Marvel

Falcon and The Winter Soldier: l'importanza di essere Captain America

Pensieri sparsi sul quarto episodio dello show MCU, sul suo messaggio politico e su come abbia dimostrato chi dovrebbe avere lo scudo.

Falcon and The Winter Soldier: l'importanza di essere Captain America
Articolo a cura di

Pur con qualche oscillazione qualitativa, il quarto episodio di The Falcon and The Winter Soldier è finora il più convincente dello show Marvel e sembra dettare nuovi standard di maturità per l'intero Marvel Cinematic Universe (per saperne di più vi invitiamo a leggere la nostra recensione di The Falcon and The Winter Soldier 1x04). Ed è anche, nonostante la questione razziale venga appena sfiorata nel corso dei suoi 53 minuti di durata, la puntata più "politica" in assoluto. E sì, in larga parte dipende proprio da quell'ultimo, devastante fotogramma finale.

Prima di continuare è opportuno ricordarvi che, se proseguirete nella lettura di questo articolo, incapperete in una serie di spoiler sugli sviluppi più recenti di The Falcon and The Winter Soldier, brutali quanto la scena finale della 1x04.

Essere John Walker

No, John Walker non è un cattivo. E non lo è mai stato. Forse lo diventerà, o magari semplicemente non lo sarà mai. Seppure la sua storyline si presti a trasformare il nuovo Captain America nell'antagonista finale, una volta sventata la minaccia dei Flag Smashers, la sensazione è che fino alla fine il personaggio di Wyatt Russell non debba essere definito forzatamente un villain monodimensionale.

L'intera serie TV, d'altronde, ci ha finora dimostrato che non esiste realmente un cattivo e che i confini morali, anche dei personaggi più ambigui, sono più sfumati che mai: Karli Morgenthau e i suoi Flag Smashers hanno metodi violenti e sbagliati, ma un fine nobile. Persino Zemo non è più il terrorista vendicativo di Civil War: resta un'infida serpe di cui non abbiamo ancora pienamente inquadrato gli scopi, ma pare indubbio che le sue ferree motivazioni e i suoi pensieri sui supersoldati e sull'impiego degli Avengers mostrino un minuscolo fondo di verità.

John Walker rimane comunque un personaggio negativo di cui è possibile capire la psicologia. È un vincente che improvvisamente si ritrova a fare i conti con la sconfitta e l'inadeguatezza, senza contare che tutti coloro dai quali cerca l'approvazione di cui ha bisogno (gli ex compagni del precedente Captain America) gli hanno voltato le spalle a prescindere. Resta un personaggio borioso e scaltro, irascibile e frustrato al punto da perdere totalmente di lucidità e infrangere il piano di Sam, innescando di fatto i tragici eventi che abbiamo vissuto nella seconda metà del quarto episodio.

È negativo perché non esita ad iniettarsi il potere senza pensare alle conseguenze psicologiche e morali del siero e perché, ovviamente, si lascia possedere dalla furia di fronte alla morte del suo compagno per mano di Karli. Gli ultimi secondi dell'episodio, durante i quali John massacra brutalmente il Flag Smasher a colpi di scudo, pervaso da una rabbia cieca e incontrollata, fino a sfondare il petto della sua vittima macchiando di sangue il simbolo che ha ricevuto in eredità, sono semplicemente da brividi.

Il fotogramma finale dello scudo imbrattato di rosso è un'immagine speculare bellissima e devastante dell'iconografia classica del soldato incarnato da Rogers. Ed è la metafora visiva e morale che incornicia un'attualità tristemente vera. John Walker è il simbolo di un'America più controversa, ambigua, violenta e incapace di suscitare fiducia. È il ritratto di diversi aspetti della tanto criticata era trumpiana, e non a caso lo sviluppo dello show (così come la sua release originale, poi slittata a causa della pandemia) ha preso vita nelle ultime fasi del mandato del precedente leader USA.

