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Ghoul: Recensione della miniserie indiana prodotta da Netflix Recensione

Seconda serie indiana originale Netflix, Ghoul è un'intrigante thriller claustrofobico e sovrannaturale con qualche accenno di horror

recensione Ghoul: Recensione della miniserie indiana prodotta da Netflix
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Non sono io rinchiuso qui con voi, siete voi rinchiusi qui con me, urlava Rorschach nel film basato su Watchmen. Ed è anche un privilegiato punto di partenza per introdurre la situazione centrale alla base di Ghoul, seconda produzione indiana originale Netflix a sbarcare sulla piattaforma di streaming, incentrata totalmente sull'interrogatorio di un pericoloso terrorista che però nasconde un oscuro segreto. Creata, scritta e diretta da Patrick Graham, originariamente questa miniserie era stata concepita come un film, per poi cambiare formato solo in seguito, un avvenimento che di rado suggerisce un buon stato di salute del progetto. Segnali di tempesta che in questo caso non trovano riscontro, perché Ghoul è un qualcosa di molto più ambizioso di quanto l'idea portante o il trailer stesso lascino intendere, un telefilm curato e dall'atmosfera estremamente suggestiva tinta con un po' di horror, seppur non scevro da qualche difetto scaturito dall'ingenuità. Ecco la nostra recensione.

Distopia 101

Il primo aspetto sorprendente di Ghoul è il suo contesto, un fattore che non sembra essere di cruciale importanza in una serie del genere, molto circoscritta e contenuta per sua natura, ma che se costruito con intelligenza e dosato con sapienza può effettivamente conferire una marcia in più: la vicenda infatti si svolge in un'India dal retrogusto distopico, in cui una lunga serie di attentati ha forzato il governo a instaurare un regime totalitario che non lascia spazio a qualunque cosa, dai libri per bambini alla formazione universitaria, non approvata o ritenuta immorale.

Nida (Radhika Apte) è un membro delle forze dell'ordine, specializzata in interrogatori, fieramente leale alle nuove istituzioni, convinta che siano l'unica strada per il bene comune al punto da commettere scelte strazianti per la sua nazione. Viene inviata in uno dei numerosi centri di detenzione sparsi per il paese, con a capo il problematico colonnello Dacunha (Manav Kaul), per assistere all'interrogatorio di Ali Saeed (Mahesh Balraj), uno dei terroristi più pericolosi in circolazione e catturato recentemente; ma non tutto va nel verso giusto, perché il prigioniero inizia a smascherare le atrocità compiute dai suoi carcerieri...

Eleganza silenziosa

E sono proprio le sequenze dell'interrogatorio a costituire il fiore all'occhiello di una sceneggiatura essenziale ma affascinante: scritte e interpretate magistralmente, riescono a restituire una sensazione di tensione palpabile e assuefacente, con il mistero di sottofondo che cresce sempre di più, di pari passo con le situazioni spiacevoli e l'attrito che Saeed riesce a creare e fomentare. Lo stesso contesto di matrice distopica contribuisce ad accrescere queste impressioni, anche se silenziosamente, in maniera tutt'altro che invasiva. Se le guardie, il colonnello e Nida in prima linea si comportano e parlano in un determinato modo, quasi noncurante nei confronti dei reclusi, è dovuto al sistema repressivo che servono, cementato nell'addestramento da loro ricevuto. Persino la struttura del centro di detenzione contribuisce all'ambientazione ed è ricca di piccoli dettagli non esattamente rispettosi dei diritti umani, come ad esempio le finestre perennemente oscurate volte a scombussolare l'orologio biologico. Ghoul mette in scena una storia semplice e lineare, colma di pathos e misteri sovrannaturali, senza mai perdere il contatto con i drammi e i demoni reali affrontati dai suoi pochi attori, che danno vita a personaggi convincenti: dalla protagonista, una donna decisa e non così sprovveduta, fino al colonnello Dacunha, anestetizzato dal vizio dell'alcool pur di dimenticare le sue colpe, il cast ristretto convince e favorisce l'empatia.

Problemi strutturali (e non)

Le carenze sono da ricercare altrove. Una è inevitabilmente strutturale: Ghoul non è una miniserie, è letteralmente un film diviso in tre parti, la cui durata totale infatti va poco oltre le due ore. Di conseguenza, le tempistiche sono calcolate in maniera differente e a volte i ritmi stonano con questa suddivisione forzata, poiché sono tipici di un'opera cinematografica. Un'inconvenienza spiacevole che si nota vistosamente nella prima puntata, piuttosto lenta e flemmatica nell'introdurre personaggi e ambientazione.

Ciò non impedisce alla serie creata da Graham di proporre fin dall'incipit scene dal forte impatto, anche visivo (l'entrata in scena di Saeed è meravigliosa), ma stride con alcuni dei meccanismi e dei tempi tipici del medium seriale, entrando nel vivo un po' tardi e chiudendosi un po' presto. Se questo può essere considerato una sorta di peccato perdonabile, è invece da condannare la gestione infelice del colpo di scena che sorregge la vicenda. Suggerito con una certa finesse, attraverso alcuni avvenimenti capaci di aumentare a dismisura la suspense e calamitare l'attenzione dello spettatore, viene poi semplicemente - e infelicemente - rivelato tutto d'un colpo, azzerando una dose generosa della tensione su cui questa produzione fa affidamento. È questo eccesso di ruvidezza, presente anche nell'altra serie indiana originale Netflix, ovvero Sacred Games, e soltanto questo, a tarpare le ali e precludere a Ghoul il ruolo di sorpresa di questa afosa estate.

Ghoul 1 stagione Come Sacred Games, anche Ghoul è una produzione sorprendente: una sceneggiatura asciutta ed essenziale, ma straripante di ambizioni distopiche, eleganza intelligente e personaggi dal forte carisma. Un'atmosfera suggestiva e una continua suspense palpabile confezionano il pacchetto di questa miniserie, macchiata soltanto dalla sua vecchia natura di film poi diviso in tre parti e da una gestione estremamente infelice del colpo di scena alla base del racconto. Non rovina l'esperienza, però riesce a impedire a questa serie indiana di diventare un vero e proprio gioiello.

7