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Cowboy Bebop Recensione: il controverso live-action di Netflix

Dopo anni di attese, dubbi e timori, arriva il Cowboy Bebop targato Netflix: una scommessa rischiosa, non totalmente vinta.

Cowboy Bebop Recensione: il controverso live-action di Netflix
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Quella tra Tomorrow Studios, Netflix e il pubblico è una promessa davvero difficile da mantenere. Il colosso streaming e lo staff di produzione hanno lavorato, in questi anni, ad uno degli adattamenti live-action più difficili, ambiziosi e insidiosi che il panorama dell'intrattenimento conosca: quello di prendere un capolavoro dell'animazione nipponica che risponde al nome di Cowboy Bebop (volate direttamente alla nostra recensione dell'anime di Cowboy Bebop per capire di cosa parliamo, space cowboys) e dargli vita in un progetto che comprende non soltanto attori in carne ed ossa, ma anche un approccio creativo tutto occidentale. La curiosità e l'hype, ma al tempo stesso i timori e i dubbi, nei confronti di un'opera del genere parlano da sé - e senza nemmeno scomodare la nostra recensione del live-action di Death Note, quasi un atto blasfemo che difficilmente i fan perdoneranno a Netflix.

Mese dopo mese, però, la serie TV con protagonista John Cho prendeva forma, i protagonisti iniziavano a mostrarsi, e qualcosa nella mente del pubblico iniziava a cambiare. Sin dalle primissime immagini di Cowboy Bebop Netflix prometteva agli appassionati una fedeltà smisurata al materiale d'origine, una trasposizione che - sotto diretta supervisione di Sua Maestà Shin'ichiro Watanabe, il creatore della serie anime -sembrava urlare a pieni polmoni amore incondizionato alle atmosfere indimenticabili dell'opera prima.

E ormai ci siamo quasi: Cowboy Bebop è in arrivo su Netflix, ma noi l'abbiamo visto tutto in anteprima. E siamo arrivati ai titoli di coda del decimo episodio con una grande consapevolezza: che ci troviamo di fronte ad uno dei migliori adattamenti live-action di un anime, ma che la strada per replicare la grandiosità dell'unico vero Cowboy Bebop è tutta in salita. Perché lo show di André Nemec, al netto di alcune scelte interessanti, vive altresì di un numero incalcolabile di ombre.

Vecchie storie, nuovi linguaggi

L'anima di questo Cowboy Bebop è chiara sin dai primissimi minuti di visione, in cui vediamo Spike Spiegel e Jet Black, due scapestrati cacciatori di taglie in giro per lo spazio, sgominare una banda di criminali con l'obiettivo di intascarsi una cospicua somma di denaro dopo aver riscosso la taglia sulle loro teste, così da tirare un sospiro di sollievo e trascorrere qualche tempo in serenità prima di ritrovarsi nuovamente al verde.

Si rendono protagonisti di uno scontro spettacolare e sopra le righe, in cui danno prova tanto della loro innata predisposizione al combattimento quanto al loro carattere irruento e agli antipodi. Solo successivamente si imbarcano in una missione che i fan dell'anime conoscono bene, e che hanno ammirato più volte in "Asteroid Blues", lo storico e glorioso episodio pilota della serie originale: si mettono sulle tracce di Asimov, un signore della droga, e della sua compagna, con la speranza di racimolare ulteriori somme di denaro, che è fondamentalmente il leitmotiv della loro esistenza. Poi, nelle puntate successive, affrontano trafficanti di animali col solo risultati di ritrovarsi ad adottare un adorabile corgi super intelligente; sventano i piani di un'ecoterrorista solo per ritrovarsi a bordo del Bebop un'enigmatica nuova compagna, Faye Valentine, una ragazza risvegliatasi senza ricordi da un lungo e tragico crio-sonno. Tre esistenze che intrecciano i propri destini, ma che nel corso del racconto dovranno fare i conti col proprio passato: Jet (Mustafa Shakir) con i suoi trascorsi da poliziotto, Faye con la verità sulla sua infanzia, Spike con un vecchio regolamento di conti che - proprio come nell'anime - si trascina fino all'episodio conclusivo, ma che rispetto all'opera originale si pone sin dall'inizio come il tema portante di tutta la trama.

Cowboy Bebop in formato live-action, infatti, sceglie di seguire e ripercorrere la trama orizzontale e verticale dell'opera di Watanabe, ma operando al tempo stesso una doverosa e necessaria contaminazione narrativa: ed ecco che personaggi, avvenimenti e vicende, pur non ripetendosi in maniera del tutto fedele all'avventura originaria, vengono messi sotto una nuova luce, in un gioco che punta a scambiare gli addendi con l'obiettivo di far rimanere invariato il risultato finale. Ma non è esattamente così.

Il primo problema di Cowboy Bebop è che la condensazione narrativa dà vita ad una scrittura confusionaria e non perfettamente a fuoco. Proprio nei momenti in cui l'opera live-action si stacca dall'originale, diventando qualcosa di indipendente e al tempo stesso parallelo alla controparte animata, emergono tutte le fragilità di una sceneggiatura che non dosa a sufficienza i momenti di pathos, e che in alcuni casi tenta di riscrivere o approfondire la natura di alcuni personaggi.

