Recensione Fringe - Stagione 5

Tra lacrime di gioia e urla di battaglia anche Fringe giunge al termine del suo percorso. Scopriamo insieme se il finale sarà st

recensione Fringe - Stagione 5
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Nunzio Gaeta Nunzio Gaeta ama scrivere e parlare in maniera trasversale di cinema, serie tv e videogames, nonché di tutto ciò che ruota intorno alla cultura giapponese. Lo potete trovare su Facebook e su Google Plus.

Ormai è ufficiale, Fringe è giunto al termine del suo percorso. Con gli ultimi 2 episodi trasmessi negli USA in un rush finale semplicemente indimenticabile, la creatura di J.J. Abrams saluta la pletora di fan e scrive la parola fine sulle travagliate vicende dei vari protagonisti. Un risultato complessivamente ragguardevole quello ottenuto: 5 stagioni ( nonostante l’ultima fosse composta soltanto da 13 episodi) non sono certo poche per uno show che fin dalla sua nascita ha perennemente marciato sul filo del rasoio, in bilico tra un rinnovo stentato e una cancellazione imminente. Eppure, nonostante a volte si sia un po’ persa di vista la narrazione principale, divagando in casi autoconclusivi perlopiù fini a se stessi, non possiamo non reputare lodevole il quadro che si compone dinnanzi ai nostri occhi, e che giustamente ingrana per la maggiore proprio nella parte finale del serial, capace di svelare notevoli retroscena e ricomporre pezzi di un mosaico lasciato fino ad ora irrisolto. Le ultime puntate infatti, tra infiniti rimandi e scoperte assolutamente inaspettate, rappresentano il fiore all’occhiello di tutta la produzione, dando il giusto pathos ad un ritmo che, rispetto al passato, non lascia spazio a tempi morti. L’ultima stagione, sebbene ci abbia inizialmente lasciato un tantino “spaesati” visto il repentino cambio di background e situazioni, si dimostra completa e funzionale, nonché necessaria a rendere plausibili le spiegazioni date a determinati misteri che hanno fatto da vero e proprio cardine durante il corso del serial.

Il bambino deve vivere.

Dall’altro lato della barricata troviamo sempre loro, gli Osservatori, la cui origine verrà finalmente svelata, così come il loro malvagio piano di conquista, secondo, per cattiveria, soltanto alla loro fredda, inumana e glaciale intelligenza. Scopriremo come sono stati creati, cosa li rende così “apparentemente” invincibili e si, cosa può potenzialmente distruggerli. Il tutto diventa scorrevole e funzionale, riallacciandosi alle prime stagioni (e anche alla frase espressa nel titolo del paragrafo, che tutti noi abbiamo fin da subito frainteso) in maniera pressochè perfetta, spiegando anche il motivo del loro cambio comportamentale, che da semplici “osservatori” li ha portati a diventare veri e propri “schiavisti” del genere umano. Un piano machiavellico che, se ben analizzato, viaggia di pari passo con le smisurate manie di grandezza intraviste negli atteggiamenti del caro Dott. Bishop e del suo fedele collega William Bell, intenzionati da sempre a sdoganare i limiti della conoscenza e dell’intelletto umano verso nuove frontiere. Rivedremo l’enigmatico September (in una veste che inizialmente ci lascerà spiazzati), Dicember e il misterioso Michael, chiave di volta per il piano di Walter e Donald. Cosi’ come ci lascerà sorpresi il rapido escursus fatto nell’universo parallelo, che servirà anche a mettere la parola fine su questioni e personaggi lasciati in bilico. Insomma, lodevole senz’altro il tentativo (ben riuscito per giunta) di rispondere a domande e situazioni rimaste sospese da fin troppo tempo. Cosa che forse non ci saremo aspettati da una delle menti che crearono il fenomeno Lost.

La speranza è l’ultima a morire, l’amore tra padre e figlio è eterno.

