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Il Diavolo In Ohio Recensione: la serie Netflix ha il terrore di osare

Lo show Netflix lascia l'occultismo sullo sfondo per dare risalto ad un teen drama fin troppo anonimo, anche se ben diretto ed interpretato.

Il Diavolo In Ohio Recensione: la serie Netflix ha il terrore di osare
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I culti dedicati al demonio o ai suoi biechi sottoposti sono ormai diventati la norma per le produzioni seriali, le quali sfruttano da anni l'ispirazione derivante dalle vere sette che - soprattutto negli Stati Uniti - beneficiano della protezione religiosa garantita dalla costituzione per manipolare i propri adepti e spingersi con frequenza oltre i limiti concessi dalla legge. Netflix ha trovato la sua miniera d'oro in produzioni di stampo documentaristico agghiaccianti nelle loro testimonianze, ma ha esplorato l'argomento occulto anche con la sfortunata serie revival Le Terrificanti Avventure di Sabrina.

Se lo show con Kiernan Shipka ha normalizzato il satanismo declinandolo in chiave ironica e scherzosa, è invece ben più serioso l'approccio scelto da Daria Polatin per dare forma al suo Il Diavolo In Ohio, che trovate tra le serie tv Netflix di settembre. L'opera in otto episodi ha conquistato la top 10 scalandola ad una velocità impressionante, certificando come il fascino oscuro continui ad abbagliare gli spettatori più smaliziati, ma ad un'analisi approfondita risulta chiaro come il satanismo sia stato fortemente ridimensionato all'interno dello spettacolo, rendendolo mera cornice di un teen drama scontato e dai toni leggeri.

Una fuga sospetta

Amontown è una minuscola comunità rurale immersa tra i vasti campi di grano dell'Ohio, una porzione di terra dove i suoi abitanti possono vivere isolati dal resto del mondo e dove la tecnologia non arriva nemmeno attraverso una copertura telefonica. Una ragazza evidentemente terrorizzata (Madeleine Arthur) attraversa le coltivazioni che circondano la cittadina fino ad arrivare sul ciglio di una strada, riuscendo a richiamare con ampi gesti l'attenzione di un autista di passaggio in quella notte silenziosa.

Portata di corsa all'ospedale per una grave ferita alla schiena e per le lacerazioni ai polsi che testimoniano come fosse stata legata, la giovane donna è quindi affidata alle cure della psichiatra Suzanne (Emily Deschanel), che riesce a fare breccia nel silenzio della paziente con il suo approccio materno. Nonostante la ragazza si affezioni in fretta al suo medico, rivelandole di chiamarsi Mae, non sembra in grado di processare con tranquillità il trauma appena subito, chiudendosi nel mutismo appena viene accennato un argomento relativo al suo passato.

Non essendo comparso alcun parente durante i pochi giorni di degenza, lo staff dell'ospedale è obbligato a rilasciare la giovane, per questo Suzanne decide di accoglierla in casa propria nell'attesa di una sistemazione migliore: la presenza di Mae sconvolge in poco tempo i fragili equilibri della famiglia, mentre le indagini riguardanti il suo ritrovamento portano alla luce l'esistenza di una pericolosa setta adoratrice del demonio.

C'è del satanismo nel mio teen drama

L'influenza della vittima del culto sulla famiglia della psichiatra è sempre al centro del racconto imbastito da Daria Polatin, che porta sul piccolo schermo il suo stesso romanzo pubblicato nel 2017, illustrando con estrema calma i subdoli cambiamenti che finiranno con lo sconvolgere la vita dei protagonisti.

