Dear White People: recensione del terzo volume

Gli studenti di Winchester tornano ad intrattenere il pubblico di Netflix, questa volta senza voce narrante e mettendo in discussione la propria identità

recensione Dear White People: recensione del terzo volume
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Agosto ha visto l'arrivo su Netflix del terzo capitolo di Dear White People, dieci nuovi episodi che seguono le avventure dei ragazzi dell'università di Winchester. Dear White People prende il nome dallo show radiofonico di Sam White (Logan Browning), un programma dai toni sarcastici che vuole portare alla luce il privilegio degli studenti bianchi di Winchester. Ma Dear White People non possiede lo stesso tono paternalistico del programma di Sam: la serie, infatti, alterna toni seri a toni più leggeri, riflettendo la realtà contemporanea come solo una scrittura un po' sopra le righe può fare. Precedentemente un film con protagonista Tessa Thompson, Dear White People non attrae il numero di spettatori che in realtà merita. Questo terzo capitolo riesce nuovamente a portare discussioni interessanti sul tavolo, rimanendo comunque fedele al suo modus operandi con episodi da soli 30 minuti, dialoghi veloci e arguti senza mai perdere un battito. Speriamo Dear White People si salvi dai crudeli tagli che Netflix sta facendo alle sue serie.

Il mistero della piramide

Dove eravamo rimasti? La seconda stagione di Dear White People termina con la scoperta, da parte di Sam e Lionel (DeRon Horton), di una società segreta. La voce narrante che ha accompagnato la serie sin dal primo episodio (di Giancarlo Esposito) si svela appartenere a un personaggio vero e proprio, il quale tenta di convincere Sam e Lionel a far risorgere la società. Lo scopo è quello di dare potere agli studenti afroamericani di Winchester, da sempre in ombra rispetto al resto dell'apparato studentesco, fatto al 65% da bianchi. Nel primo episodio di questa nuova stagione, sia Sam che Lionel rifiutano il compito, dichiarandone l'idiozia e credendo sia una presa in giro. Ma ciò che l'uomo suggerisce, ovvero di eliminare la voce narrante, lo vediamo accadere comunque: gli episodi perdono la voce fuori campo e si concentrano di più sulla vita dei protagonisti, fino al momento di consapevolezza che li porterà al culmine di questo nuovo capitolo.

Fuori dagli stereotipi

Per parafrase uno dei suoi personaggi, Dear White People non rientra in nessun stereotipo e il pubblico riesce difficilmente a comprenderne l'esistenza. Non c'è una scatola in cui questa serie rientra categoricamente, e tantomeno ce n'è una per i suoi protagonisti. Questa terza stagione lo dimostra mettendo in discussione le aspettative create dalla serie stessa nei precedenti episodi. Come promette sin da subito, la serie non vuole proporre un'altra tipica terza stagione di un Netflix show. Se avevamo già visto Samantha mettere in discussione la propria identità, ora rifiuta il proprio ruolo da paladina dei diritti per gli studenti afroamericani di Winchester, lasciando spazio a Joelle (Ashley Blaine Featherson), diventata host principale di Dear White People. Anche Lionel rinuncia ai suoi interessi editoriali, mettendo in luce Brooke (Courtney Sauls) al suo posto; Reggie (Marque Richardson) scopre finalmente come superare i traumi della scorsa stagione, mentre Coco (Antoinette Robertson) deve fare i conti con la decisione di abortire.

Nessuno è perfetto

Uno dei messaggi principali di questa stagione, ma in generale di Dear White People, è che non esiste una verità assoluta. L'impegno sociale dei protagonisti è continuamente messo a confronto con la realtà, imperfetta e difficile. Dear White People non è una lettera a chi vive il privilegio di una società patriarcale bianca, ma un modo per evidenziarne la varietà di colore. Se il finale della seconda stagione promette una ribalta dei giochi, una società segreta per portare finalmente il potere agli studenti afroamericani di Winchester, la terza stagione dice no. Non c'è nessun vincitore, nessuna prevalenza dell'uno sull'altro. Gli errori sono da entrambe le parti e non esiste una soluzione semplice. Lo si vede anche da come Al tiene nascosto il suo essere latino e non afroamericano, come la maggior parte dei suoi amici, per paura di essere escluso dai loro discorsi.

L'esempio giusto del politically correct

Dear White People è l'emblema di come il politically correct dovrebbe essere rappresentato sul piccolo schermo. Uno show basato su una minoranza etnica che riesce comunque a riflettere la realtà di tutti i giorni, che non è fatta di ostracizzare tutto ciò che è sbagliato, ma esserne consapevoli e riuscire comunque a scherzarci su. Non c'è nessuno al mondo che riesce a non dire assolutamente nulla di scorretto, a non fare battute basate su stereotipi. Dear White People mostra come si può essere #woke pur essendo il giovane medio di turno.

Lo show Netflix lunge dal prendersi troppo sul serio. E proprio per questo riesce a toccare delle note realistiche e profonde con grande abilità. Lo dimostra la scelta di mettere il proprio creatore, Justin Simien, nel ruolo del regista Skyler, i cui film da protagonista afroamericano stereotipato rendono la sua posizione di mentore di Sam complicata. Ma è proprio la dualità tra la propria identità e come la si presenta nel mondo a rendere Dear White People un prodotto di qualità. Per cosa lottiamo? E quanto questa lotta ci definisce?

dear white people - stagione 3 Dear White People è una perla Netflix che merita certamente molta più attenzione. Al di là della narrazione e della scrittura, entrambe degne di lode, anche la regia è molto interessante: gioca con lo spettatore, sperimenta con i toni di ogni episodio e accompagna intelligentemente la narrazione. I dialoghi veloci e i tempi limitati degli episodi fanno sì che i temi trattati, seppure importanti, rimangano leggeri e non appesantiscano l'importanza del messaggio della serie.

8.5