Fleabag: recensione della (prodigiosa) seconda stagione

Su Prima Video la conclusione sbalorditiva di una serie che era già cult, semplicemente imprescindibile nel 2019.

recensione Fleabag: recensione della (prodigiosa) seconda stagione
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Esiste un numero infinito di storie, e in fondo è questo che rende la narrativa così coinvolgente. Si possono narrare grandi racconti epici, guerre secolari tra popoli dall'origine antica quanto il mondo stesso o vicende tanto intimiste e personali da apparire come piccole delizie prive di scopo. E ci sono inesauribili vie di mezzo tra questi due estremi, ciascuna interpretabile a piacimento. Nel 2016 Fleabag ha incentrato l'interezza della sua trama su un singolo elemento - il malessere della protagonista - ed è riuscita a sviscerarlo talmente in profondità da risultare invidiabile all'intero panorama seriale. Insomma, quella ragazza senza nome aveva lasciato il segno, oltre ad aver consacrato un'artista estrosa e brillante come Phoebe Waller-Bridge, che da allora ha creato e sceneggiato un altro successo come Killing Eve. È bizzarro veder ritornare una serie a tre anni di distanza dal debutto, ma è ciò che è accaduto in questo caso: Fleabag , la cui seconda stagione è disponibile su Prime Video, torna con quel miscuglio tra comedy dissacrante e priva di tabù e dramma profondo ed esistenziale che il pubblico ha amato.

3 anni fa...

Ma prima facciamo un passo indietro: che cos'è Fleabag (termine inglese che, riferito ad una persona, indica un individuo odioso, vergognoso, nauseante)? Partorita dalla mente di Phoebe Waller-Bridge, talentuosa attrice e autrice britannica, l'idea del personaggio di Fleabag nasce come un lungo monologo teatrale, adattato in seguito come miniserie per la BBC. La vicenda segue il periodo di estrema confusione, rabbia e senso di colpa provato dalla protagonista (interpretata dalla stessa Waller-Bridge) in seguito alla morte della sua migliore amica. I rapporti con la famiglia, a parte qualche momento con la sorella Claire (Sian Clifford), sono ai minimi storici, il locale a tema porcellino d'India che gestisce non sta riscuotendo molto successo, sulle relazioni sentimentali il disastro è sempre dietro l'angolo. L'aspetto a dir poco straordinario - e per certi versi ancora insuperato - di Fleabag è la raffigurazione delle emozioni provate dalla protagonista, in particolare la confusione, capace di raggiungere vette introspettive e soprattutto squisitamente contemporanee a dir poco clamorose.
Questo perché la scrittura della Waller-Bridge centra perfettamente il problema focale: essere confusi non è avere un dubbio su cosa fare la sera o dove andare in vacanza quest'estate. Essere confusi significa vivere ogni giorno con un peso enorme sulle proprie spalle, pesante al punto da incatenarci a terra e non farci andare avanti, un fardello sempre presente nella nostra coscienza derivato da errori che proprio non vogliono sparire, ma di cui bisogna prendere atto e affrontare le conseguenze. Da questo non si scappa. Fleabag è tutto questo e tanto altro, dipinto con una lucidità e una schiettezza senza eguali. A suo modo, un cult assolutamente imperdibile.

