Euphoria, Recensione della serie Sky: siamo tutti giocattoli rotti?

Euphoria riempie la scena con la cruda e necessaria descrizione pop del mondo liceale statunitense. Diventarne dipendenti è il minimo.

recensione Euphoria, Recensione della serie Sky: siamo tutti giocattoli rotti?
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Per nascondere un albero serve una foresta, giusto? E per nascondere una ragazza che a sedici anni finisce in ospedale per overdose? Serve un tipico liceo americano di periferia (e relativa cittadina), non troppo lontana dalla big city per essere socialmente pericolosa, ma nemmeno troppo vicina per non volerla sognare. Euphoria ci mette poco a dettare le regole del suo gioco: Rue (una Zendaya in stato di grazia) è dipendente da qualsiasi sostanza stupefacente riesca ad acquistare (pillole, soprattutto), è stata in rehab dopo l'overdose e ora è tornata. Ma è su uno dei più classici (e meglio sfruttati) cammini verso l'autodistruzione: fisica, psicologica e sociale.

Non le importa niente, vuole solo quei due secondi di nulla che la droga le può regalare. Vuole smettere di pensare, altrimenti il cervello le brucia. Ma Rue è solo la punta di un iceberg psichedelico che cola dappertutto, infiltrandosi nelle falde acquifere di una provincia statunitense singola e universale, che racconta "noi e loro", creando la realtà delle cose. Perché sì, se ve lo steste chiedendo c'è Euphoria a rispondere: funziona esattamente così. Quindi andiamo a vedere assieme perché questa prima stagione della serie targata HBO (disponibile su Sky per tutti gli abbonati) è un successo su tutta la linea.

Caleidoscopici personaggi

Una delle principali potenze espressive di Euphoria sta nei personaggi. Che sono sia lo stereotipo che vogliono rappresentare, sia tutt'altro. C'è il jock, il quaterback della squadra di football con la sua fidanzata cheerleader, ma entrambi nascondono segreti e cicatrici che li fanno agire così, scardinandoli dai tipi narrativi che rappresentano, perché l'animo umano è una ridda di strati strappati alla vita, e la serie ci ripete incessantemente che nessuno può comportarsi esattamente come ci aspetteremmo. Perché loro non sono personaggi, loro sono noi. Perciò comprendiamo, senza condividerle, anche le loro cattiverie, le idiosincrasie, l'affastellamento di esperienze che già al liceo ti rende la persona che sei, o ti cambia da un istante all'altro. Anche dall'altra parte del mondo, ci siamo passati tutti. E inevitabilmente arriva la new in town Jules, che spacca in due la cittadina, infilandosi nelle sue crepe con tutto il corpo, amalgamando la sua personale diversità alla routine, e portando anche quella sull'orlo del collasso. Episodio dopo episodio noi conosciamo quelle persone, che si staccano dalla loro rappresentazione e diventano reali, tangibili. Le sentiamo vicine, e non possiamo che drogarci con le loro vite.

Giocattoli rotti

Fra tutti i gli allucinogeni colori brillanti dei personaggi serpeggia un male di vivere pop e profondo, un senso di sconfitta insito nel nostro DNA, spesso coperto da maschere o filtrato da schermi, che prende Rue come prisma in grado di rifrangere la sua psichedelica verità: siamo tutti giocattoli rotti. Colpe dei genitori che ricadono sui figli, lutti, demoni ai piedi del letto o pronti a rosicchiare il cervello. Bisogna evadere, o il nostro corpo lo farà per noi, avvelenandoci dentro e infettando tutto, spesso e volentieri senza neanche rendercene conto. Rue, almeno, è consapevole del suo problema, ce lo racconta in preziosi voice over, spiegandolo con adorabile e tragica minuzia. Lo dice chiaro e tondo, ancor prima che possiamo pensarlo: "voi ora dovreste odiarmi". Eppure non ci riusciamo, perché siamo così legati al suo dolore, a quella perdurante e innata necessità di "continuare a distruggere gli altri", come diceva Lobo Antunes, che facciamo il tifo per lei, anche quando sembra impossibile mettere su un piedistallo una persona che ingolla pasticche come fossero mentine. Perché lei sta davvero giocando contro Minnesota Fats - citando uno splendido riferimento all'interno della serie a Lo spaccone di Robert Rossen.