Essere Sam Wilson

Nel cerchio di personaggi che ruotano attorno all'eredità dello scudo, Sam è chiaramente l'uomo che più di tutti si è dimostrato degno di vestire i panni di Captain America. Falcon incarna tutti gli ideali che un tempo appartenevano a Steve Rogers: non solo coraggio, ma anche pietà, compassione, una moralità inossidabile e una propensione al dialogo piuttosto che all'impiego della violenza. È un uomo abituato ad ascoltare gli altri, il suo lavoro era in effetti quello di fare terapia ai soldati traumatizzati dalla guerra.

Sam è il solo, nel contesto narrativo della puntata 1x04 di The Falcon and The Winter Soldier, a fare ciò che avrebbe fatto Steve Rogers: cerca la via della pace, sceglie il dialogo con Karli piuttosto che un attacco diretto e soprattutto vede il buono in chiunque, anche in chi non lo vede in se stesso. Rogers lo sapeva quando scelse di affidargli lo scudo: Sam Wilson è l'erede naturale e spirituale di Captain America, è l'eroe che il mondo merita. Ma non quello di cui ha bisogno adesso: ed ecco perché, in fondo, è lecito pensare che (proprio per questi motivi) non dovrebbe essere lui a ricevere lo scudo.

Essere Captain America

Sam ne incarna gli ideali, ma è vero che - come afferma lo stesso Zemo - un uomo come Steve Rogers non esiste più. E, forse, non dovrebbe più esistere. Il Captain America portato sul grande schermo da Chris Evans è la metafora vivente della Golden Age supereroistica, di un'America splendente e positivista, di un'era che vorremmo tornasse ma che oggi assume i contorni di una splendida utopia piuttosto che di una solida realtà.

Il mondo nel Marvel Cinematic Universe, devastato e spezzato (anche a livello sociopolitico) nella finzione narrativa dagli effetti devastanti dello schiocco di Thanos e del successivo "Blip", è un mondo che rispecchia gli ideali della nostra contemporaneità. Un mondo alla ricerca di valori, di significati, di icone. Un mondo che cerca disperatamente di rialzarsi dopo una tremenda caduta, un mondo che ha bisogno di riconoscersi in figure più vicine alla sua condizione.

Sam ha ragione: i simboli appartengono davvero solo a chi gli ha dato un significato. Per quanto la sua trasformazione in Captain America rappresenterebbe un'interessante storyline a sfondo razziale, come raccontano i fumetti Marvel ispirati alle sue avventure, forse il mondo non ha bisogno di un emulo di Steve, a prescindere dal colore della sua pelle e dalla rappresentanza etnica. Il mondo ha bisogno di un uomo che, a sua volta, è caduto ma è stato capace di rialzarsi. Che sta ricostruendo se stesso, pezzo dopo pezzo. Un uomo che era integro, poi spezzato e poi ricomposto, a fatica, ma migliore di prima. Un uomo che ha conosciuto la redenzione e che insegni cosa serve per ottenerla. E cos'è questa serie, se non (anche) il racconto di riscatto del Soldato d'Inverno? Ebbene sì: il prossimo Captain America dovrebbe essere James "Bucky" Barnes.

Falcon and The Winter Soldier A prescindere da chi otterrà lo scudo alla fine dello show di Malcolm Spellman, c'è da rimanere affascinati dal messaggio politico di The Falcon and The Winter Soldier. Un'opera che, attraverso i suoi protagonisti, ha finora incarnato in modo efficace le tante sfumature di un mondo più ambiguo di prima. Un mondo che meriterebbe l'integrità di Sam Wilson, ma che adesso ha bisogno della fragile umanità di Bucky. Ed ecco perché, forse, la serie porta il nome di entrambi gli eroi che incarnano due lati diversi dell'essere un simbolo, un soldato, un leader, dell'essere Captain America. E in fondo va bene così. Perché, a prescindere da chi imbraccerà quello scudo, siamo sicuri di una cosa: che quell'uomo, visti i precedenti, sarà "non un soldato perfetto, ma un uomo giusto".