371 giorni, 19 ore e 26 minuti dopo

E si arriva ai giorni nostri, con l'annuncio a sorpresa del rinnovo l'anno scorso e un trailer a fine febbraio, con Amazon a distribuirla globalmente dopo la messa in onda britannica. A poco più di un anno di distanza dagli eventi della prima stagione, ritroviamo una Fleabag piuttosto in forma, ancora intenta a mettere insieme tutti i pezzi della sua vita. Il tentativo sembra stia andando egregiamente bene, tra scelte salutari e l'addio ad alcuni degli eccessi più stravaganti che l'avevano quasi distrutta. L'intero arco narrativo della breve stagione è incentrato sulle nozze del padre (Bill Paterson) della protagonista con la madrina (Olivia Colman) che avevamo già imparato a conoscere, con in più la presenza costante del prete - assolutamente non convenzionale nell'approccio al sacerdozio - che celebrerà il matrimonio (un sontuoso Andrew Scott, un'aggiunta monumentale al cast).
Ed è un piacere ritrovare immediatamente quel feeling, quell'atmosfera, quei dialoghi taglienti che hanno reso la serie così amata. L'umorismo non è stato toccato, continua a essere un meraviglioso flusso di coscienza - ecco fin dove arriva la naturalezza della sceneggiatura - senza limiti, senza restrizioni; si parla di sesso, alcolismo, depressione, gravidanze e morte con una spontaneità che, nonostante gli anni passati dalla prima stagione, continua a impressionare. E anzi, si può notare una cura ancora più minuziosa nella scrittura di certi siparietti, gestiti con un tempismo ai limiti della perfezione e in cui riveste un ruolo fondamentale uno degli elementi più distintivi della produzione: la sua personalissima rottura della quarta parete.

"This is a love story"

La rottura della quarta parete da parte di Fleabag è, infatti, un aspetto assolutamente immancabile, irrinunciabile per ogni proposito che la serie si prefigge. Su di esso si incentrano molti dei momenti umoristici della serie, la caratterizzazione dei - pochi - personaggi fondamentali passa attraverso le delucidazioni che la protagonista ci offre e persino la sua stessa visione del mondo è veicolata da questi piccoli monologhi o interruzioni. Ma c'è una piccola differenza: nella prima stagione la rottura e le parole che Fleabag ci riservava erano un modo per convincerci che le cose stavano precisamente nel modo deformato da lei descritto, mentre alla prova dei fatti la situazione era ben diversa. Un modo per deresponsabilizzarsi, insomma, per tentare disperatamente di ricacciare in angolini remoti tutti i problemi, le ossessioni e i pensieri negativi. Adesso, proprio per l'evoluzione che sta attraversando, le descrizioni che ci fornisce sono molto più sincere e aderenti alla realtà, incluse quelle dolorose prese di coscienza che tre anni fa sembravano un lontano miraggio.

Il risultato è una maturazione strabiliante del personaggio ma anche dei toni generali, a tratti ancora più chirurgici e profondi nell'inquadrare i problemi esistenziali che tutti noi ci ritroviamo ad affrontare nel momento in cui una volta per tutte dovremo decidere responsabilmente che direzione intraprendere nella nostra vita. Tutto culmina in un monologo dalla forza devastante e in un finale che, tra le macerie personali, continua a non voler abbandonare una positività di fondo. La vita non è facile e spesso tocca scontrarsi con delusioni e difficoltà al di là del nostro controllo. Ma tocca a noi averci a che fare e superarle, in primis accettando noi stessi.

Fleabag Fleabag è un capolavoro assolutamente imperdibile non solo per ogni amante delle serie tv, ma per ogni individuo oggi nel 2019. Molto banalmente potrebbe essere descritta come una dramedy che fa ridere e fa piangere, eppure sotto la sua superficie in apparenza semplice si nasconde molto di più, un prodotto straordinariamente curato e acuto, capace di interpretare come mai nessuno fino ad ora alcune inquietudini tipiche della contemporaneità. Per Fleabag non esistono confini, non esistono tabù, non esistono argomenti intoccabili, affrontati con maestria rara dalla penna e dalla recitazione impeccabile di Phoebe Waller-Bridge (in questa seconda stagione affiancata anche da un regale Andrew Scott, senza dimenticare la sempre eccellente Olivia Colman). Le vette che riesce a raggiungere con la sua introspezione sono di una forza devastante che non può lasciare nessuno indifferente. In più, tutto è permeato da una squisita meta-narrazione, con l'abitudine della protagonista di rompere spesso la quarta parete in maniere estremamente personali e mai banali. Una pietra miliare del medium, magari fin troppo legato a questo preciso momento storico con le sue principali difficoltà, ma innegabilmente una delle serie più brillanti in ogni aspetto degli ultimi 20 e più anni.

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