Le prime due puntate sono infatti utili a comporre un contesto che vada a descrivere le occupazioni e le debolezze dei personaggi, dal padre che ha rischiato tutti i risparmi della famiglia nella ristrutturazione di una proprietà che non sembra capace di vendere, ai classici patemi adolescenziali della figlia di mezzo Jules (Xaria Dotson), una ragazza ancora alla ricerca della sua nicchia nell'ampia socialità scolastica. Sono soprattutto le sofferenze di quest'ultima a trovare maggior risalto all'interno dell'intreccio, e l'inserimento di Mae nelle dinamiche scolastiche non modifica l'impostazione da teen drama nonostante il suo carico occulto e talvolta inquietante. La ragazza scappata dalla setta stringe infatti un legame molto intimo con la nuova sorellastra, aiutandola nell'inserimento ed al tempo stesso oscurandola dall'attenzione dei suoi coetanei, mettendo in mostra una straniante ambiguità morale che non trova però alcuna spiegazione nei successivi sviluppi di trama. Il contesto satanico della sua provenienza viene appena accennato con rapide immagini dall'indubbio impatto visivo, tra crocifissi capovolti e pentacoli marchiati sulla carne, ma queste sequenze vengono presentate in maniera molto fredda e priva di qualsiasi abbrivio demoniaco, modalità che le rendono leggere e digeribili anche dal pubblico più impressionabile. La loro frequenza è inoltre rilegata agli sparuti flashback di Mae ed alle indagini condotte da Suzanne, risultando francamente troppo esigue per giustificare l'elevato minutaggio sperperato nel corso di otto episodi.

La gestione altalenante del ritmo

Il cuore pulsante della narrazione si rivela dunque essere il patema sociale dell'adolescenza, declinato attraverso tematiche già abusate dal genere di riferimento, mentre viene lasciato in disparte l'occultismo e la pericolosità della setta nonostante l'indubbio potenziale che rimane purtroppo inespresso.

Non è solo nell'ignorare una modalità di rappresentazione più intrigante che fallisce Devil in Ohio, creando per questo un ritmo narrativo molto compassato, ma anche nella gestione stessa dell'intreccio e delle sue sottotrame: se l'insipida storia di Jules rimane in ogni caso allacciata a quella di Mae, si rivela invece totalmente inutile quella della sorella maggiore Helen (Alisha Newton), un corpo avulso all'interno della sua stessa famiglia ed ancora più inconcludente nell'economia generale del racconto, con i suoi problemi sentimentali e del tutto personali. Tra le numerose scene scolastiche trovano a volte spazio anche le ben più intriganti indagini condotte dalla psichiatra e dal detective Lopez (Gerardo Celasco), i quali formano la coppia incaricata di indagare il culto demoniaco che si nasconde ad Amontown, dando vita alle sequenze meglio riuscite dello spettacolo sia per ritmo che per intensità delle immagini, esplorate con minuzia da una regia molto incline ai dettagli ed ai primi piani che danno risalto ad una fotografia tematicamente adatta con i suoi scuri opprimenti.

A rendere ancora più dolorosa la ferita inflitta dal mogio teen drama che si svolge in quasi sei ore di visione c'è una puntata conclusiva finalmente centrata su quel satanismo lasciato in sordina, ma gli eventi che conducono allo scontro con la setta rendono sterili tutte le sottotrame del racconto cancellando dall'equazione l'intera famiglia descritta precedentemente, lasciando spazio soltanto a Suzanne e Mae in quello che poteva essere con estrema tranquillità il terzo episodio della stagione.

Devil in Ohio La serie Netflix del momento è capace di brillare negli spunti di una regia molto attenta ai primi piani che riescono a dare risalto all'espressività di un cast ben assortito, ma scade in una sceneggiatura centrata sui temi di un teen drama già visto, lasciando colpevolmente sullo sfondo le tematiche ben più intriganti dell'occulto legate alla sua protagonista. Gli otto episodi che compongono lo show sono caratterizzati da svariate linee narrative, alcune riuscite, altre molto meno, ma in definitiva tutte si rivelano inconcludenti in un episodio finale che cancella dall'equazione l'intero racconto per lasciar vivere alle sole Suzanne e Mae lo scontro finale con la setta satanica.

5.5