Dr. Death Recensione: il medical thriller su Starzplay non conquista

Dr. Death è uno show ibrido, che gode di un camaleontico Joshua Jackson e di una narrazione che mischia con perizia le carte in tavola, ma non basta.

Dr. Death Recensione: il medical thriller su Starzplay non conquista
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Dr. Death romanza le vicende realmente accadute di Christopher Duntsch un dottore drammaticamente celebre per aver rovinato la vita di trentatré pazienti su trentotto operati (uccidendone due) - triste record che gli è valso il soprannome che dà il macabro titolo alla serie Starz con Joshua Jackson che potete trovare su Starzplay o nel canale in abbonamento su Prime Video (già che ci siete date un occhio alle uscite Amazon di ottobre). Uno show che non riesce pienamente a conquistare per una serie di limiti legati alla natura stessa della serie e alla sua messinscena. Ma analizziamo con calma tutti i fattori nella nostra recensione completa.

Giochi temporali e ibridazioni di genere

Una voce ultraterrena e accusatoria di una ex paziente intima che il dottore: "Non dovrebbe più operare". Parole che risuonano e accompagnano un primissimo piano del protagonista, Christopher Duntsch, interpretato da un sempre affidabile Joshua Jackson, un'istituzione del piccolo schermo dopo aver interpretato Peacy in Dawson's Creek (sapevate che Joshua Jackson sarebbe contrario alla reunion del cast di Dawson's Creek?) e Peter Bishop in Fringe, mostrato in questi primi secondi alienato, brutto, volutamente ingrassato, per restituire allo spettatore la corruzione della sua anima.

Un esordio che chiarisce l'intreccio e prende subito le distanze dalla fabula mostrandoci gli eventi a ridosso dell'epilogo; una soluzione per facilitare la traiettoria narrativa, ma come siamo arrivati a questo? Dobbiamo tornare a cinque anni prima, quando il dottore lavora al Dallas Medical Center, la sicurezza lo pervade, alimentata dall'umida stima dei colleghi; il curriculum straborda di titoli, disegnando una vita troppo perfetta che, proprio per questo, sa tremendamente di finto. L'atmosfera conviviale e serena, infatti, viene macchiata dall'effettiva resa in sala operatoria del medico, che sembra preda di un qualche spirito malvagio, in perenne difficoltà durante le operazioni nonostante si ostini a dimostrare una sicurezza ipertrofica e ad esibire un'autorità inopportuna contro i suoi collaboratori, costantemente sfidati anche quando in gioco c'è la vita di pazienti inermi.

Dr. Death è all'apparenza un medical-drama, un legal, ma è soprattutto un poliziesco tinto di giallo che, attraverso un'agile partita a ping pong col tempo, racconta una delle vicende più ambigue in ambito medico (questo perché avvenuta nel pieno ambito della legalità e con la protezione dell'apparato dirigente). La libertà emotiva è totale, sicché la narrazione può distendersi tra il passato remoto del medico, rappresentato dal periodo universitario e da tirocinante - parentesi necessaria allo spettatore per fornire una matrice e un background al suo subdolo modus operandi -, che converge verso il presente narrativo delle sue negligenze e un passato prossimo che esplicita le modalità con cui Duntsch riesce ogni volta a farla franca, continuando nella sua opera.

L'interesse dello show non sta nel definire l'innocenza o la colpevolezza del dottore - questo è chiaro fin da subito - ma nel capire perché il Dr. Duntsch commetta le sue tragiche opere. Lo fa di proposito? O è semplicemente un incapace? Ha un disegno più grande in mente? La serie sfrutta sapientemente l'intreccio degli archi temporali, costruendo con pazienza il mistero per rendere più dinamica la narrazione e ambigua la figura del dottore.

Un cast versatile e l'empatia verso il mostro

Dr. Death, ovviamente, per intensificare il suo magnetismo non si serve solo dei continui salti temporali ma, soprattutto, dell'abilità dei suoi attori. Christian Slater (che interpreta il Dottor Randall Kirby) e Alec Baldwin (il Dottor Robert Henderson) tratteggiano alla perfezione i protagonisti dei buddy movie degli ultimi decenni componendo una trinità attoriale che contribuisce in larga parte alla godibilità della serie. A Slater, come in Mr. Robot (qui le cose che non hanno funzionato nel finale di Mr. Robot), sono consegnate le stimmate del comic relief energico e perennemente sopra le righe, mentre a Baldwin il ruolo del saggio serafico.