Il contenitore perfetto

Euphoria non avrebbe lo stesso impatto visivo senza la splendida regia che la contraddistingue. Una macchina da presa svolazzante, raramente ferma, molto vicina a un'estetica "sorrentiniana", che segue ovunque i suoi personaggi in precisi e chirurgici piano-sequenza. Perché la regia rispecchia alla perfezione la storia narrata: viola le vite dei protagonisti, oltrepassando pareti e corpi, infilandosi con la grazia di una pattinatrice dentro tutti.

Esattamente come una dipendenza li avvolge e li coccola, lasciandoli poi soli nel momento peggiore, a fare i conti con loro stessi. Il tutto corroborato da un montaggio frenetico che strizza l'occhio a Edgar Wright, perfetto contrappunto con la sinuosità della macchina da presa. Sequenze allucinante, flash improvvisi, bombardamenti visivi che tengono altissimo il ritmo, come se le pupille si dilatassero in preda a un trip breve e infinito. E poi la calma, la pioggia, le luci stroboscopiche di una fotografia calda e tagliente, fredda e curativa, dove tutto è il contrario di tutto nella sua precisa coerenza (basta solo citare la sequenza "detective hard-boiled" per farsi catturare da Euphoria).

Lasciami ancora sognare o svegliami se è tutto vero

Ma la serie parla della realtà? O spettacolarizza per raccontare? Euphoria ti prende la testa e la tiene sott'acqua quel tanto che basta per farti credere di affogare. Ricopre gli occhi con una valanga di verità più o meno scomode (molto più che meno, ovviamente) e le rende pop, patinate e brillanti, pillole colorate che nel loro giusto orrore creano dipendenza e repulsione, aggrappandosi a quel nostro bisogno voyeuristico mai sopito. Rue ci forza a entrare nei piccoli perversi mondi di ognuno, presentandoli senza giudizi, senza moralismo perché siamo tutti, di nuovo, giocattoli rotti, e finché non causiamo dolore agli altri possiamo crogiolarci nelle nostre manie. Dopotutto, come dice lei, entro qualche anno tutti avranno un sex tape finito in rete. Perciò sì, Euphoria parla di vita vera, di una realtà statunitense che vale dal Texas al Maryland, ma che può anche diventare universale. Dopotutto, la cosa più implausibile della serie è che dei liceali conoscano così bene Casinò di Scorsese o Una vita al massimo di Tony Scott. Ma è sempre bello sognare.

Eros e Fentanyl

E quindi c'è speranza? Si può risalire e uscire a respirare le stelle come una Beatrix Kiddo? Difficile, molto. Ogni tanto qualcuno si salva, ma nessuno si salva da solo, non completamente. Si resta aggrappati alle proprie dipendenze perché sono confortevoli, amiche seduttive, mondi conosciuti che nella loro follia non ci spaventano. È l'altrove a terrorizzare, la possibilità che qualcuno possa amarci per quello che siamo e, soprattutto, il rischio che questa cosa non avvenga quando mettiamo tutto in gioco, e finiamo a mordere l'asfalto con il cuore. Euphoria ci scaglia nel buco nero della dipendenza lasciandoci appesi con un filo sottile, una corda (forse) senza cappio, come marionette aggrovigliate l'una all'altra, ma poi ostinatamente sole. Il colpo di reni deve venire da noi, ma senza il supporto degli altri da quel buco non si esce. Altri che rischiano, a loro volta, di trasformarsi in dipendenze, sfruttati come ancore di salvezza nella tempesta della vita. Bisogna solo capire quanto la catena che ci lega a loro ci stia scavando i polsi.

Euphoria - Stagione 1 Euphoria ti accompagna dolcemente in uno dei trip peggiori della tua vita. Uno di quelli che vuoi ripetere, ancora e ancora. La serie HBO confeziona un prodotto perfetto per descrivere la realtà liceale statunitense, con personaggi sfaccettati, già spezzati dalla vita, capeggiati da una Zendaya dalla quale è impossibile staccare gli occhi. Otto episodi da spazzare via con lo sguardo in un flash, che si attaccando come una dipendenza benefica e ci costringono a osservare, tenendoci le palpebre spalancate di folle gioia dall'inizio alla fine.

8.5