresentato un sentiero troppo rischioso per una realtà così consolidata.

Eppure, il suo epilogo lascia comunque intendere che qualche sforzo in più avrebbe forse ripagato e ricondotto ad un esito simile, ma con diversa profondità. Magari calmierando e ridistribuendo in modo più ragionato la parabola dell'action e dell'heist, dando voce ulteriore a personaggi forgiati per un solo scopo, oltre il quale sono risultati incapaci di agire o esprimere il proprio parere; con evoluzioni che avrebbero potuto andare al di là del semplice (pur sempre efficace) eterno ritorno dettato da un sistema di crisi e risanamento dell'ordine senza che qualcuno paghi veramente il conto o si accorga dell'incredibile ventaglio di possibilità al di fuori di quelle prestabilite.

La partita a scacchi del finale de La Casa di Carta aveva a disposizione gran parte di questi elementi, un manuale di mosse e strategie in grado di compromettere davvero gli equilibri al costo di sacrificare qualcuno o qualcosa per giungere infine a riscattare la passione dello spettatore in un ultimo duello catartico, sebbene iperbolico. L'occasione non è stata sfruttata in tal senso, e la cavalcata verso il tramonto del Professore e dei suoi compagni ha più il sapore del ricatto che della conquista; non quello che ci aspettavamo, ma che sarà sicuramente in grado di soddisfare i fan.

Quel che resta di questo show è infatti l'essenza stessa della Casa di Carta, dei suoi eccessi inconciliabili e dei suoi meritati successi che, al netto di qualsiasi considerazione di stampo critico, ci pongono davanti ad un prodotto di sicuro intrattenimento, che non esita a prendere per mano lo spettatore per trascinarlo in un vortice di emozioni di pancia che si formalizzano a tutti gli effetti in una delle più avvicenti possibilità offerte dal catalogo Netflix e non solo.

La casa di carta Quello della Casa di Carta 5 non è il finale che ci meritiamo, ma quello di cui avevamo bisogno a detta di Álex Pina e soci, che decidono di premere l'acceleratore sugli elementi dello show che i fan hanno più amato nel corso dell'intera serie. Archiviata un po' bruscamente la bulimica parentesi action del Volume 1, quello che resta dell'heist show spagnolo è un ricettacolo di tutti gli ingredienti peculiari di questa fortunatissima corsa all'iperbole, che decide così di concentrare in maniera abbastanza draconiana le fila di un'intera stagione nell'ordito dei suoi ultimi cinque episodi, riuscendo nel proprio obiettivo, come è stato per ogni spettacolare - e soprattutto spettacoloso - momento di stallo. E lo fa alzando la posta in gioco in balzi della fede che si alimentano forse troppo della sospensione dell'incredulità dello spettatore, credendo di essere invincibile quanto i propri protagonisti nel presentare una logica idealmente intonsa e ideologicamente populista che mostra, in questo epilogo più che mai, tutti i limiti di una narrazione studiata per intrattenere a tutti i costi, con successo ma con qualche compromesso di troppo. Una conclusione perfettamente in linea con l'anima dello show che probabilmente farà la gioia dei fan più esagitati, ma che proprio per questo decide di accontentarsi e di mettersi anch'essa in fila dietro al pifferaio magico, scambiando per emozione il soddisfare a tutti i costi le aspettative del pubblico fuori dalla Banca di Spagna e di fronte agli schermi Netflix.

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