Jackson, dal canto suo, vanta una versatilità espressiva ma anche interpretativa sublimata dalla scrittura stratificata. Un volto giovanile e pasciuto che senza grandi interventi riesce a interpretare una matricola quanto un medico di mezza età logorato. Un personaggio ricco di sfaccettature così come è composita l'anima di Dr. Death, allo stesso tempo una figura egotica, visionaria, assetata di potere e prestigio, ma al contempo anche un drogato, un sadico, un patologico sociale senza scrupoli.

Un mostro come il Joe Goldberg di You (qui trovate la recensione di You 3), verso il quale lo spettatore prova una malsana empatia, grazie ad una scrittura che si focalizza sugli spiragli di umanità (ovvero una perversa razionalità, intesa come sistematicità delle azioni in relazione ai suoi obiettivi) o comunque ne individua un'origine plausibile volta quanto meno a giustificare la genesi del cinismo e della malvagità.

Pur aderendo al poliziesco, Dr. Death non è solo una serie chiacchiere e distintivo, in quanto i temi che tocca sono potenti e attuali: condanna senza mezzi termini l'apparenza che predomina sull'essere, ovvero la costante di una società basata sull'immagine o su quello che si può dimostrare. Duntsch non lesina occasioni per ostentare il suo status, dichiarando ai parenti più prossimi di essere "in cima alla catena alimentare"; vanta continuamente lauree e specializzazioni, gira fieramente video pubblicitari che ne avallano il lavoro e presumono di confermarne le competenze, pur mancando nella sostanza.

Un'esaltazione narcisistica, patologica, a cui un'ampia fetta di umanità contemporanea è soggiogata. Altresì, la serie non manca di riflettere sulle conseguenze individuali di una grammatica economica e sociale basata sulla performance che, devota a queste leggi, è in grado di deteriorare ogni forma di sostanza umana e, quindi, di empatia.

I limiti di Dr. Death

I limiti riscontrati sono proprio nel rovescio della medaglia della tentata ibridazione. Dr. Death è, infatti, una serie che manca di una forte identità sul piano estetico-visivo e narrativo. Questa lacuna la percepiamo sin dai titoli di testa che presentano un font anonimo su sfondo completamente nero, o nei testi fin troppo derivativi che accompagnano ogni salto temporale e che dovrebbero chiarire allo spettatore l'anno e l'ambientazione di riferimento.

Altro punto di debolezza è la fotografia che non segna mai un guizzo degno di nota e un montaggio in alcune parti frammentario. Inoltre, le modalità con cui la serie insinua il mistero risultano alquanto artificiose e disegnano una parabola che appare prevedibile e che in diversi punti manca della giusta tensione narrativa. Fattore, quest'ultimo, che non permette allo show di consacrarsi memorabile.

Il punto è proprio questo: il creatore Patrick Macmanus voleva raccontare una delle storie di cronaca più inquietanti in ambito medico e romanzarla al meglio. L'operazione è stata portato a termine con perizia nei suoi aspetti schematici: dalla sceneggiatura alla scelta del cast, dalla scelta degli ambienti alle modalità del racconto, ma l'impressione è che tutto sia stato fatto in maniera fin troppo accademica, giocando nello spazio di una comfort zone data da alcuni generi che fanno da bussola alla serie Starz. Operazione che ne ha mortificato lo stile, rendendo Dr. Death un racconto statico privo di quel piglio che gli avrebbe permesso di ambire al vero salto di qualità che, alla fine, non c'è stato.

Dr. Death Dr. Death è un esperimento controllato, che rispetto a quelli condotti cinicamente (e poi sadicamente) dal Dr. Duntsch di Joshua Jackson non produce esiti nefasti. Lo show infatti risulta credibile, gestisce con perizia una narrazione articolata su più piani temporali godendo di un cast ispirato e a suo agio. Peccato per i limiti congeniti della trama, che risulta avvincente fino a un certo punto, e per quelli - colpevoli - sul lato estetico e visivo che tengono la serie lontana dalla memorabilità.

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