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Disjointed, parte 2: L'erba del vicino... la fumiamo!

La sitcom di Netflix a base di marijuana legalizzata chiude la prima stagione all'insegna dello squilibrio tra ambizione tematica e limiti formali.

recensione Disjointed, parte 2: L'erba del vicino... la fumiamo!
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Commentando la prima parte (episodi 1-10) di Disjointed, collaborazione inaugurale tra Netflix e Chuck Lorre, ci siamo soffermati su quello che è fondamentalmente il limite di una sitcom dallo stampo classico (tre macchine da presa, interni in studio, pubblico presente) nel contesto di un servizio come quello della società di streaming, capace di proporre contenuti svincolati da ogni esigenza di censura. C'è infatti un contrasto notevole, forse insormontabile, tra la natura tradizionale di una formula in vigore da decenni e la volontà di trasgredire (c'era già passata la HBO con Lucky Louie, ma lì c'era dietro la comicità più precisa e puntuale di Louis C.K.). Nel contesto specifico della carriera di Lorre, abituato a situazioni e personaggi che sfiorano il limite del politicamente corretto, è di gran lunga più soddisfacente qualcosa come Due uomini e mezzo, dove i contenuti "spinti" sono presenti ma necessariamente diluiti dalle esigenze dei network e quindi più cattivi, più beffardi, al confronto con la volgarità più esplicita ma paradossalmente annacquata di Disjointed. Un ostacolo che sempre su Netflix si è visto in The Ranch, dove però aiutano a compensare le interazioni tra i vari interpreti, mentre nella sitcom che ruota intorno alla legalizzazione della marijuana solo Kathy Bates riesce a generare la simpatia necessaria per non rendere del tutto stucchevole l'ennesimo siparietto su quanto sia divertente farsi uno spinello in assoluta libertà (o quasi, come vediamo anche in questo secondo blocco di episodi che chiudono la prima stagione).

Processi, tresche e intelligenze artificiali

Avevamo lasciato Ruth e la sua allegra banda alle prese con le conseguenze di un'irruzione da parte della DEA (Drug Enforcement Administration) e la necessità di dare una nuova spinta vitale al business. Ed ecco che Olivia (Elizabeth Alderfer) rischia di passare alla concorrenza, mentre Ruth riscopre la sua precedente carriera da avvocato difendendo Dank (Chris Redd) e Dabby (Betsy Sodaro), accusati di uso di stupefacenti in luogo pubblico. E nel mezzo c'è anche la sottotrama da tinte fantascientifiche legata al Biowave, un macchinario che acquisisce una vita propria e comincia a parlare con la voce di Morgan Freeman (merito dell'imitatore Frank Caliendo). Tantissima carne al fuoco, con l'aggiunta dei soliti espedienti che vogliono mettere alla prova i limiti strutturali della sitcom, tra intermezzi animati, numeri musicali e video di YouTube. Ma non basta per risollevare le sorti di una serie dove le gag davvero brillanti, come un cameo del celebre duo fattone Cheech & Chong, sono in netta minoranza rispetto alle trovate che fanno di Disjointed una pallida workplace comedy senza il mordente necessario per imporsi come una visione davvero trasgressiva e liberatoria.

E vissero felici e contenti?

Come già detto, Kathy Bates rimane la principale ragione per vedere (distrattamente) la serie, ma anche lei si trova occasionalmente di fronte a materiale che non la valorizza nel modo giusto. Nella fattispecie, Lorre e i suoi collaboratori, avendo apparentemente dimenticato di avere a che fare con una prima stagione, hanno concepito una storyline affettiva/sentimentale dai contorni non propriamente rosei, uno sviluppo che, dopo neanche venti episodi di evoluzione narrativa, è abbastanza ingiustificato e tonalmente opposto all'atmosfera generale dello show, lasciando lo spettatore con una sensazione di amaro in bocca leggermente accentuata. Il finale lascia la strada letteralmente aperta, in vista di un ipotetico secondo ciclo di episodi che al momento non è ancora stato confermato da Netflix. E qualora tale conferma non arrivasse, non possiamo dire che ciò lascerebbe un buco particolarmente significativo nel palinsesto.

Netflix - Serie TV La seconda parte di Disjointed conferma i dubbi che avevamo sulla prima: da un lato, l'argomento della marijuana legalizzata, unita al carisma di Kathy Bates, è terreno fertile per gag di vario tipo; dall'altro, lo straniamento dovuto alla struttura rigida (solo occasionalmente accantonata) della classica sitcom da network rende il tutto piuttosto annacquato, intrappolato tra il rispetto della tradizione e la volontà di andare oltre.

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