Game of Thrones 8X05: Per chi suona la campana

Un episodio del Trono di Spade tecnicamente molto buono finisce con l'essere debole a livello narrativo perché succede di tutto troppo in fretta.

recensione Game of Thrones 8X05: Per chi suona la campana
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C'è un grande insegnamento che possiamo trarre dal quinto - e penultimo - episodio di questa ottava stagione di Game of Thrones: è meglio aspettare la conclusione di una serie (o di una saga di romanzi) prima di chiamare il proprio figlio come uno dei personaggi. Così, giusto perché alla fine il beniamino dei fan potrebbe imboccare una brutta strada e diventare un genocida. "The Bells", Le campane, è scritto da Benioff e Weiss (e, diciamocelo, si vede) e diretto da Miguel Sapochnik, già regista della 8x03, "La lunga notte". Passiamo dalla battaglia contro gli Estranei in piena notte allo scontro diurno ad Approdo del Re per un episodio tecnicamente ben confezionato: tralasciando un paio di effetti speciali un po' troppo posticci e alcune trovate poco convincenti (ma perché il fuoco di drago fa esplodere gli edifici in quel modo lì?), sono davvero pochi gli appunti tecnici da fare alla puntata. Eppure. Eppure niente, non c'è la minima emozione neanche di fronte a due degli eventi più attesi di tutta la serie: è tutto troppo rapido e affrettato per convincere davvero. Ma scendiamo nei dettagli (dopo il solito disclaimer: l'articolo contiene spoiler!).

Ogni volta che nasce un Targaryen...

Mettiamo subito in chiaro una cosa, senza tanti giri di parole: la scrittura di Game of Thrones è peggiorata quando George R.R. Martin ha lasciato la serie per dedicarsi alla stesura dei libri. Più che di peggioramento, con la quinta e la sesta stagione dovremmo parlare più che altro di cambiamento nella narrazione: durante le prime stagioni, la serie ha seguito con fedeltà non tanto la trama quanto lo stile narrativo di Martin, da sempre concentrato più sui personaggi, con le loro azioni e motivazioni, che non sulla trama in sé. Con il raggiungimento e poi il superamento dei libri, qualcosa nella serie è cambiato: Benioff e Weiss hanno deciso di insistere di più sulla spettacolarizzazione del prodotto, sui momenti shock e sulla necessaria prosecuzione della trama, con i personaggi per lo più ridotti a pedine destinate ad andare obbligatoriamente da A a B.
I problemi si sono visti già in alcuni momenti della quinta e sesta stagione: tutta la storyline di Dorne resta a oggi un gran macello; la decisione di Ditocorto di dare Sansa ai Bolton si spiega strategicamente solo con la necessità di trama di avere Sansa a Grande Inverno per spostarla poi da Jon e far partire la riconquista; Cersei che fa saltare il tempio di Baelor resta uno dei momenti più tragicamente epici di tutta la serie, ma è solo un grande spettacolo privo di particolari conseguenze (dov'è la reazione dei nobili? Cosa succede poi a corte, come va avanti la vita alla Fortezza Rossa?).

La settima stagione è stata decisamente complicata dal punto di vista della logica narrativa, e anche in questa ottava stagione ci sono stati momenti non troppo sensati. Il punto però è che questa è la piega che lo show ha preso ormai diversi anni fa: sappiamo che la complessità narrativa o anche solo la logica vengono spesso un po' sacrificate per portare avanti la trama, quindi in virtù di questa consapevolezza riusciamo (con grande pazienza e diversi sospiri nostalgici all'idea delle passate stagioni) a chiudere un occhio davanti a Daenerys di colpo affetta da una miopia talmente acuta da impedirle di vedere un'intera flotta quando lei stessa è sulla linea di tiro. Ma anche la pazienza ha un limite di fronte a Daenerys che decide di radere al suolo tutta Approdo del Re.

Sì, gli indizi della follia di Daenerys c'erano già; c'erano persino nei libri, dove l'accesso diretto al punto di vista di Daenerys ci permette di cogliere meglio la sua paranoia, l'istinto di supremazia e l'arroganza di una sovrana esule che più che il trono vuole una casa, vuole essere amata ed è pronta a reagire rabbiosamente con violenza al mancato amore di un popolo nei suoi confronti. Martin ha sempre chiarito che il potere corrompe e logora chiunque, quindi la lenta metamorfosi di Daenerys non è solo legittima, ma anche un po' attesa. Il problema è che Benioff e Weiss hanno scritto il personaggio di Emilia Clarke come una salvatrice troppo a lungo perché ora il compimento della sua metamorfosi appaia drammatico o anche solo sensato, avendo speso così poco tempo sulla discesa di Dany nel baratro della follia.

