Netflix

Freud: Recensione della prima serie austriaca di Netflix

Un'altra serie TV in lingua tedesca per Netflix, stavolta di produzione austriaca, che esplora il lato più dark e thriller del futuro re della psicanalisi.

recensione Freud: Recensione della prima serie austriaca di Netflix
Articolo a cura di

Difficile classificare un prodotto come Freud, una delle serie TV più attese tra le uscite Netflix di marzo 2020. La prima serie austriaca ad essere pubblicata sulla piattaforma streaming di origine americana segue il successo delle produzioni in lingua tedesca targate Netflix (Dark) e proporrà agli utenti un ritratto quanto mai peculiare - ma in larga parte romanzato - su una delle figure più affascinanti della ricerca scientifica.

Freud, infatti, non segue le vicende che hanno reso famoso il padre della psicanalisi: piuttosto, la serie creata da Marvin Kren, Benjamin Hessler e Stefan Brunner ci fa seguire la storia di un giovane Sigmund nella Vienna del XIX secolo, ben prima di farsi un nome in tutto il mondo per le sue enormi conquiste nel campo delle scienze neurologiche. Il risultato è una produzione che contamina il thriller storico con un racconto fortemente romanzato, pieno di elementi esoterici e intriso di una forte patina espressionista che potrebbe non soddisfare i palati di un pubblico più generalista.

Il lato oscuro di Vienna

La serie Netflix, quindi, sceglie volutamente di prendere le distanze dalle sfumature più celebri del personaggio, incentrando la trama sui primi anni di carriera di un giovane Freud tormentato dalla propria tossicodipendenza e dall'ossessione di farsi un nome nel campo della medicina. Le basi su cui poggia l'intero costrutto narrativo, insomma, appaiono piuttosto fondate rispetto ai libri di storia, poiché la sceneggiatura sceglie di concentrarsi su un aspetto specifico del percorso professionale del fondatore della psicanalisi. Parliamo, infatti, degli studi sull'ipnosi, sui quali Freud decise inizialmente di focalizzarsi per poi abbandonarli a causa della forte transitorietà e inaffidabilità dell'esperienza, incluse alcune presunte forti inclinazioni di natura sessuale che i suoi pazienti dimostrarono nel corso delle sessioni.

Partendo da questo assunto, la serie di Marvin Kren si mantiene costantemente sul filo di un giallo psicologico ed investigativo, poiché il giovane Freud (Robert Finster) si ritrova coinvolto in una serie di misteriosi rapimenti ed efferati omicidi collaborando con il tenebroso ispettore Kiss (Georg Friedrich), ex veterano di guerra tormentato dai fantasmi del suo passato e da un violento stress post-traumatico.

Le tracce portano il protagonista ad una seduta spiritica la cui medium, la bellissima Fleur (Ella Rumpf), sembra drammaticamente coinvolta negli oscuri eventi che stanno sconvolgendo Vienna. La ragazza sarà infatti la chiave di volta in una macabra cospirazione che dona al racconto persino le sfumature di un delicato e complesso thriller politico, in cui gli studi e le scoperte di Sigmund Freud sul fenomeno dell'ipnosi e sulla potenza della persuasione accompagnano il pubblico in una narrazione spalmata in 8 episodi, ma anche piuttosto stratificata e divisa tra i tormenti dei suoi molti protagonisti.

I dolori del giovane Freud

Come dicevamo, non è facile imporre un giudizio definitivo su questa nuova serie originale Netflix, probabilmente perché l'asticella qualitativa è molto spesso altalenante, complessa e difficilmente ascrivibile ad un unico fattore. Tra i punti di forza troviamo sicuramente un cast molto affiatato e interpretazioni di prim'ordine, soprattutto tra i protagonisti, e anche la scrittura dei singoli personaggi ci è sembrata molto convincente, soprattutto nello sviluppo della psiche tormentata e tragica di alcuni di essi.

Sia la sceneggiatura che la messinscena sono però ammantate da una vena estremamente dark, e se da un lato l'intero apparato visivo riserva sequenze di raro gusto macabro ma anche di un'affascinante regia tendente ad un violento body horror, dall'altro dobbiamo ammettere che il tema dell'esoterismo prevarica un po' troppo sullo sviluppo del racconto.

Pur non accantonando totalmente lo scenario storico, infatti, gli autori hanno scelto di puntare molto sull'onirismo sfruttando l'escamotage dell'ipnosi, ma allontanandosi molto dal realismo che ci si aspetterebbe dal prodotto e componendo un mosaico un po' disorganico tra la trama orizzontale e l'evoluzione dei personaggi - non tutti, peraltro, particolarmente a fuoco.

È una scrittura controversa, quella di Freud, ma proprio per questo affascinante sotto diversi aspetti e pienamente riconoscibile in quanto specchio riflesso della difficile personalità del suo protagonista. Ma a fare da contraltare è soprattutto l'estetica profondamente europea del prodotto, una camera che si muove con la frenesia e il distacco di una regia d'avanguardia, supportata da una fotografia suggestiva e da un'estetica oscura, complessivamente riuscita ed in linea con i toni della produzione.

Freud - Stagione 1 Freud non è un prodotto per tutti: espressionista nell'estetica ed estremamente dark nei toni, il thriller storico di produzione austriaca contamina i primi anni di carriera del papà della psicanalisi con un una storia molto romanzata. Un mix che potrebbe un po' disorientare il pubblico, e che a livello di scrittura non è pienamente riuscito nella gestione di un cast forse troppo ricco e di un racconto in cui la scienza si contamina fin troppo facilmente con l'esoterismo. L'esperimento resta interessante, vedremo come Netflix deciderà di sviluppare una produzione che potrebbe avere successo.

7