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Disincanto: recensione della serie Netflix di Matt Groening

La nuova creazione di Matt Groening è finalmente sbarcata su Netflix, portando però diverse ombre oltre qualche luce...

recensione Disincanto: recensione della serie Netflix di Matt Groening
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Matt Groening è una personalità che punta a sorprendere lo spettatore, nel bene o nel male. Lo ha fatto mostrando al mondo intero il suo umorismo pungente con i Simpson e poi mescolando le carte con Futurama, dando una sua personalissima interpretazione di un possibile futuro. La peculiarità alla base di Disincanto prende ancora una volta una strada differente, poiché ad emergere è prima di ogni altra cosa la voglia di imbastire un racconto ambizioso. Una soluzione in parte percorsa già attraverso alcune puntate di Futurama, vero, ma si trattava di minuscoli test al confronto di ciò che viene mostrato in questa prima stagione (o anzi, prima parte) delle avventure fantasy della principessa Bean. A dir la verità, non tutto è andato per il verso giusto e Groening non sembra essersi totalmente lasciato alle spalle la tendenza all'autoconclusività o comunque a favorire il singolo sketch sulla controparte narrativa, che troppo spesso mal si amalgama con il resto, ma è meglio procedere con ordine.

Un mondo già visto

Nell'immaginario regno di Dreamland, il re Zog è costretto ad affrontare una situazione spinosa: l'insofferenza di sua figlia Bean, disubbidiente e alcolista, nonché desiderosa di scoprire sé stessa e di esplorare un mondo che però non dà l'impressione di conservare un posto per una donna decisa e indipendente. Lei però non si arrende, rifiuta il matrimonio di convenienza classico per l'epoca cui questa serie si ispira e, accompagnata da un elfo con desideri simili e dal suo demone personale, è pronta a vivere la propria vita costellata di avventure.

Su questa base si innesca man mano una trama orizzontale incentrata sul mistero della sparizione della madre di Bean e di numerosi complotti che vanno ben oltre i confini del regno. In una serie dall'ambientazione fantasy-medievale, l'aspetto che immediatamente colpisce è l'estetica, la costruzione di un immaginario che possa stimolare la fantasia dello spettatore. Su questo punto cruciale purtroppo Disincanto zoppica vistosamente, incapace di creare un universo che vada oltre i prevedibili stilemi arcinoti del genere. Il mondo di Dreamland e dintorni non riesce mai a restituire un genuino senso di scoperta o stupore, e dietro l'angolo si cela precisamente ciò che lo spettatore un po' avvezzo si aspetta, nonostante la ricercatezza stilistica dei disegni. Non un fallimento, ma semplicemente qualcosa di già visto decine di volte in cui manca quella scintilla di originalità che aveva reso Futurama così d'impatto.

Tra fede, peste e battute sul golf

Una scintilla che invece brilla intensamente quando il trio dei protagonisti entra in azione: Bean, Elfo e Luci sono personaggi intriganti e perfettamente realizzati, con cui è facile empatizzare e che esprimono al meglio l'ironia tipica di Groening e la sua voglia di parodiare qualunque cosa, mantenendo solida una base di serietà. Le battute sulle stranezze della società medievale, sui più bizzarri usi e costumi del popolino e dei nobili si sprecano e compongono una cornice comica valida e a tratti eccezionale. Ma Disincanto non è solo l'ingenuità di Elfo, la vena macabra di Luci e la smania di imprese e novità della principessa Bean; è anche l'irascibilità di Zod, la stravaganza del mago Sorcerio o del primo ministro con tre occhi Odval, è l'invasività dell'onnipresente araldo di corte e dell'umorismo volutamente becero del tuttofare Chazz. Il cast funziona e riesce a conferire una dinamica varietà alle situazioni, affrontate con freschezza senza cadere nel tranello di affidarsi troppo a una gag ricorrente o a un tormentone. E questa diversità è malauguratamente l'unico aspetto che risolleva le singole puntate da una scrittura che lascia molto - troppo - a desiderare.

Personaggi sì, sceneggiatura non pervenuta

Addirittura più grave della realizzazione di un mondo asettico è, infatti, la sceneggiatura mediocre, sia dei singoli episodi che del macro-intreccio: i capitoli di Disincanto sono troppo lunghi, prolungano a dismisura la vicenda autoconclusiva e di conseguenza perdono di efficacia e qualità. Le stesse avventure di puntata, escluso un paio di eccezioni, si attestano su una banalità e povertà di idee disarmanti, basti pensare che ben quattro episodi su dieci seguono il cliché della banale ricerca di un personaggio scomparso.

Le intuizioni maggiormente intriganti riguardo questo bizzarro mondo fantasy vengono quasi sempre abbandonate come mere scene di passaggio in favore di una trama generale di sicuro coraggiosa e ambiziosa, ma che sembra essere stata incollata di forza e in maniera un po' casuale nelle ultime due puntate. Queste problematiche non possono essere magicamente risolte da personaggi straordinari e momenti emozionanti. In attesa della seconda parte, si fa strada la convinzione che Groening non abbia calcolato bene le tempistiche e l'insieme di tutti gli elementi che ha voluto riversare in Disincanto, producendo infine una serie squilibrata e amorfa, seppur con idee di fondo valide e personaggi incantevoli.

Disenchantment Matt Groening con Disincanto ha provato nuovamente a reinventarsi, creando questa volta una serie animata dalla marcata componente narrativa. La sua impronta è tangibile, specialmente nell'umorismo portato da un cast vario, profondo ed esaltante, che trova nel trio dei protagonisti un coronamento magnifico. Purtroppo, il resto della produzione è di ben altra qualità: a partire da un immaginario che si limita a seguire le orme dei classici del fantasy senza inventare nulla fino a una narrazione mediocre. Le avventure delle singole puntate sono piuttosto spente, sterili e ripetitive all'inverosimile e l'intreccio che le lega è trattato con superficialità, amalgamandosi male con il resto. In attesa della seconda stagione/parte, per adesso si tratta di un'occasione sprecata, che però potrebbe ancora dare molto. Incrociamo le dita.

5.5