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Copenhagen Cowboy Recensione: la serie Netflix di Refn convince a metà

Il regista e sceneggiatore danese distrugge ogni convenzione e crea uno show dallo stile indiscutibile, ma con una trama troppo evanescente.

Copenhagen Cowboy Recensione: la serie Netflix di Refn convince a metà
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È sembrata fin da subito una scelta a dir poco peculiare quella fatta da Netflix, che nel Luglio dello scorso anno affidò all'etichetta di Nicolas Winding Refn una serie da far rientrare tra gli Original danesi della piattaforma. L'autore di pellicole culto come Drive e Valhalla Rising non è infatti noto per l'accessibilità dei propri contenuti, ma per uno stile registico spesso divisivo che incontra tanti estimatori quanto feroci oppositori, e con la sua ultima opera televisiva non farà cambiare idea a nessuna delle due fazioni.

Copenhagen Cowboy - che trovate tra le serie Netflix di Gennaio 2023 - è infatti la massima espressione dell'ultimo corso artistico del regista danese, il quale ormai da anni si è slegato dai concetti più classici della scrittura cinematografica per immergere gli spettatori in un viaggio sensoriale che va provato più che capito. Il progetto seriale di Refn brilla per un fascino visivo innegabile, ma ad una forma tanto ricercata non si unisce purtroppo la concretezza di una trama coinvolgente.

La strega danese

L'enigmatica Miu (Angela Bundalovic) viene assoldata da una donna facoltosa per svolgere un semplice compito: portare fortuna. Forte della sua nomea di amuleto della buona sorte, la ragazza è invitata a soggiornare nell'abitazione di Rosella (Dragana Milutinovic), che ha quasi perso ogni speranza di avere un figlio a causa dell'età avanzata. L'influenza di Miu sulla casa è subito evidente, e mentre il giardino fiorisce di una vegetazione mai vista prima d'ora, l'improvviso buon appetito della "titolare" lascia supporre la nascita di una nuova vita nel suo grembo.

Ma Rosella non è una donna che merita figli, perché supporta senza troppe remore la disgustosa tratta umana che André (Ramadan Huseini) porta avanti nello scantinato. In quel luogo dannatamente simile all'inferno, l'uomo costringe alla prostituzione le immigrate convinte con l'inganno a sbarcare in Danimarca, obbligandole ad una vita fatta di violenza e schiavitù. Miu scopre molto presto quello che accade ai piani inferiori di quella piccola villetta immersa nella natura, mentre un essere mostruoso pattuglia la zona alla ricerca della sua prossima vittima.

Trama in sordina

Ci limitiamo ad un breve incipit nel descrivere la trama di Copenhagen Cowboy, perché bisogna fare attenzione a non rivelare i pochi eventi degni di nota che si sviluppano nel corso delle sei puntate che compongono lo show.

Non è con una narrazione corposa ed emozionante che Nicolas Winding Refn - insieme alle sceneggiatrici Sara Isabella Jönsson, Johanne Algren e Mona Masri - cerca di catturare lo spettatore, ma con un continuo dialogo visivo fatto di suggestioni e rimandi più o meno velati alla sessualità, il quale sviscera i contrasti più duri tra le donne e gli uomini. La serie Netflix appare fin da subito come una parabola femminista di vendetta ed affermazione, che mette al centro della storia un personaggio facilmente riconducibile alla figura della strega, capace di rendere la vita migliore ai meritevoli ma anche di dannare per l'eternità chi osa mettersi sul suo cammino. Venerata e temuta al tempo stesso, questa Circe danese è costretta a brancolare tra i maiali maschili che divorano tutto ciò che entra nel loro recinto, mentre alcune visioni guidano la sua nemesi verso di lei e preparano la scena ad un confronto epocale.

L'impostazione silenziosa della storia guida il pubblico in sei ore di dialoghi pacati, lunghi silenzi e sguardi penetranti, sacrificando una vera e propria narrazione in nome di uno stile che in alcune sequenze ricorda i lavori più spiazzanti di Lynch, ma senza il fitto onirismo che ha reso imperscrutabile la mente dietro Strade Perdute e Mulholland Drive. È un racconto di simbolismi quello costruito da Refn, il quale ritrova finalmente la sua lingua madre dopo 18 anni di pellicole in inglese, che incontrerà senza dubbio le reticenze degli spettatori affamati di storie concrete ed evidenti.

Non c'è quasi nulla da analizzare delle pochissime svolte narrative viste nello show, ed infatti Copenhagen Cowboy si dimostra ancor meno accessibile rispetto al già molto autoriale Too Old to Die Young (prima, riuscitissima sortita di Refn nel mondo seriale, come vi dicevamo nella recensione di Too Old to Die Young). Risulta molto complicato empatizzare con i miti personaggi dello spettacolo, portati in scena dalle interpretazioni minimalistiche degli attori chiamati in causa, ed alla lunga anche gli estimatori delle storie suggestive potrebbero vivere attimi di noia con la proposta totalmente fuori dagli schemi di questa particolare serie tv.

Uno stile abbagliante

Se fosse un semplice spettacolo ad episodi, analizzando il solo valore narrativo potremmo definire Copenhagen Cowboy un fragoroso fallimento per Netflix, ma questa trama priva di strepiti è intrinsecamente collegata allo stile registico di un autore che ha ben pochi rivali in termini di fascino e magnetismo.

L'ordito che dalla sceneggiatura sembrava misero si scopre infatti più corposo grazie alle suggestive inquadrature di Nicolas Winding Refn, il quale costruisce intorno alle sue classiche luci al neon uno scontro cromatico che acquisisce sostanza con lo scorrere dei minuti. Il rosso ed il blu dominano a fasi alterne le scene in notturna, compenetrando e tagliandosi a vicenda in una lotta a tutto campo che si formalizza in un epilogo spassosamente aperto (anticipato dall'immancabile presenza dell'amico Hideo Kojima), mentre di giorno è la splendida luce naturale della Danimarca a gettare ombre oscure sui volti dei protagonisti. Il regista lavora con grande efficacia la propria storia con l'uso peculiare dei riquadri, che moltiplicano i piani presenti sullo schermo, mentre i movimenti della telecamera seguono uno schema predefinito che sorprende per la carica dinamica che riesce ad inserire nelle scene apparentemente prive di animazione.

Sulle note di una magnifica colonna sonora al sintetizzatore, lo scorrere lento e laterale dell'inquadratura segue spesso il camminare degli attori e offre nuove visioni dello stesso ambiente, ma è con la rotazione fissa che Refn cesella le sequenze più affascinanti della serie, quelle pregne di simbolismi e significati immaginifici su uno scontro sessuale mai troppo velato.

Copenhagen Cowboy Divisivo e polarizzante come soltanto il suo autore riesce ad essere, Copenhagen Cowboy è l'ulteriore freccia nella faretra degli oppositori di Nicolas Winding Refn, perché la sua narrazione sottile e priva di sorprese non riesce ad appassionare né ad intrattenere per l'intera durata dell'esperienza. A risollevare (ma non del tutto) le sorti di un prodotto orgogliosamente autoriale ci pensa lo stile inimitabile di un regista che muove con maestria la sua telecamera sugli scenari di una storia carica di suggestioni: i contrasti sessuali di una strega contro i maiali che tutto divorano si formalizzano nella battaglia cromatica delle immancabili luci al neon, mentre la colonna sonora synth e l'interpretazione minimalistica da parte degli attori contribuiscono a generare quel subdolo magnetismo che incanta nonostante una trama non coinvolgente.

6.5