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Dear White People: recensione della seconda stagione

Sbarca su Netflix la seconda stagione della serie ideata da Justin Simien. Riuscirà Dear White People a confermarsi nuovamente?

recensione Dear White People: recensione della seconda stagione
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Non esiste alcun modo imparziale di puntare la macchina da presa. Il linguaggio cinematografico, come d'altronde qualsiasi altro, è più una distorsione e rifrazione della realtà che una finestra limpida attraverso cui giudicare il mondo. Alcune decine di anni fa Roger Fowler, noto linguista impegnato nell'analisi della costruzione sociale delle notizie, affermava come ogni cosa detta o scritta sia articolata a partire da una particolare posizione ideologica. Lo stesso discorso vale per Dear White People, serie prodotta da Netflix e giunta ora alla sua seconda stagione. A maggior ragione visto che l'adattamento dell'omonimo film del 2014 curato da Justin Simien tratta temi tanto importanti quanto delicati. Lo fa con una sensibilità particolare e un'acuta ironia, due qualità che però non sono state sufficienti per metterlo al riparo dall'ondata di critiche che hanno addirittura preceduto la sua distribuzione all'interno del catalogo online dell'azienda californiana.

L'America attraverso l'America

Risulta davvero difficile pensare che Dear White People cerchi in qualche modo di mascherare le tematiche che vuole trattare. Fin dal titolo sembra essere chiara la natura critica e provocatoria della serie. La Winchester University è la lente attraverso cui viene descritta l'America, mentre il panorama politico-sociale della nazione si restringe e assume le forme di elezioni scolastiche, conflitti giovanili e giochi di potere di piccoli burocrati. Nell'occhio del ciclone Trump che ha sconvolto l'America (e il mondo), la creazione di Justin Simien prende spunto dall'attualità per adattare in parte l'opera originale da cui deriva. Le critiche diventano più pesanti, le frecciatine più stizzite. Nonostante questo la parzialità dell'opera non sembra mai poter scadere in facile populismo alimentato dal possibile malcontento dello spettatore verso la realtà che lo circonda.

La prima stagione era riuscita con successo a delineare i contorni di questo contesto attraverso le storie di giovani ragazzi che frequentavano l'università. L'adattamento della sceneggiatura, partendo dalla sua declinazione cinematografica, aveva esaltato proprio questa capacità, spostando l'attenzione dello spettatore dal panorama generale alle storie più intime e personali degli studenti. L'idea di focalizzare ogni puntata su un singolo personaggio aveva avuto poi il pregio di trasmettere quell'alone di soggettività che caratterizza ogni storia.

Offesa e pregiudizio

Gli eventi narrati in questa seconda stagione riprendono dall'esplosiva protesta che aveva fatto da sfondo alla separazione tra Samantha (Logan Browning) e Gabe (John Patrick Amedori) e dall'atto di ribellione che aveva scagliato Troy (Brandon P. Bell) giù da quel piedistallo fatto di responsabilità ed aspettative paterne su cui si trovava. Se nel precedente ciclo di episodi la miccia che aveva infiammato i tumulti era stata la controversa festa organizzata dal giornale satirico Pastiche, a dare il la a nuove agitazione sono invece gli attacchi di cui Samantha si trova ad essere protagonista sui social. Le frecciatine che prima era lei a lanciare stando dietro ad un microfono le vengono stavolta ricambiate sotto la protezione garantita dall'anonimato dello username #AltIvyW. Frecciatine che si trasformano velocemente in insulti razzisti sempre più pesanti e volgari, nel pieno stile social al quale ormai il mondo intero ha dovuto abituarsi.

Mentre inizia la ricerca del colpevole di queste ingiurie, proseguono al contempo molte delle sottotrame lasciate in sospeso: il trauma subito da Reggie (Marque Richardson) in seguito all'umiliazione ricevuta per mano di una delle guardie del campus, gli alterchi tra Samantha e Gabe, le fortune e sfortune amorose del timido Lionel. Sottotrame che avevano caratterizzato il successo della prima stagione e che diventano ancora più centrali sia per la decisione di concentrare alcuni episodi su personaggi che in precedenza non avevano avuto abbastanza spazio sia per la debolezza della linea narrativa principale che culmina in un cliffhanger non convincente fino in fondo.

I racconti di Winchester

Se Dear White People compie un passo falso sicuramente non si tratta dell'indagine dei personaggi. Anzi, partendo dagli ottimi risultati della prima stagione, in questa seconda iterazione viene maggiormente a galla la componente umana di ognuno di loro. Ne sono un esempio le azioni di Samantha, passata dal vestire i panni della provocatrice professionista a quelli, più empatici, di una ragazza che utilizza la propria intelligenza e il proprio spirito combattivo per provare a se stessa e a chi le sta accanto la propria importanza. Una continua ricerca della prossima battaglia da combattere, del prossimo slogan da urlare a squarciagola che più volte la spinge però a dare per scontate e svilire le persone a lei più vicine.

Ripetutamente nel corso di questi dieci episodi sorge nei protagonisti (e nello spettatore di conseguenza) il dubbio che frasi taglienti pronunciate dietro a un microfono possano prendere più le sembianze di una manciata di parole vane che di una vera opportunità di dialogo. D'altronde non può non stonare almeno in parte il ruolo di paladini, di cavalieri senza macchia e senza paura che assumono alcuni dei personaggi se raffrontato al contesto privilegiato che li circonda, oppure alla presunzione con cui le loro opinioni spesso vengono calate sugli interlocutori. La macchina da presa si sofferma spesso sugli aspetti più delicati delle personalità dei vari studenti, indagandone non solo le difficoltà che affrontano quotidianamente, ma anche i difetti che queste portano alla luce.
Diventa ancora più chiaro in questa seconda stagione il motivo per cui la serie di Justin Simien non può essere vista semplicemente come un attacco impunito al razzismo. Non è facile la gestione di tematiche così sensibili né la ricerca, in questo contesto, di un contatto con lo spettatore. A più riprese invece lo show sembra voler abbattere la quarta parete, prendere lo spettatore per il braccio e trascinarlo a forza all'interno della conversazione. I lunghi sguardi dei personaggi che attraversano l'obiettivo nel finale di ogni puntata, i costanti primi piani non sono soltanto sintomi di un'eccellente esecuzione tecnica ma prove tangibili dei tentativi di instaurare un dialogo.

Dear White People - Stagione 2 Dear White People paga probabilmente lo scotto della propria natura politica. Lo si può notare dalle estreme differenze che intercorrono nelle recensioni espresse da critica e pubblico. Giustamente viste le caratteristiche della produzione, dei temi trattati e dei personaggi le reazioni dello spettatore non possono non variare in base alle proprie opinioni e al proprio vissuto. Detto ciò però non ci si può esimere dal sottolineare la qualità narrative e tecniche di questa seconda stagione. Nonostante una mancanza di coesione per quanto riguarda la trama principale, Dear White People rimane una serie fresca, coraggiosa e originale. Sarebbe un vero peccato non concederle nemmeno una possibilità.

8.5