Sì, gli indizi c'erano; sì, si era già mostrata feroce in altre occasioni, quindi la svolta era telefonatissima e l'aspettavamo tutti; ma è tutto troppo affrettato, tutto troppo rocambolesco perché possa essere di un qualche impatto emotivo. Mentre vediamo Daenerys che ignora le campane della resa per bruciare un milione di persone, non ci sembra di assistere al tragico compimento di un destino inevitabile, al punto narrativamente più alto e umanamente più basso di un personaggio ormai incapace di tenere a bada la propria paranoia; ci sembra solo di vedere una conquistatrice sanguinaria che distrugge tutto (mentre Jon assiste alla strage con la solita faccia da scemo: in questa stagione è di un'inutilità intollerabile e, diciamoci la verità, è davvero troppo tonto per poter essere un buon re).

Troppe cose tutte assieme

In questo episodio succede di tutto: Approdo del Re distrutta, il Cleganebowl, Cersei e Jaime che muoiono. Eventi attesissimi dagli spettatori, eppure durante "The Bells" è difficile provare qualcosa. Lo scontro tra il Mastino e la Montagna è privo di qualunque carica emotiva, sembra solo qualcosa che doveva succedere e che finalmente succede; Cersei e Jaime che si ritrovano e muoiono insieme è poetico e tragico insieme, eppure non trasmette abbastanza. Probabilmente per il trattamento riservato a Jaime: banderuola fino alla fine, con un percorso di evoluzione e maturazione gettato alle ortiche (ha ucciso il suo re per salvare la popolazione di Approdo del Re e ora dice che di quella gente non gli è mai fregato niente: ma perch?). Ha senso che lui torni da Cersei? In realtà sì: il loro è un legame morboso e ha senso che Jaime comunque non voglia vivere sapendo che la gemella morirà da sola, così come è realistico che Jaime ricada nella dipendenza dalla sorella anche dopo averla apparentemente superata; ma il risultato è un arrested development che non convince del tutto, probabilmente per colpa dei ritmi imposti da una stagione di soli sei episodi. Nei libri ricordiamoci che ormai lui la detesta non solo perché sono entrambi cambiati, ma anche per una forte componente di gelosia di cui il Jaime della serie sembra essere totalmente privo; ma ha senso pensare che anche lì lasceranno questo mondo assieme così come insieme sono nati, magari dopo che Jaime avrà ucciso la sorella facendo avverare la profezia del valonqar (assente nella serie). La differenza è che nei libri, se mai usciranno, non ci sarà niente di affrettato.

Il lato positivo: gli interpreti

La scrittura non convince, ma gli attori sì: Emilia Clarke in questo episodio è incredibilmente in stato di grazia e riesce davvero a trasmettere tutto il dolore, la rabbia e la furia di una regina paranoica che ha perso tutto, dando spessore a un personaggio altrimenti molto appiattito. E lo stesso si può dire per Peter Dinklage, Nikolaj Coster-Waldau e Lena Headey. Headey soprattutto ha avuto il merito, per otto stagioni, di rendere più tragica e umana la figura di uno dei personaggi più complessi dell'intera serie, che nelle ultime due stagioni è stato (purtroppo) appiattito a banale villain. Ma anche con quel poco materiale - e, in questa ottava stagione, con il poco screen time concesso a Cersei - Headey ha fatto un lavoro magistrale, e se negli attimi finali di Cersei riusciamo a provare qualche emozione il merito non va alla scrittura ma tutto a una degli interpreti più incredibili del cast.

Arya si ritrova di nuovo ad assistere a scene orribili, dall'orda di non-morti alla città che crolla attorno a lei, e Maisie Williams è eccezionale nel trasmettere tutta la paura, l'orrore e il senso di impotenza e spaesamento di Arya in mezzo a quel massacro, la drammatica consapevolezza che i draghi che nella 8x01 aveva guardato con ammirazione non sono altro che un'arma di distruzione di massa.

L'orrore della guerra

E forse in realtà qualcosa proviamo: perché se le vicende di diversi protagonisti rischiano di lasciarci indifferenti, a colpirci è invece la sorte del popolino, gli abitanti di Approdo del Re; innocenti che muoiono come ne muoiono in ogni guerra. Perché mentre noi ci concentriamo sui potenti e su coloro che decidono le sorti del mondo, sono gli innocenti a pagare il prezzo delle loro decisioni. E una guerra alla fine non lascia altro che questo: devastazione.
Non ci sono eroi, solo innocenti che muoiono, soldati che vengono annientati dopo essersi arresi mentre altri cercano di approfittarsi dell'orrore per fare del male ad altri innocenti inermi. È il lato peggiore dell'essere umano, ed è reale e vero. Peccato non aver avuto abbastanza episodi per rendergli giustizia e raccontarlo meglio.