L'intento è lodevole: la serie Netflix tenta di dare più spazio alla figura di Vicious (Alex Hassell) e un ruolo di maggior spessore alla tormentata Julia (Elena Satine), privando però entrambi di dignità e coerenza in svariati momenti cruciali del racconto. Se Vicious risulta, sin dai primi istanti, un villain fin troppo macchiettistico e impostato, incapace di risultare credibile persino quando si concede i crimini più efferati, il tentativo di rendere Julia qualcosa di più che un malinconico ex interesse amoroso finisce vittima di una parabola narrativa fin troppo repentina e superficiale, che esplode in un finale abbastanza frettoloso e controverso.

Una space opera controversa

Il Cowboy Bebop di Netflix vive di luci e ombre soprattutto sul versante stilistico, tecnico ed artistico. Il colosso streaming, con l'adattamento dell'anime di Watanabe, ha forse sviscerato per la prima volta (almeno ad alti livelli) il concetto di space opera, tentando di contaminare - esattamente come faceva il suo genitore animato - la patina fumosa e contornata di jazz di un noir d'altri tempi e l'epica violenta e dissacrante di un western. Il risultato è, a parer nostro, un prodotto registicamente fin troppo sopra le righe rispetto alle intenzioni ben precise dell'opera primaria.

Questo Cowboy Bebop rivela infatti un'incarnazione profondamente pulp, che nei movimenti di macchina e nella scelta delle inquadrature ricorda l'immobilismo teatrale di Sin City e l'epicità efferata di Tarantino. Ma il problema è che la ricercatezza nell'immagine incontra delle pesanti sfumature da b-movie puro, trasforma i momenti più solenni, le sequenze più drammatiche e soprattutto le scene più spettacolari in una costante presa in giro, una parodia dissacrante ed esagerata del cinema action moderno. Sul piano stilistico e formale, insomma, ci si allontana pesantemente dallo stile sì scanzonato, ma mai fuori posto e talvolta straordinariamente raffinato, dell'anime datato 1998. Al netto di una grande fedeltà estetica (e anche narrativa, specie nelle prime puntate), in questo Cowboy Bebop manca il cuore pulsante dell'opera prima: manca la nostalgia, il non-detto, manca quella finezza che oltre vent'anni fa rese la grammatica estetica di Watanabe un'espressione unica nel panorama giapponese, e che portò l'avventura di Spiegel e dei suoi amici nell'Olimpo della cultura pop.

Le perplessità stilistiche si affiancano anche ad una controversa veste produttiva. Tomorrow Studio ha svolto un ottimo lavoro sugli scenari spaziali e soprattutto sulle scenografie digitali, dando vita a svariati scorci mozzafiato durante le traversate galattiche o sui campi larghi, mostrandoci scenari ampissimi, colorati e caleidoscopici dal gusto squisitamente cyberpunk. Ma è quando la camera ci porta a terra, percorrendo le vicende dei protagonisti, che emergono i limiti di un budget che forse andava distribuito meglio tra ricostruzione virtuale e set di scena: tutto, dall'illuminazione alla fotografia, passando per alcuni costumi, grida a pieni polmoni amore incondizionato nei confronti dell'opera originale, ma al tempo stesso non risulta davvero consono agli standard produttivi richiesti dal pubblico.

Cowboy Bebop alterna, scenicamente parlando, paesaggi sontuosi ad esempi di messinscena fin troppo grossolani ed al limite dell'amatoriale, come pure la recitazione fin troppo impostata (e alle volte abbondantemente e inopportunamente sopra le righe) di alcuni interpreti che non contribuiscono a migliorare il quadro. Con buona pace di John Cho, Mustafa Shakir e Daniella Pineda, che danno vita al trio protagonista con simpatia e talento, restituendo una buona controparte live-action dei tre indimenticabili eroi dell'anime di Watanabe. E sono supportati, per gran parte del racconto, dagli accompagnamenti musicali dell'unica, originale e inimitabile Yoko Kanno, in una soundtrack che senza dubbio (dalla sigla iniziale ai componimenti orchestrali) è il grande - forse unico - valore aggiunto del live-action di Cowboy Bebop.

Cowboy Bebop - Live Action su Netflix Il Cowboy Bebop di Netflix è indubbiamente una delle trasposizioni live-action di un anime meglio riuscite, almeno per quanto concerne l'impalcatura estetica. È un prodotto che ha cuore e stile, ma che mal distribuisce i suoi altalenanti valori produttivi e inciampa troppo spesso in una scrittura controversa e raffazzonata, trasformando personaggi indimenticabili in semplici macchiette parodistiche. All'opera di Tomorrow Studios manca la finezza dell'opera originale, manca l'atmosfera che ha reso la grammatica estetica e poetica di Watanabe un esempio unico persino nel vasto panorama dell'animazione nipponica: questo live-action, più che una space opera intrisa di noir in salsa western che dovrebbe riflettere sul senso di nostalgia e sull'ineluttabilità del destino, è un b-movie dissacrante ed esagerato, un pulp godibile e divertente che purtroppo non riesce ad essere qualcosa in più. Il saluto finale a Spike, Jet e Faye è sempre lo stesso, ma stavolta velato di un pizzico di amarezza: 'See you, space cowboy'.

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