La prima parte di stagione lasciava ben poche speranze ai protagonisti, con un Peter distrutto da una triste, improvvisa perdita che grazie al congegno celebrale degli Observer stava gradualmente perdendo la sua umanità e con un Walter alle prese ora più che mai con la sua ritrovata “metà malvagia”. Fattori che non lasciavano presagire nulla di positivo, se non un lontano barlume di speranza rappresentato da un piano mai fin troppo chiaro. La speranza però ha fatto capolino anche in quel di Fringe, donando agli eventi una luce soffusa che a mano a mano diventava sempre più forte, fino ad esplodere. Nulla era, difatti, realmente perduto, tutto è risultato reversibile e i sacrifici fatti erano necessari per arrivare al momento cruciale, alla resa dei conti. Vi sono state altre perdite, ma il risultato ottenuto giustifica i mezzi in ogni caso. Ed è lodevole vedere come, nonostante siano stati i proverbiali “eventi Fringe” i veri traini di uno show durato più di 100 puntate, il punto focale dell’intera vicenda sia rappresentato dall’amore. L’amore tra un padre e un figlio come può essere quello tra Walter e Peter (che rappresenta comunque il focolare nonché l’evento scatenante dell’intera serie) o come quello tra Peter, Olivia e la loro figlia Etta. Ma anche quel volersi bene reciproco tipico di Walter e della sua fedele assistente Astrid. E, a dimostrazione della tesi, abbiamo dei dialoghi semplicemente perfetti e toccanti avuti proprio tra i suddetti protagonisti, posti strategicamente nelle ultime puntate. Non si tratta di perbenismo o di morale forzata inserita dagli autori, quanto piuttosto di una consapevolezza rimarcata ancora una volta, consapevolezza che tratta, appunto, del trionfo dell’amore e dei sentimenti sull’intelletto. Ciò che ci differenzia proprio dagli antagonisti, il fattore capace di fare la differenza.

Va bene così, nel bene e nel male.

Tutto questo non poteva esser reso se non grazie alle splendide interpretazioni di John Noble, Anna Torv, Joshua Jackson e tutti gli altri membri del cast, capaci di emozionare (ed emozionarsi, perché no) offrendo le migliori performance di questi anni. Lodevoli anche le musiche di Giacchino, che mai come questa volta risultano coerenti con tutto ciò che accade. Insomma, giunti ora alla fine di questo percorso ci sembra inutile pensare a ciò che poteva essere Fringe o agli errori commessi durante il percorso, specialmente quando si riesce, nel bene e nel male, a chiudere un cerchio nella maniera più indolore possibile (cosa tutt’altro che semplice). Un finale, forse, meno drammatico di quello che ci si sarebbe aspettati, ma non per questo meno incisivo), capace di appassionare ed emozionare gli spettatori. Spettatori suddivisibili in fan (che apprezzeranno la gran mole di fanservice posta strategicamente nella parte finale) e persone che hanno fin dagli albori seguito Fringe pur se in maniera discontinua, anche solo con la coda dell’occhio. Di fondo, tra l’altro, ritroviamo quella coerenza che vede prevalere gli essere umani, quindi imperfetti, di fronte all’onnipotenza data dalle scoperte scientifiche e dall’intelletto vero e proprio.

Fringe - Stagione 5 E’ sempre triste salutare un serial che ci ha accompagnato, nel bene e nel male, per tutto questo tempo. Ma la nostra consolazione è che non potevamo farlo in maniera migliore, con tanto di momenti capaci di strappare ben più di una semplice lacrima e di un ritmo narrativo mai così veloce ed energico. Fringe non poteva concludersi in maniera migliore, risolvendo molti dubbi scaturiti nel corso degli anni e amalgamando i rapporti tra i protagonisti facendo emergere ciò che più conta, al di là della mera scienza e dell’intelletto: l’amore, l’amicizia, i rapporti. Salutiamo quindi Olivia, Peter, Walter, Broyles, Astrid e tutti gli altri, ringraziando gli stessi attori per le innumerevoli emozioni che sono riusciti a trasmetterci.