Recensione Doc West

Terence Hill torna a cavalcare nel FarWest in questa nuova miniserie!

recensione Doc West
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Gli spaghetti-western hanno avuto il loro momento di gloria a cavallo fra gli anni '60 e '70, quando Sergio Leone dirigeva capolavori come “Il buono, il brutto, il cattivo” e quando Terence Hill interpretava un inimitabile Trinità. Per tutti quelli che con “la mano destra del diavolo” ci sono cresciuti, non dispiacerà quindi dare un occhio alla nuova miniserie italiana che rispolvera il genere e, con questo, il vecchio Terence nei panni di un cowboy sui generis.

Quanto era bello il 1970

Ovviamente, per quanto il tempo sia stato clemente con l'attore - il cui vero nome è Mario Girotti - riproporre un personaggio come Trinità era impensabile. Ecco allora che il nostro protagonista non è un fuorilegge dal cuore d'oro ma un uomo dal passato misterioso e dalle mille risorse: è un bravo dottore, un gran giocatore, un pugile provetto e, naturalmente, un abile pistolero. Le citazioni dalle vecchie pellicole con Hill sono però numerose (non a caso il soggetto è di Marco Tullio Barboni, figlio di Enzo Barboni, regista di “Lo chiamavano trinità”) e vanno da una partita a poker che è davvero un bel tuffo nei ricordi, ad una coppia di fratelli, uno snello ed abile con i calci, l'altro grosso e dai pugni poderosi, che sono uno una bella rappresentazione in chiave moderna di Trinità e Bambino.

Un brusco ritorno ai giorni nostri

Purtroppo però di ricordi non si vive e le analogie fra i capolavori della nostra gioventù e la fiction Mediaset (che oltretutto presto circolerà anche nelle sale cinematografiche europee ed americane), finiscono qua. L'idea di base, infatti, non è quella di creare un vero western, ma di unire il genere degli spaghetti-western con quello, tanto in voga negli ultimi anni, della fiction per famiglia, finendo però per perdere la comicità quasi parodistica dei film anni '70. Questo ha reso il prodotto decisamente più commerciale, ma ha portato con sé anche alcuni dei principali difetti delle produzioni italiane recenti: una recitazione piatta e senza sfumature, una trama prevedibile, delle battute piuttosto scialbe e delle caratterizzazioni dei personaggi sin troppo scontate (con l'unica piacevole eccezione dello sceriffo Basehart, interpretato da un divertente e convincente Paul Sorvino), il tutto condito da un ritmo talvolta troppo lento.
Nella prima puntata, ad esempio, Doc West (questo il nome scelto per Terence Hill) inseguirà per il polveroso ovest degli Stati Uniti, due fuorilegge che hanno rapinato un ufficio postale rubandone l'incasso. Doc finirà per crearsi dei legami con gli abitanti della cittadina dove questi si rifugeranno e solo qua, pian piano, il velo di mistero che ne copre la vita, verrà squarciato, rivelando un passato tormentato da un errore commesso cercando di salvare una giovane ragazza.
Per espiare la sua colpa, Doc decide di prendersi cura della figlia della ragazza che ha ucciso, giocando a carte per guadagnare i soldi necessari a pagarne le rette del miglior college di Boston.

Poche scazzottate, un po' di perbenismo e molte carte da gioco

Se qualcuno si aspettava di rivedere le epiche risse da saloon che riempivano i vecchi spaghetti-western, rimarrà deluso. Qualche bella baruffa da cowboy non mancherà e rivedere alcune delle mosse di Trinità farà sospirare i più nostalgici, ma la trama del film si snoderà verso altri svincoli, lasciando da parte la violenza burlonesca anni '70 per affrontare invece un altro grande classico del vecchio west: il poker.
La seconda ed ultima puntata vedrà infatti l'organizzazione di un grande torneo di poker (curiosamente nella versione italiana con cinque carte) con il quale Doc vorrebbe guadagnare abbastanza soldi da poter costruire un ospedale nella cittadina di Holysand. Al torneo parteciperanno i migliori giocatori (ed i peggiori bari) dell'ovest, fra i quali spiccano i nomi del il giovane e promettente Jhonny "Boy" O'Leary (Fabrizio Bucci), di Debra "Tricky" Downing (interpretata da una sempre affascinante Ornella Muti) e dell'olandese Van Breukelen (Mark Sivertsen), con cui Doc ha già avuto a che fare in passato e che darà del filo da torcere a chiunque si ponga sulla sua strada.
Le partite al tavolo verde faranno così da sfondo alle innumerevoli vicende personali dei diversi personaggi, molti dei quali alle prese con problemi d'amore.
Proprio gli inevitabili intrecci amorosi rappresentano la maggior differenza con il passato, rendendo Doc West una serie maggiormente adatta ad un pubblico anche femminile, ma priva di quella rudezza e di quella spensieratezza che caratterizzavano i vecchi personaggi di Enzo Barboni.
Medesimo discorso si può fare per quel che riguarda la morale che trapela dalla serie: sia Doc West che lo sceriffo Basehart sono sin troppo legati al concetto di giustizia e di non violenza, tanto che talvolta il perbenismo che fuoriesce dalle loro parole e dalle loro azioni risulta quasi stucchevole (soprattutto se si considera che il “selvaggio” west non era tale solo di nome).

Quel che si salva del lontano west

Se la trama non è fra le migliori passate in televisione, ed i colpi di scena sono rari quasi quanto un'espressione credibile in uno degli attori secondari, Doc West non è comunque da buttare. Fra faide familiari, sparatorie, partite di poker, scenografie suggestive (la serie è stata girata nel New Mexico ed alcuni paesaggi sono davvero memorabili) e una buona colonna sonora, Doc West non sarà mai un prodotto di punta ma ha le carte in regola per difendersi da molte produzioni nostrane di discreto successo. Oltretutto l'ambientazione western è originale di questi tempi ed il ricordo di Trinità giocherà un importante ruolo emotivo in tutti gli spettatori che hanno avuto la fortuna di poter vedere le pellicole di Barboni, finendo così per stuzzicare la curiosità degli spettatori.

Doc West Doc West non entrerà mai negli annali delle serie tv. Nessuno ne sentirà la mancanza una volta finito e probabilmente la maggior parte degli spettatori proverà l'irrefrenabile voglia di cambiare canale a metà di una delle due puntate. Tuttavia rivedere Hill in abiti diversi da quelli ecclesiastici è un piacere per gli occhi e l'effetto amarcord che la serie può suscitare, potrebbe risultare piacevole. Basta non avere pretese esagerate perché, come ammette lo stesso Hill: “Rispetto ai film di allora non si ride, si sorride. I tempi sono diversi ed il pubblico è diverso”.